Silvano Bertini

Echi e commenti del “Sacco di Volterra” nelle opere di scrittori contemporanei

Ai tempi del Sacco di Volterra, è ovvio, non potevano esistere giornali, pubblicazioni periodiche. Per avere un’idea dell’enorme impressione che quei tragici avvenimenti suscitarono nell’opinione pubblica contemporanea bisogna ricorrere alle opere che sul sacco furono scritte da umanisti, poeti e scrittori. Esse sono di importanza ed impostazione diversa. Si sa va dai diari personali, ai trattatelli, alle poesie di autore o anonime. Alcune opere sono di intonazione anti fiorentina, altre laudatorie dei Medici. In tutte però vibra una commiserazione ed una pietà sincere per la mala sorte dei Volterrani.

Una narrazione completa, anche se non molto favorevole è quella dall’umanista Antonio Ivani, già segretario del Comune di Volterra, dal titolo «Historia de volaterrana calamitate». In essa si fa la narrazione di tutta la vicenda. E’ scritta in un latino elegante e tornito. Il volterrano Zaccaria Zacchi, antimediceo ed antifiorentino parla a lungo della vicenda delle allumiere e del sacco nei suoi «ricordi» pubblicati da Fabroni. Probabilmente lo Zacchi fu uno dei cittadini volterrani confinati da Lorenzo dei Medici.

Ma tralasciando un momento gli scrittori paludati vogliamo sottolineare la eccezionale commozione che destò la notizia dell’orribile sacco di Volterra negli echi raccolti dalle molte poesie popolari e non popolari in volgare ed in latino che sono giunte fino a noi e di cui parlò illustrandole il Frati nel suo volume «Il sacco di Volterra nel 1472», poesie storiche (Bologna 1886, ristampa fotomeccanica dell’editrice Forni 1969).

Iniziamo con il poemetto in ottava rima che si trova con il titolo «La guerra di Volterra» nel codice Laurenziano – rediano 25, Armadio A car. 2 r e 11 v. E’ uno dei documenti più vivaci e più particolareggiati scritto immediatamente dopo il Sacco. Sono 59 Ottave (472 versi). Vi si parla «dell’aspra guerra che fiorentini hanno fatto con Volterra».

Questa ciptà ch’è Volterra chiamata
è la più forte che in Italia sia,
et di magne ricchecce era dotata,
et huomini sono di gran mercantatia,
e di nobili vene è circondata
talchè invidiata è tutta via.
Se tante vene no avesse avuto
forse non era il suo stato perduto.

La guerra inizia. Le milizie fiorentine investono Montecatini V. C.:

Fu preso presso a Volterra il chamino
pensando un gentil castello conquistare,
el suo nome nome è detto Monte Catino
et quello presto adorno assediare.

Poi viene investita la città; viene conquistata la rocca:

Or ritorniamo al popol di Volterra
che vedean la roccha conquistata,
grandi et piccoli piangean nella terra,
huomini et donne insieme di brigata
dubitando che per la mortai guerra
la clptà loro non resti saccheggiata,
menando l’un coll’altro gran lamento
ciascuno si trovava malcontento.

E’ inevitabile la resa; le truppe passano al saccheggio:

E tutto el campo a romor si levava
montando su dov’è e provigionati:
a sacco, a sacco, forte ognun gridava,
che tutti parean cani arrabbiati;
et tanti soldati multiplicava
che furon tutti e palaci conquistati,
volendo ognuno e buon boccon pigliare
molti infra loro vi sebbe amacare.
Si gran pianto di dentro si levava
ch’al mondo non fu mai si fatto duolo,
ciascun il volto si batte e stracciava,
chi cercava la figlia et chi ‘I figlioulo,
non dico della roba come andava
ch’una ‘nsalata fu tanto stuolo;
o tutto il giorno durò il saccheggiare
non facendo altro che roba portare.
Or chi potrebbe el lamento contare
delle povere donne et ciptadini,
vedendo tutti e lor beni vie portare
che con pena avevano aquistato e meschini,
e ‘n tanta furia lor case votare,
perdendo molto gioie et assai fiorini?
E nobili huomini ch’avea quella ciptae
or son condotti a estrema povertae.

Possediamo anche due lamenti anonimi tutti e due dell’anno 1473 quindi scritti da contemporanei. In essi la città di Volterra parla in prima persona e narra la sua dolorosa storia dando la colpa al suo orgoglio ed alla sua superbia. A tinte forti viene descritto il saccheggio e la perdita di incalcolabili tesori. Tutti, però, lodano il conte Federico da Montefeltro per la sua… bontà che impedisce la totale distruzione della città. Ma più che il Conte a salvare la città, fu secondo l’anonimo poeta, un terremoto che servì a spaventare le soldatesche intente al saccheggio:

Perchè venne il tremuoto i’ vo contare,
che in san Francesco ebbe a entrare
Fu un ribaldo doloroso e tristo
et di fatto rubò il corpo di Christo
fuor della chiesa nel volio portare,
ma un frate vi fu che l’ebbe visto;
che lasci il santo corpo gli fa guerra,
e ‘I tristo per superbia li giptò in terra.
El frate gli dice villania:
tristo ribaldo, ch’a’ tu fatto?
Vuolsene andare et non trova la via,
né l’uscio egli ritruovo a verun patto;
conviene che per forza ivi si stia
uscito ora di sé siccome matto,
alfin l’uscio ch’ebbe ritruovato
come usci fuori a pezzi fu tagliato.

