La Pasqua del 1944 cadeva il 9 d’Aprile e i dieci giorni che la precedettero per me e molti altri ebbero momenti da non dimenticare facilmente.

Antonietta faceva scuola a Ponsano e il sabato primo aprile, pensò, di fare una scappata a casa. Si sarebbe trattenuta fino a domenica, lunedì sarebbe tornata a scuola per soli tre giorni, e poi sarebbero iniziate le vacanze pasquali. Ci s’era precedentemente accordati e così, nel pomeriggio, saranno state le quattro, le quattro e mezzo, ero quasi a Roncolla, per andarle incontro.

All’ultima curva, che precede la villa, mi supera un camion pieno di militi: a cassetta c’era il Gatto, che mi vide e mi riconobbe, come di certo mi riconobbero gli altri. Ma probabilmente a nessuno venne pensiero diverso che io andassi incontro a mia moglie, che del resto avrebbero incrociato pochi secondi più tardi.

Infatti la raggiunsi al cancello del piccolo Cimitero che dà sulla strada. Anche lei a piedi e così affiancati, dopo quei pochi metri di pianerottolo, si attaccò la salita. Camminando mi consegnò quanto in precedenza le avevo richiesto: un disegno abbozzato della Casa del Vento, dov’era acquartierato il reparto della milizia, e le indicazioni di quanti erano, e che cosa facevano di solito, e come apparivano armati. Sembrava disponessero anche di un piccolo pezzo d’artiglieria.

Poco dopo le cinque s’era già sul Poggio: lei andò a casa ed io portai il foglietto a Umberto, che mi aveva dato incarico di quelle informazioni. Le giornate erano assai lunghe e mi c’entrò più volte percorrere le vie del centro talvolta fermandomi a parlare, come sempre, ora con l’uno, ora con l’altro. Rincontrai anche il Gatto e anche lui mi vide. Saranno state le sette.

La sera alle nove quei due, e non m’è mai riuscito ricordare chi fossero, mi vennero a prendere a casa e m’invitarono a seguirli alla sede del Fascio, in Piazza, «per informazioni».

Nello scender le scale, al lume di cerini che accendevano loro, mi frullava per capo una ridda d’interrogativi e di idee che non riuscivo a ordinare. La più corta, sarebbe stata uno spintone per uno, che io le mie scale le sapevo fare anche al buio, e tagliare la corda. Ma subito cambiavo idea: – Allora loro pensano d’avere indovinato – dicevo fra me – e ogni mia attività, non solo è finita, ma se perquisiscono in casa, ci trovano anche Tobia. E anche quella roba, dài e dài, ce la fanno a trovarla, e allora son guai. Meglio, ora, fare lo gnorri e I’offeso, e poi si vedrà. Ma che diavolo vorranno da me?

Proprio non mi raccapezzavo. Antonietta mi aveva accompagnato e senza rendermi conto mi trovai nel salone d’ingresso, su al primo, piano, e, qui i miei due angeli custodi ci lasciarono per eclissarsi nell’ufficio dov’erano riuniti i gerarchi.

In attesa c’era diversa gente ed aleggiava un’aria di fermento: un parlottare, un gesticolare eccitato e appena al mio arrivo, un’accoglienza dì sguardi ostili, come già il mio nome fosse associato a qualcosa di losco, ma molto losco.

Alle dieci, all’undici, s’era ancora lì, senza che nessuno ci avesse musato, ma in quel frattempo, fra brindelli di conversazione, sfoghi e frasi ammezzate, si venne a sapere cos’era accaduto.

