Puntuale assai più del grande e vecchio orologio di piazza, don Leonetto Bruni, chiamato semplicemente “il maestro”, scendeva ogni mattina dall’alto della sua dimora, costituita da una grande soffitta posta al sommo del palazzo della Direzione della allora Regia Salina, per venire a distribuire ai suoi allievi, tra cui il sottoscritto, i primi bocconi del sapido ma indigesto pane della scienza.

Piccolo, vestito impeccabilmente di nero e con una certa particolare foggia arieggiante l’attuale «clergyman», egli procedeva verso la scuola a brevi passi, roteando abilmente sulle dita della mano destra l’immancabile bastone da passeggio.

Noi tutti, al suo arrivo, facevamo ala e ci toglievamo rispettosamente i berretti bisunti, poi lo seguivamo in classe col massimo silenzio e nel massimo ordine.

Nella squallida stanza, sommariamente ammobiliata che costituiva la scuola di allora, noi prendevamo posto il più ordinatamente possibile tra i banchi sconnessi e cercavamo, con sguardi furtivi, di indovinare l’umore del pedagogo il quale si affaccendava, intanto, ad arrotolarsi una sottile sigaretta col solito trinciato «Drama». Questa operazione richiedeva tutta la sua abilità perché la sigaretta, su raccomandazione del medico curante, doveva essere non troppo più grossa di un fiammifero. Don Leonetto, infatti, soffriva di cuore e, sempre secondo il medico, meglio avrebbe fatto se avesse rinunziato del tutto al fumo. Da questo orecchio però Don Leonetto non ci sentiva e quindi aveva raggiunto un tacito accordo tra il vizio del fumo e la scienza medica, riducendo ai minimi termini il volume della sigaretta piuttosto che abbandonarla del tutto.

Terminati questi preliminari, aveva inizio la lezione.

IL CASTAGNACCINO

Il metodo di insegnamento si basava allora sul classico sistema del bastone e della carota in cui la carota era rappresentata da un buon voto sul registro o da poche parole laudative, e il bastone da ciò che il maestro chiamava ironicamente “castagnaccino”. Questo “castagnaccino” era un forte colpo battuto dal maestro con un grande righello sul palmo della mano destra che bisognava porgere aperta e… rassegnata. Non era ammesso nessun tentennamento nell’andare a prendere il “castagnaccino” una volta che questo era stato assegnato e guai a ritirare la mano al momento in cui il terribile righello scendeva rapidissimo dall’alto per compiere giustizia! Ogni esitazione, anche minima, avrebbe significato il raddoppio della temutissima pena.

Tobia Mugellini, Fabio Bartolini, Renato Galli, Ovidio Del Corso, Manlio Cardellini, Germano Rossi ed io stesso eravamo i più formidabiIi… divoratori di tali “castagnaccini”.

L’irrequieto Tobia ne prese tre nel breve giro di una mezz’ora per aver osato ritirare per due volte la mano un istante prima che avvenisse l’impatto col temuto righello.

Il colpo improvviso, rapidissimo, con se lasciava una bruciante traccia diritta che, partendo dalla sommità del dito medio, arrivava fino alla congiuntura della mano col polso. Il bruciore e la traccia sparivano presto ma la memoria della energica punizione rimaneva per lungo tempo e sconsigliava nuovi atti di indisciplina.

Nei giorni in cui don Leonetto spiegava la lezione, era per noi una vera festa, tanta era l’arguzia con cui condiva ogni argomento che trattava fosse pure il più ostico e il più sgradito. Fornito di una memoria formidabile padrone assoluto della nostra lingua, egli riallacciava il discorso ai fatti più comici e lo condiva con citazioni sempre acute e divertenti. La sua dizione risultava piacevolissima a tutti noi che di solito lo stavamo ad ascoltare a bocca aperta. Durante queste lezioni era perfino consentito di abbandonarci ad una certa composta libertà ma guai a farsi sorprendere a pensare distrattamente ad altro, magari, all’ultimo nido di cardellino scoperto sui platani costeggianti la salita della chiesa! Il “castagnaccino” era lì, in agguato, pronto a schiacciare con un colpo solo i nostri pensieri profani ed anche il nido di cardellino con le uova e tutto!

Quando invece era giornata di interrogazioni, il clima era assai diverso. II maestro chiamava cinque allievi a caso, li convocava a semicerchio davanti alla sua scrivania poi incominciava il suo interrogatorio che si svolgeva all’incirca così:
«Dopo la morte di Cesare si formò un triunvirato da chi era composto?»

