Non mi pare che l’inverno del 1943 fosse iniziato con temperature eccessivamente rigide, ma senza dubbio il freddo la gente lo pativa lo stesso, non tanto per la scarsa disponibilità di indumenti, quanto per l’insufficiente alimentazione. Le più comuni esigenze erano delimitate con rigore dalle carte annonarie: bollini per il pane, la pasta, lo zucchero, l’olio; bollini per le stoffe e i filati; bollini per i tabacchi. I bollini facevano aggio sulla moneta ufficiale e i generi di prima necessità valevano ancor più dei bollini. Una situazione di tale indigenza, che l’impulso fame e l’impulso freddo riuscivano a sopraffare ogni morale e perfino la paura, spingendo ad illecite azioni anche chi mai, in tempi normaIi, si sarebbe azzardato.

Premessa utile, se non necessaria, perché ciò sapendo, certi atteggiamenti possano essere, se non scusati, almeno compresi. E tante volte, comprendere, come dice il libro, è perdonare.

Il C.L.N., come asserisce Umberto Borgna, nel dicembre aveva assunto denominazione e riconoscimento ufficiale nell’ambito della sfera pisana, per contatti con personaggi che io non ho mai avvicinato. Tuttavia da parecchio tempo ero a completa disposizione di Umberto, né quindi mi recò meraviglia la proposta di entrare a far parte del Comitato, con attribuzioni a carattere militare, unitamente a Mario Basile, ragioniere del Penitenziario, Beppe Amidei farmacista e Cafiero Pini, dipendente del Manicomio. A onor del vero col Rag. Basile avevo poca dimestichezza, poiché abitava a Sant’Andrea e del Pini niente fino ad allora sapevo. Con Beppe Amidei, invece, la conoscenza datava da molto, sia perché la vicinanza della farmacia con Palazzo Solaini ci faceva incontrare infinite volte, sia perché proprio nella chiostra del Palazzo lui aveva il deposito dei medicinali, accanto a una stanza d’ingresso all’orto, stanza da me trasformata in laboratorio-tutto-fare, dove io trascorrevo molte ore del giorno.

Ovvie ragioni suggerivano di limitare al minimo i contatti fra noi: Umberto, che era il Presidente, avrebbe provveduto a trasmetterei gli incarichi; noi, a nostra volta avremmo eseguito e riferito a lui quanto poteva riguardare la nostra mansione, continuando naturalmente ciascuno l’attività professionale, necessaria in sé ed utile come mascheramento.

Prendemmo la parte sul serio, io e gli altri, ma fino dai primi passi dovetti accorgermi che in quel momento l’attributo «militare» sconfinava dalla comune accezione della parola. In primo luogo, il più ferrato in materia, fra i quattro, sembrava che fossi io, sia come di più lungo servizio in stellette, sia come più aggiornato sui mezzi combattivi. Sennonché la situazione non presentava alcuno dei requisiti che si potessero accostare in qualche modo ai tradizionali modelli sui quali ero stato a suo tempo istruito. Non c’era armamento che potesse dirsi tale, non c’erano elementi cui poterlo affidare, mancava ogni più embrionale collegamento con gruppi similari, e soprattutto mancava un qualunque progetto, sia pure di massima, proiettato in un futuro, vicino o lontano che fosse.

Il 12 dicembre il Fascio repubblichino s’era ufficialmente ricostituito, con a capo gli elementi già ricordati e già forte d’una Guardia Nazionale Repubblicana (G.N.R.) armata, se non bene, più che a sufficienza per dominare incontrastata la piazza, specie tenuto conto dell’appoggio tedesco. Impiantata sulle scorte della preesistente Legione M.V.S.N. (Mai Visto Sudare Nessuno) accoglieva anche gregari dalle località del comprensorio che man mano affluivano alla rinfusa: forse qualcuno per fede, ma la quasi totalità per sbarcare in qualche modo il lunario, ché lì si mangiava, e s’era pagati, e s’aveva un’occupazione di poca fatica e «rispettata» al riparo fra l’altro da un reclutamento per lavoro coatto, magari dalla Organizzazione Todt, magari da un trasferimento in Germania. Motivi tutti, in quel momento, di accentuata pressione, fra i quali l’etica fascista vecchia o nuova che fosse, c’entrava come il cavolo con le quarant’ore.