Bernardino, un volterrano che per ragioni politiche era stato processato e condannato a Firenze, doveva essere riportato sotto scorta a Volterra proprio quel giorno. Sarebbe arrivato con la Sita della sera, ma i partigiani l’avevano saputo (poi Antonietta si ricordò che anche lei, sulla Sita, proprio quella stessa mattina, ne aveva sentito parlare dai militi, e aveva sentito anche il nome) e aveva deciso di liberarlo bloccando il torpedone a Spicchiaiola. Sennonchè per un contrattempo il prigioniero non era partito e fra la gente era tornata soltanto la scorta, il Giorgi, un sergente della milizia, e quello dell’U.P.I., che stava in casa nostra. Tutti erano stati fatti scendere e sopra c’era rimasto soltanto il Giorgi. A mani in alto gli era stato intimato di uscire, ma appena sul montatoio una raffica di mitra lo aveva freddato.

E’ vero ch’era ancor vivo il risentimento dì Montemaggio, ma quanto accaduto faceva senso anche a me, e non riuscivo a farlo quadrare neppure nell’atmosfera di guerra. Così a freddo, sia pure un milite… poi, a mani alzate e davanti alla gente.

Anche in seguito, non ero il solo a provarne disagio.

In compenso, lì nel salone, mi si chiarirono i tanti interrogativi che fino ad allora erano rimasti sospesi. Ero lì per quel fatto, il Gatto mi aveva trovato a Roncolla, che andavo in giù; ma sempre il Gatto e tanti altri altri mi avevano visto fino alle sette in Città, proprio alla stessa ora dell’accaduto e quindi non si poteva attribuirmi materiale responsabilità dell’accaduto.

Via via, che si dipanavano supposizioni e pensieri mi sentivo più tranquillo e i miei nervi si distendevano permettendomi di preparare le risposte ad eventuali domande pericolose, facendo l’offeso, magari alzando la voce. E intanto mi davo ragione, di non aver obbedito all’impulso della fuga, che mi avrebbe decisamente compromesso e bruciato.

A mezzanotte ero sempre lì: nessuno s’era curato di me e forse, se me ne fossi andato, non sarebbe successo più nulla. Dietro l’uscio i gerarchi sapevano che io c’ero, ma dovevano anche sapere che non avevano messo le mani su chi gli premeva, e che in quella faccenda era difficile farmici entrare. Ma insomma, meglio che nulla… E poi chissà?

Dall’uscio vennero fuori il Cheli e Gino Bagnoli, tutt’e due in divisa:
– Bisogna che tu venga con noi.
– Dove?

– AI Maschio. L’hanno deciso loro.

Antonietta strepitò, tempestò; voleva parlare con qualcuno, ma non la vollero ricevere. Poi fu accompagnata a casa e io mi avviai con quei due.

Non mi riusciva prender la cosa sul serio. Il Cheli lo conoscevo abbastanza bene, come tanti altri, ma con Gino, fin da ragazzi, e poi anche da giovanotti, s’era stati amici, ma proprio amici, da passare insieme intere giornate, e da dividere sempre quello che ci s’aveva. Ed ora… una situazione paradossale che ci dava malessere, anche se per romperlo si provava a parlare. Ma non si sapeva che dire.

I nostri scarponi chiodati rimbombavano nel notturno silenzio di Via Nova, e nel capo mi frullava di nuovo l’idea dì scappare.

– O Gino, pensavo di dire, io bisogna che me ne vada.
E lui, di certo mi avrebbe risposto: – Mah? Vai, noi gli si dice che ci sei scappato.
E io: Semmai vi do uno spintone…
Ma una voce interna mi suggeriva che sarebbe stato uno sbaglio, e non conveniva.

S’era giunti in cima alla Rampa e furono loro a picchiare al portone con qualcosa di duro, forse un sasso raccattato per lì.

Mentre si aspettava rufolavo in tutte le tasche:

– Accidenti non ci ho più da fumare.
Con mossa rapida l’uno e l’altro tirarono fuori le scatolette rosse di “Macedonia Extra”, di quelle col bocchino d’oro, un lusso.
– Tieni.
– Grazie, ma come faccio a rendervele?
E qui, il colmo: – Ce le renderai quando sarai te, a portarci dentro.

Gli detti la mano a tutt’e due, e in quel momento s’aprì il portone.

