Molto spesso il Seicento vien descritto come il secolo degli abusi e dei soprusi, forse per un’errata interpretazione manzoniana della storia, ma il documento che ci è capitato fra le mani ci assicura che, almeno in Volterra, le regole amministrative e contabili erano rispettate con scrupolosa diligenza ed onestà.

Il 3 luglio 1674 era stata effettuata la consueta verifica di Glassa al tesoro della Comunità di Volterra ed erano state controllate le entrate e le uscite, ovverosia gli “incassi e gli scassi” come vengono chiamati nel documento, del periodo 1670-1674. Erano presenti gli interessati che, secondo gli Statuti, erano obbligati ad assistere e quale non fu la sorpresa di tutti i presenti allorché, tirate le somme, fu accertato un ammanco di 78 scudi, 3 lire e 15 soldi.

Questa constatazione suscitò scalpore, soprattutto per l’entità della somma. Per valutare appieno, anche se in fretta, tale cifra rispetto al valore della moneta dei nostri tempi, basti pensare che esattamente un secolo dopo, nel 1774, Monsignor Mario Guarnacci dotò la sua biblioteca ed il suo museo privati di una rendita annua di 120 scudi, bastanti per lo stipendio del direttore conservatore, del custode e per la manutenzione delle stanze in uso al piano terra del suo palazzo in via Guidi, ora Matteotti.

Qualche lettore può essere invogliato di andare a vedere dove si trovava l’ingresso dell’antico Museo, prima che fosse trasferito nel palazzo dei Priori; vada pure e, prima di imboccare le scale del defunto ENPAS, sul portale di pietra alla sua sinistra potrà leggere chiaramente “Marius Guarnacci”.

Se, dunque, con 120 scudi il munifico Monsignore riteneva di poter dare un decoroso tener di vita a due persone, di cui una specializzata e di provvedere alle necessità dei locali del Museo e della Biblioteca, bisogna ammettere che tale somma doveva essere abbastanza rilevante. Per ulteriore riferimento aggiungeremo che nel 1782 l’allora direttore dei museo, abate Mario Ballani, percepiva la somma di lire 12 al mese, cioè meno di due scudi. Naturalmente la tredicesirna, la quattordicesima, la quindicesima, le assicurazioni sociali e previdenziali e via di seguito non erano ancora state inventate.

Dopo questa breve ma indispensabile parentesi per renderci conto del valore monetario dell’epoca, ritorniamo al nostro racconto.

I Priori ed il Consiglio generale, debitamente informati delle risultanze della verifica, deliberarono di recuperare interamente la somma mancata, ma rimaneva da stabilire chi dovesse rifondere. Era necessario individuare il colpevole od i responsabili, ammettendo la buona fede.

In Consiglio, infatti, tutti erano stati concordi nel dover recuperare la perdita, ma era stato difficile individuare le persone da chiamarsi in causa e, dopo lunga discussione, si era arrivati ad un nulla di fatto. Il Proposto dei Priori, il Cancelliere della Comunità ed il Depositario delle cassa, frattanto, cioè il Sindaco, il Ragioniere capo ed il Tesoriere erano corsi ai ripari ricorrendo alla Magistratura per dimostrare ciascuno la propria estraneità al fatto.

A questo punto il Cavaller Francesco Maffei, Provveditore del sale e della fortezza, avanzò pubblicamente una proposta che, nella linearità, deve aver ìncontreto il consenso di tutti i chiamati in causa. Diciamo “deve aver incontrato” perché la carta da cui abbiamo tratto questa notizia è mutila del secondo foglio per cui, mancando le firme di accettazione di alcuni degli aventi causa, non sappiamo se tutti abbiano aderito. Siamo però convinti che l’accordo unanime deve aver seguito il «lodo» di Francesco Maffei, sia perché egli avanza la proposta per evitare agli interessati un ulteriore dispendio, che potrebbe seguire fra dette parti, in caso di giudizio, per eliminare cioè le spese processuali, sia perché lo seesso Cavalier Francesco si sottoscrive, e non per sé stesso, ma per il padre defunto, che era stato Proposto de’ Priori nel gennaio e febbraio 1671.

Ma veniamo alla sostanza della proposta. Francesco Maffei propone che un terzo della somma mancante sia rimborsata da coloro che, dal 1 novembre 1670 – data forse della precedente verifica di cassa – a tutto agosto 1674, hanno ricoperto la carica di Proposto, cioè del rappresentante legale della Comunità, anche se “primus inter pares”. La carica di Priore – e quindi quella di Proposto, all’epoca aveva una durata bimestrale, per cui abbiamo una persona per il 1670; sei per ciascuno degli anni 1671, 1672 le 1673; quattro per il 1674 per un totale di 23 Proposti. Un altro terzo deve essere rifuso dal Cancelliere della Comunità, Ficarelli, quale contabile delle entrate e delle uscite. Un terzo, infine, deve essere reintegrato da Raffaello Contugi, Depositario, cioè custode materiale del tesoro volterrano.

Dopo, di che seguono le firme di coloro che dichiarano di accettare il «lodo» ed è sintomatico leggere quello che ciascuno scrive nell’atto: “affermo et mi obbligo a quanto in questo (atto) si contiene et in fede mano propria mi firmo”.

Firma Raffaello Contugi insieme a Francesco Marchi, che si addossa la quota dovuta dal padre Pier Franoesco, Proposto nel novembre e dicembre 1670. Sottoscrive Francesco Maffei, erede del nome e del censo del Cavalier Provveditore Cammillo, morto l’anno prima. Si obbliga in prima persona Lorenzo Buonamici. Giovan Cosimo si sottoscrive per il padre Giovanni Alessandro Fei ed essendo ammalato fa intervenire all’atto il cognato dottor Antonio Bava che promette “di proprio che esso adempirà a quanto sopra”.

Queste testimonianze dell’impegno dei figli per i padri debbono far riflettere. La morte del responsabile estingue, automaticamente, anche i reati, eppure i figli sentono il dovere filiale d’intervenire per tutelare la buona memoria dei genitori e quello sociale per non far patire danno alla patria.

Non sappiamo se li Cancelliere Ficarelli sottoscrisse l’atto e, quindi, rifuse la somma addebitatagli perché, come abbiamo già detto, la carta è mutila. Indipendentemente dall’assenso del Cancelliere, siamo lieti di aver rispolverato un episodio di amor civico che torna ed onore di Volterra e dei Volterrani. Questo episodio, del resto, mi ha fatto tornare alla mente il puntiglio con il quale Francesco Domenico Guerrazzi esaltava l’onestà. Nel discorso elettorale dell’8 ottobre 1865, come di consueto, si compiaceva di ricordare la precisione del rendiconto contabile del periodo in cui era stato Ministro di Leopoldo Il, il caro “Canapone”, in cui figuravano anche gli «spiccioli»: persino lo stesso Leopoldo, sebbene avversario, aveva ammirato questa precisione, ordinando che fosse pubblicato per “le stampe”.

A coloro che preferivano ignorare l’onestà del Ministro, Leopoldo aveva detto: «No, si pubblichi, dacché torna ad onore della Toscana tutta mostrare che, se io ebbi ministri ‘ribelli’, non ne ho avuti mai ‘ladri’.»

Forse oggi si preferisce essere ladro che ribelle.

© Pro Volterra, RENATO GALLI
Ai tempi in cui chi sbagliava pagava, in “Volterra”