Ma insomma, c’erano, e disponevano d’una vasta caserma in Piazza della Dogana, e disponevano di armi e munizioni a cascare. E poi avevano autocarri e benzina e sigarette e scarpe di cuoio e quattrini: quanto bastava per sentirsi importanti come non erano mai stati. Ripagavano tutto quel ben di Dio sbattendo i tacchi nel saluto romano e sfoggiando andatura marziale: facile tutto questo perché la guerra vera era ancora laggiù lontana, nel mezzogiorno, e nessuno di loro ci pensava seriamente.

Arrivarono a un 150 fra tutti, compreso un distaccamento d’una trentina, di stanza a Piombino. Un buon sessanta per cento di volterrani, e gli altri dei posti vicini. Per un po’ di tempo si poteva aggiungere un piccolo gruppo distaccato direttamente da Pisa e acquartierato in S. Lino.

Sembrerà strano, ma i peggiori erano proprio quelli di qui.

Continuava intanto, sia pure con meno frequenza, il rientro degli sbandati, specie di quelli sorpresi dall’armistizio in località lontane del territorio nazionale, che erano riusciti a superare difficoltà d’ogni genere: cattura e fuga, chilometri, e chilometri, e chilometri a piedi.

Tornavano e anch’essi, come chi li aveva preceduti, per il bando Graziani, si trovavano davanti al crudo dilemma: arruolarsi di nuovo, o non arruolarsi? Le facili previsioni di Umberto si stavano avverando. Agli antifascisti già individuati si aggiungevano ora i renitenti al bando, braccati dal Maresciallo Raciti e dai militi. Ed era tutto un nascondersi, uno sparire dalla circolazione, cercando rifugio presso parenti e amici sperduti nelle campagne, così su due piedi, lasciando in tronco il lavoro, la famiglia, la casa.

Nacque in tal modo uno dei più gravi problemi che il C.L.N. dovette affrontare: aiutare nella sopravvivenza chi era in stato di bisogno, evitando che il latitante, talvolta unico sostegno della famiglia, fosse costretto a presentarsi, che i repubblichini non esitavano davanti al ricatto: in primo luogo erano loro che distribuivano le tessere alimentari; in secondo luogo, il ricercato prima o poi avrebbe dovuto far capo a casa, o per affetto o per bisogno; infine, traendo profitto da abbondanti lezioni, potevano ricorrere, e ci ricorrevano, al sequestro di familiari perché rivelassero i nascondigli o perché, trattenuti in ostaggio, costringessero i ricercati a venir fuori.

Assistere quanti di loro si trovavano in tale stato, con viveri, denaro e indumenti si presentò subito come impassibile senza il ricorso all’aiuto di altra gente. Aiuto che non mancò e che fu invero generoso, specie considerando che chi offriva si privava del necessario, stretto e insostituibile.

Naturalmente i primi a soccorrere erano i più vicini, o di casa o di lavoro, In una gara commovente di quella fraternità che sboccia nella comune sventura. Si distingueva soprattutto la periferia e in particolare i Borghi di Santo Stefano e di San Giusto. Ma, finché avulsi dal centro urbano, costituivano isole circoscritte nelle possibilità mentre di giorno in giorno i bisogni crescevano e dilagavano.

Il C.L.N. intravide subito la necessità di un’organizzazione che sensibilizzasse uno strato più esteso. Nacque così un Comitato femminile le cui aderenti, Lola Bardini, Rossana Modesti, Alma Magnano, Silvana Simoncini, ben presto seguite da Ada Mannucci, Mirta Consortini, Ilia Giudici, Milena Pineschi, Bice Bertini, Marcella Melani ed altre numerose, le quali instancabilmente si diedero a tessere una trama sottile, e sempre più vasta, per raccogliere, trasformare e convogliare là dove maggiormente occorreva.