Il secondo lamento anonimo è scritto in quartine. Il codice reca anche il nome dello scrittore: Giovanni d’Antonio di Scarlatto.

In un codice della Biblioteca di Sarzana si trovano due lamenti di Volterra di Antonio Ivani l’umanista già cancelliere del Comune di Volterra ed autore della storia dell’avvenimento in elegante latino.

In un codice casant. A.V. e Magl. XXII, sono contenuti due sonetti di Giovanni Zacchi volterrano, coinvolto negli avvenimenti e mandato in esilio. Eccoli:

Nessun excidio maggior che ‘I troiano
più di spietata e più vasta ruina
già mai si udì che di Ilion la cima
quando piegossi nella greca mano.
lnfando caso, memorabile et strano,
horrendo exemplo della nostra vita,
tal che ancora a lacrimar m’invita
et hor quel mio popolo Volterrano
laniato dal rabido leone
et depredato dalli fiorentini
nel duro gioco di lor conditione.
Dispersi vanno li mie ciptadini
nel mille quattrocento settanta due,
arrando il mondo in diversi confini.

Anche nel secondo sonetto si avverte il dolore di una sciagura cittadina e personale:

Posto che io peregrino al gogo altiero
passaggi alpestri colli, hispidi monti,
profonde et obscure avlli, horribili ponti,
alti saxi, dumosi calle et ferro,
un roboante speco, un bosco nero,
torridi fiumi et resonanti fonti,
per faggi et habeti al cielo presso che giuncti,
barbaro gente, uso et costume austero,
Per eolo furibondo che tal hora
volar fa i marmi d’una in altra terra,
per densa nebbia et abluta pendice,
Non è che sempre ad ogni punto et hora
io non ricordi et pianga quella terra
dove lassai la mia diva fenice.
Dico Volterra
che exule vago mi manda pel mondo,
dell’altrui colpe sostenendo il pondo.

Accenniamo solamente alla «Elegia di Giovanni Battista Cantalicio a Lorenzo de’ Medici» scritta in latino (cod. magI. VII) scritta in maniera elegante e raffinata è un inno di lode al Signore di Firenze. Non c’è niente della tragedia, nessun sentimento di pietà o commozione. E’ l’opera di un elegante ruffiano.

Gli stessi sentimenti nei confronti di Federigo da Montefeltro si trovano in un altro cortigiano fiorentino Giovanni di Bartolomeo Ciai espressi in una lettera ed in un capitolo di cento versi in terza rima. In esso si accenna al fatto che, dopo averli ben castigati e puniti, Firenze ha riportato la pace in Volterra e si è dimostrata benigna. Il capitolo in terza rima di Benedetto Dei è un arido e strambo catalogo di nomi di famiglie fiorentine che presero parte alla guerra di Volterra. Infine citiamo un poemetto in latino di Biagio Lisci, volterrano. E’ dedicato al Conte Federico da Montefeltro. Il Lisci appartenne al partito volterrano favorevole ai fiorentini. L’Ivani dice che egli si trovava nel palazzo pretorio quando avvenne la sollevazione popolare che portò alla morte il Pecorino e che poté salvarsi a stento in un cammino del palazzo.

Secondo lui se i suoi concittadini avessero fatto ciò che voleva Lorenzo non avrebbero perduto nulla.

L’opera del Lisci è, comunque, interessante per i molti particolari che fornisce sul drammatico avvenimento.

Per chi volesse approfondire la conoscenza degli avvenimenti rimandiamo alle due seguenti opere: Tito Cangini “Il sacco di Volterra ed i suoi perchè – Rassegna volterrana, anno II, fascicolo I – 1 Giugno 1925. Enrico Fiumi – L’impresa di Lorenzo de’ Medici contro Volterra (1472) – Olschki – Firenze 1948.

L’opera dell’lvani è stata ristampata recentemente (copia fotomeccanica) dopo la prima stampa nei Rerum Italicarum scriptores del Muratori a cura di Mannucci. Notizie si trovano in molti numeri della Rassegna Volterrana. Anche gli storici fiorentini e locali (Dal Machiavelli, all’Ammirato, al Giovannelli, al Cecina, al Giachi) danno largo spazio agli avvenimenti del sacco e della guerra guidata dal Montefeltro.

© Pro Volterra, SILVANO BERTINI
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