A questo punto si presenta opportuno tornare al lontano 29 settembre del 1945, a guerra finita, e dal n. 4 de «Il Porcellino», che certamente più d’uno ricorda, rilevare impressioni senza dubbio più vive, perché fissate su carta poco dopo gli eventi.

SINFONIA DI SBARRE E DI CANCELLI

(Allegro)

Tramestio di chiavi, stridori di cancelli, moccoli notturni a mezz’asta e, finalmente, il tondeggiante sorriso d’una pistola, tutto per me. Sotto gli sguardi stupiti di persone a me note, un librone, due firme, un saluto impacciato, il «clic» beffardo di un cancello di ferro.

Il Comandante delle Guardie (brav’uomo!) mi guarda. «Lei qui? E perché?» e giù, una scarica di improperi all’indirizzo dei due armigeri e di chi ce li manda e di chi ce li vuole. Rimanemmo una mezz’ora e forse più a sfogarci davanti al librone. «683». Dunque, io sono il 683?

Nel frattempo cortesi Custodi, con commovente premura si davano a sistemare per me la cella migliore procacciando coperte e tentando di domare quel mio pagliericcio ribelle e angoloso.

Con un «Buona notte… se le occorre qualcosa mi faccia chiamare» il Comandante mi lasciò. I Custodi mi pregarono di perquisirmi da me ed io lo feci. Mi rimase inavvertitamente solo uno spillo ma credo che se avessi avuto per le tasche una sega a nastro, la scala Porta e un rotolo di fune, quella brava gente non avrebbe voluto vedere. Rimpiansi poi solo la cinghia dei pantaloni la cui mancanza mi diede fastidio ma ormai.

Mi addormentai subito, ridendo della novità, né mi destò al mattino I’Agente di turno che mi vide e pian piano richiuse il cancello e la porta.

(Andante)

Ma non risi più davanti alle sbarre dell’alto pertugio, al cancello di ferro e alla porta ferrata.

Per non dare troppo campo ai molesti e scoraggianti pensieri che spontanei nascono dalla forzata solitudine, mi dedicai al minuzioso inventario della mia residenza. Oltre allo spillo salvato, avevo a disposizione la branda con relative coperte (ogni coperta è decorata con un disegno di 27 righe tutte differenti), un boccale di coccio, una brocca di coccio, un recipiente turato, pure di coccio e, purtroppo, sempre presente. Oltre a ciò un granatino di pochi peli e un bel chiodo di 6 centimetri, infilato nel muro ma spostabile a qualsiasi buco si volesse. Dimensioni del vano: passi grandi 3×5; piccoli 4×6, ½; pedine 6×14.

L’arrivo del pranzo mi scoraggiò: con l’occhio fisso nelle profondità misteriose di quella broda di fave e d’altri ignoti ingredienti, provai l’oppressione dei quattro muri e dei serrami di ferro, mi sommerse la solitudine, mi sentii vuoto nel vuoto. E’ stato quello, credo, il momento più triste della mia vita.

Mi scossi soltanto quando più tardi, inatteso, da fuori mi giunse il cibo che mi mandavano i miei e solo allora mangiai. Bastò però questo fatto perché mi sentissi di nuovo collegato col mondo e da quel momento mi cadde da dosso e per sempre l’opprimente sconforto.

E’ strana la vita in prigione. La forzata inattività del corpo porta ad un intenso lavorio del cervello, e così ho pensato senza sforzo per ore, ho rivisto sfilare sulla bianca parete di fronte le scene più lontane della mia vita, ho seguito a occhi aperti visioni di sogno, assente come il fatalista fumatore di oppio.

Sì, ho sognato, di tempi lontani, ho rivissuto le quattrocentesche vicende di guerra e di sfarzo, ho rivisto i Castellani di questa nostra Fortezza nei variopinti costumi, ho udito fragore di alabarde e di corni fra i sommessi bisbigli della Corte Medicea, nella Congiura dei Pazzi. Ed ecco il Ferrucci, il fiero odiatore dei tiranni, che dal Cammino di Ronda cerca il vile Maramaldo e la sua voce imperiosa copre il crosciare dell’armi.