Ognuna, nella sfera delle proprie conoscenze, chiedeva, e quanto poteva ottenere era sempre benvenuto. Si faceva sentire soprattutto la mancanza d’indumenti robusti e pesanti e a ciò cercavano di porre rimedio riattando vecchi panni: ancora servibili. Difettava ormai da molto la lana, invano sostituita da autarchiche fibre, sintetiche o meno, quali di latte, di ginestra, d’ortica, di vetro. Pian piano materasse guanciali si assottigliavano per i frequenti prelievi: erano riapparse le vecchie conocchie e i fusi prillavano nell’attorcere il filo; vecchi filarini erano discesi dalle polverose soffitte ed altri nuovi ne avevano approntati industriosi artigiani.

Gomitoli e matasse di filo prezioso giungevano in Via Nova, in casa della Melani, dove le ragazze lo trasformavano in calze e maglioni. Né mancava loro l’aiuto, a casa, delle mamme e delle nonne, che volentieri si prestavano a sferruzzare, perché «quei poveretti» non patissero il freddo.

La Magnano e la Modesti, poi, passando proprio davanti ai tedeschi, provvedevano al recapito nei Borghi; ma non solo delle calze di lana! La llia, allora quasi ragazzetta, ricordava quanto batticuore provasse nel passar di Vallebona insieme alla Magnano, tenendo infilata al braccio una sporta di spesa e dentro una pistola di quelle vere.

A San Giusto anche il Parroco Don Mugnaini era dei nostri e là con la Lola Bardini e la maestra Flora Agnorelli veniva organizzato l’espatrio di chi correva pericolo. Mario Giustarini era la guida ufficiale, ma poteva essere sostituito in caso di necessità dalla Lola, o dall’Alma o dalla Rossana, anche meno sospette, che ormai conoscevano le strade e più volte le percorsero, portando denari, indumenti, notizie e quant’aItro fosse loro affidato.

Ben presto, però, si profilarono altri aspetti del problema: non era possibile restare nascosti in eterno e se la fame, o il freddo, o la malattia non fossero bastati a stanare il latitante, premurosi informatori, e ce n’erano tanti, avrebbero provveduto a mettere sulle sue tracce i repubblichini. Come risultò pure evidente che, isolato, ciascuno si presentava indifeso e indifendibile.

Sull’esempio di altre zone dove già infuriava il conflitto, si ritenne di maggiore protezione e di futuro più utile impiego il raggrupparli in luogo di non facile accesso, se pur non troppo lontano dalla Città.

I fitti boschi di Tatti e di Berignone, che si estendevano a perdita d’occhio fino a Castelnuovo, alla Carlina, a Montieri, e a cui facevano corona fattorie e paesi, apparvero subito come i più adatti. Così, spontaneamente o per suggerimento del C.L.N. molti là si diressero e s’incontrarono e s’unirono in gruppo, a cui man mano si aggiunsero coloro che, pur non ricercati per obblighi militari, lo erano e più per ragioni politiche.

E qui ebbi la prima delusione: fattomi guida a due, soggetti al richiamo per effetto del bando, li accompagnai un Sabato là dove in precedenza avevamo reperito e riattato i capanni. Ma già l’indomani s’era sulla via del ritorno, tutti e tre, perché loro, sulla paglia, non ci avevano mai dormito, neppure da soldati. Di uno, non so, ma l’altro, poco dopo, era di nuovo in divisa.

Comunque la cosa ebbe seguito e si sviluppò e crebbe, fino a dar vita al gruppo partigiano di cui altri potrà parlare, se vuole, ché io intendo limitarmi solo a quel che avveniva in Città, o poco lontano.

