Veramente si chiamava Robusto ed era originario di Pomarance, scaturito dalla numerosa famiglia dei Tani. E robusto lo era davvero. Bastava vederlo all’opera nel suo ingrato mestiere di muratore, percorrere instancabile ogni angolo della Salina per riparare un muro sbrecciato, per tirare su un baggero, per intonacare a nuovo un magazzino o un vecchio stabile rosi dalla salsedine. Esposto ai cocenti raggi del sole in piena estate e alle intemperie e al freddo nel colmo dell’inverno, egli non si lamentava mai del suo mestiere ma, da buon filosofo quale era, si sfogava tutt’al più nel ripetere, nella stagione rigida, la sua massima preferita:

«Chi vuol patir le pene dell’inferno
fabbro d’estate e murator d’inverno!»

Quanto abbia lavorato nei lunghi anni del suo servizio, Dio solo lo sa. Gli capitava però, come a tutti del resto, di incappare in certe giornate in cui il lavoro non gli sarebbe «comparito» e allora non c’era forza umana che potesse costringerlo a mettere mano alla mestola e alla calcina.

In quei giorni, assai rari per la verità, Ticche metteva invece mano ad un travicello, il più leggero possibile, e con questa specie di viatico bilanciato sulla mano destra, andava a zonzo per lo Stabilimento, sicuro che chiunque l’avesse visto (specialmente il suo «capo». ) l’avrebbe giudicato in procinto d’intraprendere chissà quale arduo lavoro di muratura. Invece il nostro Ticche andava, così armato, in qualsiasi angolo gli fosse gradito, specialmente all’ombra di qualche compiacente alberello nei giorni torridi d’agosto. Una volta, in pieno orario di servizio, si permise di recarsi addirittura dal barbiere, posare in un angolo il fido regolo, a farsi fare barba e capelli.

Quella volta però il «capo» aveva urgente bisogno di lui, lo cercò invano per ogni dove e quando infine riuscì a trovarlo: o Ticche – gli disse – o dove t’eri cacciato, dai falegnami non c’eri, dai fabbri non c’eri, al calcinaio nemmeno, t’ho cercato tutta la mattina e non m’è riuscito di trovarti!

– E’ colpa tua, rispose Ticche, melenso, è colpa tua perché m’hai cercato in tutti i posti dove non ero, se tu m’avessi cercato dov’ero, m’avresti trovato subito. –

Ho detto che si chiamava Robusto ma sono certo che lui stesso si sarebbe meravigliato se qualcuno l’avesse appellato con questo nome, tanta ormai era la sua abitudine a sentirsi chiamare Ticche.

Perché poi lo chiamassero così non l’ho mai saputo ma ritengo che il nomignolo dovesse trarre la sua origine dal continuo, furbesco ammiccare dei suoi vivacissimi occhi.

Le burle da lui giocate a certi ingenui contadini dei dintorni ed anche ai compaesani, non si contano, occorrerebbe forse un volume per elencarle tutte. Per il semplice fatto di essere ritenuto una specie di «stregone», molti si rivolgevano a lui per consiglio… medico e Ticche non si faceva pregare. A un Tizio consigliò l’acqua di maggio contro i geloni, a un altro fece bere un decotto d’uova sode contro l’anemia (le uova le portò a casa lui in quanto – disse – erano ormai sfruttate) a un terzo ordinò un clistere complicatissimo in cui entravano decine di erbe diverse, una buona dose di sale e perfino un pizzico di ghiaia.

Una volta che tornava da pescare in Cecina con una rete di sua invenzione che chiamava «nassera», si era sentito interpellare da una giovane contadina sul modo migliore di distruggere certi bruchi verdi che le stavano rovinando un gran campo di cavoli neri. Ticche, quella volta, non batté ciglio; si pose tra il campo e la contadina, levò in alto la nassera, pronunziò alcune inintelligibili parole magiche, indi scandì ad alta voce la seguente invocazione, guardando il cielo turchino:

«bruci, brucioni,
passate dalla nassera
andate via dai cavoli
entrategli nella tasca».

La povera donna che desiderava soltanto che i suoi cavoli venissero liberati da quei ripugnanti vermi, ma non di sentirseli poi in tasca, scappò via come il vento e Ticche, ridendo sotto i baffi, si pose a spalla la magica rete e si avviò lentamente verso il paesello.

Il nostro eroe però non pescava soltanto barbi e lasche nei «tonfi» della Cecina ma, si diceva in paese che avesse trovato il modo di pescare nientemeno che le galline, nascondendosi nelle siepi vicine ai poderi dopo aver teso un lungo filo di seta con in cima l’amo armato con un chicco di granturco. Non so se questo genere di pesca fosse proficuo ma tutti sanno che una volta abboccò a questa strana lenza un magnifico gallo e che proprio in quel momento la padrona di casa, cioè la capoccia del podere, si affacciò sull’uscio dell’aia. Ticche se la diede a gambe senza mollare la lenza e trascinando con sé la povera bestia la quale sentendosi frugare le viscere dall’amo, strillava come una dannata ed era costretta a correre quanto più poteva sulle orme del suo carnefice. La capoccia, nel crepuscolo incipiente, non riconobbe Ticche; vide soltanto un uomo che correva inseguito da un gallo che strillava e si mise a strillare a sua volta con quanto fiato aveva in gola: «O quell’omo, fermatevi, o che avete paura d’un gallo? Un vi fa mica nulla, un becca mica. O quell’omo, fermatevi! O gente, venite a vedere c’è un omo che ha paura di un gallo!».

Ticche tornò a casa col gallo il quale oltretutto, come accade spesso in questo mondo, anziché vittima di un atroce inganno, venne tacciato di aggressione dai suoi stessi padroni.

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Chiamato da motivi di lavoro venni inghiottito, per lunghi anni, dalla città tumultuosa e chissà quante altre burle ordite dal quel bravo Ticche, mi sono sfuggite. Qualcuno mi parlò della sua fine, avvenuta in tutta serenità nella sua modesta casa fra il sincero rimpianto di tutto il paese. Anche sul letto di morte continuò a scherzare e, poiché non aveva ricchezze, fece un singolare testamento mediante il quale lasciò erede di un suo occhio Bubino Mazzolli che ne aveva uno di vetro; di una gamba, lo Zoppo di Montecatini; di un suo braccio il Monco della Casa a Vento. Del suo spirito non lasciò erede nessuno ma esso alita ancora nel paese, sulla Salina, su tutte le genti che lo conobbero e che lo amarono.

Chissà se nelle notti di luna, laggiù verso i forni a legna, o nel calcinaio, o nello stanzone dei falegnami non si veda talvolta aggirarsi un uomo con un leggero regolo nella sua mano destra!

© Pro Volterra, PIETRO GAZZARRI
Ricordi Salinesi: Ticche, in “Volterra”