Intanto le mura massicce, insinuanti e pietose, mi parlano di vivi sepolti nelle segrete, di infami calunnie, di libertà conculcate, di amori infelici. Sono maledizioni sospiri, invocazioni, e con le innumeri voci mi giunge quella dei Lorenzini, di Lorenzo e di Stefano che, pur dopo quasi vent’anni di pena in quell’«orribile marcitoio», fieri, mi dicono di non piegare da servo.

Un rumore reale mi richiama dai sogni. E’ un cancello lontano che cigola tre battute d’un pezzo che più non ricordo, e ad esse tengono dietro gli ordini non ancora compresi di una campana. Mi accorgo solo ora della grande importanza dei suoni che qui tengono luogo di vista. Seguo l’andirivieni nervoso o annoiato dell’inquilino di sopra, riconosco dai passi il Cappellano Prof. Cavallini che, malizioso mi dice che gli è proibito parlarmi e che i miei stanno bene e domanda se nulla mi occorre. Sento anche frequente il tintinnare delle chiavi e i passi pesanti del pranzo che arriva o dello «Zi’ Beppe» che parte. E ancora passi, passi marcati di chiodi o chioccolanti di zoccoli, e ognuno mi dice che fuori si vive. Il rumore di una scala a pioli posata per terra, eloquente come la triste barella di Don Rodrigo, mi avverte che si provano le sbarre e tosto risento quel malinconico trillo di crome e bisicrome che avevo nella memoria già da prima, per dir così di averlo toccato con mano.

Ecco finalmente il «passeggio»: prospettiva profonda di corridoi e di cortili sotto il benevolo sguardo di carcerieri corretti e cortesi come pizzardoni di Siena. «Prego, di qua. In fondo. Numero 12». E’ un’altra celletta anche questa, ma inondata di sole, sotto la volta del cielo. E anche qui ti trovai, o Picci, mio amico dolorosamente scomparso, ridente, sereno, come sempre nei nostri lunghi colloqui. Ricordi? E mi parlasti scanzonato e burlesco e forse, chi sa, quel tuo sorriso che anche oggi rivedo, valse a rendere il mio più sincero.

(Rondò)

Sabato Santo, festa del sole, allegria di campane che attraverso le sbarre invade la cella. Ore impazienti che sembrano anni, minuti che sembrano ore, ed eccoci fuori.

Cioè non fuori. Allineati nel cortile, irrequieti come scolaretti in vacanza, attendiamo si schiudano i cancelli e il portone mentre frizzi vivaci corrono fra noi. Ma forse in quel momento non erano sinceri: fuori le mamme, i nostri bimbi e le spose, in trepida attesa, sentivano nel cuore il troppo lento stillare del tempo.

Ricordo anche voi, Palumba e Basile, e voi tutti, amici Custodi, che festanti e commossi faceste ala al nostro passaggio.

Una volta fuori un frullo di abbracci, un luccicar d’occhi, un chiacchiericcio serrato che sommerge all’istante le pene passate, lo sconforto e i timori.

E in quel momento più ancora ti ho amato, mia vecchia Volterra che hai trepidato per noi, che ci hai compresi e protetti, che sempre ci hai fatto sentire la tua affettuosa presenza.

© Pro Volterra, LORENZO LORENZINI
“Un po’ in prigione ma quasi per celia”, in “Volterra”

In tutto quel tempo, nessuno dei miei giudici mi aveva cercato, o fatto domande, o s’era preso la briga, di spiegarmi perché fossi lì, quasi ci fossi andato di mia iniziativa. Nello stanzone dove si era riuniti, in attesa di uscire, c’era anche il Gatto che mi s’era avvicinato e mi aveva detto piano, quasi in tono di scusa: – So che te credi che sia stato io… Gli avevo risposto forte, ma a muso duro: – E a chi devo pensare, al padre guardiano?