La raccolta di armi procedeva stentata perché non ce n’erano quasi più: mi perveniva qualche pistola guasta, ch’io, improvvisato armaiolo, cercavo di riparare e che poi nascondevo nell’orto, dentro vasi da fiori o nelle buche delle torri. Correvano anche voci di favolosi arsenali, nascosti da nostri reparti prima di sbandarsi e ricordo che una volta Cassola e Cùccheri fecero una vera maratona, fin verso Riparbella, dietro informazioni in apparenza sicure. Mi assillava il pensiero di come farle entrare in Città, e dove nasconderle e a chi affidarle, quelle armi. Sembrava si potesse trattare anche di mitragliatrici ed era una faccenda complessa e rischiosa e non riuscivo a venirne a capo. Poi, o loro giunsero tardi, o le informazioni erano errate, e iI problema si risolvette da sé.

Qualche moschetto modello ’91 in piena efficienza mi giunse tramite Beppe farmacista, che sembra li ottenesse dai carabinieri, dei quali alcuni, già fin d’allora, mal sopportavano le angherie del Maresciallo Raciti; ma se mi avessero detto che li aveva addirittura comprati da militi della G. N. R., la cosa non mi avrebbe eccessivamente stupito. Perché anche lui, fino a poco prima della caduta del Fascismo, era stato uno di «loro», con un entusiasmo quasi fanciullesco che lo aveva spinto fino a brigare a tutti i livelli per potersi fregiare del distintivo rosso a losanga, ambito riconoscimento degli «antemarcia». E c’era riuscito, e l’aveva fatto imprimere anche sui biglietti da visita, dimenticando e facendo dimenticare che all’epoca dei «fatidici eventi» lui era soltanto un ragazzo e per di più claudicante.

Umana debolezza!

Molto dopo, a guerra finita, gliene mostrai uno, di quei biglietti, e amichevolmente lo sottoposi a un ricatto, in farmacia:

«Cinquecento lire di sovvenzione al “Porcellino” (il mio giornale), se lo rivuoi. Sennò lo pubblico e ti faccio arrossire dalla vergogna.»

Accettò ed io gli consegnai il cartoncino, che lui subito fece a pezzetti; e non gli dissi che ne avevo trovati addirittura una scatoletta di cento e che li avevo bruciati, risparmiando soltanto quell’unico esemplare.

Beppe era ben dotato come parlantina, faccia tosta e senso degli affari, specie se suoi, ma come socio-cospiratore era di un’imprudenza spaventosa. A parte che in piena Piazza mi spifferava a gran voce (e allora non ero sordo) fatti e nefasti dell’organizzazione, ricordo che una volta, per recapitarmi un fucile, lo adagiò in una cassetta da imballaggio e caricò il tutto sul groppone di Indiano, il suo aiutante e … manutengolo.

In pieno giorno, lui avanti e io dietro, a fare da retroguardia, vigile e sospettoso. Chiuso l’uscio di «bottega», in chiostra, aiutai a scaricare e per poco non mi venne un accidente: la cassetta non aveva coperchio, e nel tratto, sia pur breve, di Via Buomparenti, da una qualunque finestra, comprese quelle del Comando della Milizia che aveva sede sopra gli uffici della nostra Cassa di Risparmio, avrebbe potuto vedere qual tipo di medicine trattasse la farmacia.

A notte, nell’orto, mentre Antonietta sorvegliava le temute finestre della Bianca e deII’U.P.I., io mi spellavo le mani a spicconare. Per l’appunto, nello scavo avevo inciampato in un maledettissimo rudere antico, che mi fece sputare i polmoni e maledire, con l’archeologia, anche tutte le glorie edilizie degli antenati. Infine quell’arnese, vestito di grasso e di carta oliata, nella sua brava cassetta, con sopra un palmo di terra, ci permise di andare a dormire.

© Pro Volterra, LORENZO LORENZINI
“Il male, il malanno e l’uscio addosso”, in “Volterra”