AI primo allievo a sinistra tentava la prima risposta e se questa non era abbastanza pronta o non conosciuta, si passava all’allievo accanto e così via finché i tre storici personaggi non saltavano fuori. Allo scolaro che per più volte faceva scena muta, era somministrato all’istante il terribile “castagnaccio” accompagnato da un cattivo voto e dall’ordine perentorio di ritornare a scaldare la propria panca. Lo sfortunato che, oltre la panca si sentiva ben scaldata anche la mano, mandava mentalmente a quel paese i “castagnaccini”, Cesare, Ottaviano, Lepido, Antonio e perfino Cleopatra!

Solo da grandi abbiamo capito che l’inesorabile punizione era data dal buon maestro a malincuore e come una cura assolutamente necessaria e al solo scopo di infondere nei suoi irrequieti allievi quel tanto di disciplina occorrente per imparare e per progredire.

SI FIRMAVA « BRUNELLO»

Oltre che profondo religioso scrupolosamente osservante, e oltre che ottimo insegnante, Don Leonetto Bruni è stato uno dei migliori enigmisti d’Italia. Collaborò come autore alle riviste più qualificate dell’epoca con giochi che anche oggi sono ritenuti di perfetta fattura. Alcuni di questi figurano sul famoso manuale di enigmistica edito da Hoepli. Si firmava col pseudonimo di «Brunello» ed era inesauribile nello scovare le più brillanti bizzarrie della nostra lingua, gli anagrammi più impensati e le sciarade più belle che metteva poi in versi per spedirle a qualcuna delle tante riviste alle quale era abbonato.

Anche come salutare di enigmi era formidabile e difficilmente i giochi più astrusi e le crittografie più ostiche riuscivano a resistere per molto tempo alla sua forza di penetrazione. Ma la sua passione più grande era quella dell’autore e i capolavori che combinava erano pieni di brio, di vitalità e di arguzia oltre che confezionati con una impeccabile veste poetica.

Sempre pronto a scherzare, il nostro “Brunello” accettava a sua volta gli scherzi che non superavano i limiti del lecito e della buona creanza. Ricordo che al congresso enigmistico di Livorno al quale anch’io, allora giovanissimo, partecipai e dove il maestro vinse, come al solito, numerosi premi (tra l’altro una penna stilografica d’oro posta in palio nientemeno che dal Papa) nessuno poteva mettersi a tavola se prima non trovava il proprio nome anagrammato e trascritto sopra un elegante biglietto collocato sul piatto di ciascun congressista. Ebbene, al posto destinato a “Brunello” si trovava la frase «un ebreo in letto» che, come si vede, è appunto l’anagramma di Leonetto Bruni.

Nonostante il fatto che la frase fosse un po’ cruda per un sacerdote, la faccenda finì con grasse risate.

Spregiudicato quanto poteva esserlo un prete dell’epoca, una volta ebbe a proporre a me e a Germano Rossi, suoi allievi prediletti in enigmistica, la stesura di un gioco basato sopra una frase a scambio di iniziali. Detto gioco avrebbe dovuto parlare di un povero giovane il quale era così follemente innamorato di una fanciulla da diventare addirittura pazzo per la cotta. (Zio Pietro, valente curatore dell’ottima rubrica enigmistica di questa nostra rivista, non svelare mai a nessuno, per carità, ciò che si cela «sotto il velame de li versi strani»). lo e il caro Germano, durammo un pezzo a ridere di questa inaspettata sortita ma più tardi non potemmo fare a meno di pensare che, almeno in quella occasione, un bel “castagnaccino” se lo sarebbe meritato anche il maestro.

«FILATE DIRITTI…»

Don Leonetto morì a Volterra (dove, negli ultimi anni della sua vita, si poteva vedere spesso all’allora caffè del Bruni, gestito da un suo fratello) nel 1935, a soli cinquantacinque anni.

Lasciò questo mondo all’improvviso, senza noiare nessuno, stroncato di colpo da quel male al cuore che l’aveva angustiato per tutta la vita. Appena giunse la tristissima notizia, io e Germano non volemmo attendere il treno e salimmo al «Poggio» a piedi, mesti e taciturni. La piccola salma, vestita impeccabilmente di nero come ai bei tempi della scuola, giaceva composta e serena sul grande letto bianco. Il viso era calmo e disteso come nei giorni migliori, pure da quel volto seraficamente sorridente sembrava trasparire l’ultima, benevola ammonizione: «Filate dritti ragazzi e mantenetevi buoni e onesti perché io sono ancora in grado di farvi assaggiare qualche altro castagnaccino!»

© Pro Volterra, PIETRO GAZZARRI
“Il Maestro Don Leonetto”, in “Volterra”