Che fosse mercoledì e se n’avesse cinque del mese di luglio lo posso desumere soltanto da quel Diario che a punta secca stilò il Can. Cavallini, e che rimane oggi forse l’unico prezioso documento a testimoniare di quei giorni da Apocalisse. Si sono accavallate tante e poi tante vicende, da cancellare dalla memoria di attori e spettatori ricordi e impressioni che al momento potevano sembrare indelebili.

Il servizio di Croce Rossa che dirigevo sotto la loggia dell’Ospedale e che aveva preso l’avvio dallo scoppio della Caserma, esplicava giorno per giorno l’attività richiesta dalle più impellenti necessità, nell’arco consentito dal coprifuoco.

S’era sempre i soliti, per dir così, in pianta stabile, anche se per certe occasioni altri si prestavano momentaneamente a dare una mano. E vorrei ricordarvi tutti, ma la memoria qui mi tradisce, e per quanto ripetutamente mi sia rivolto per aiuto a chi c’era di certo, nella speranza che meglio ricordasse, ho trovato dovunque un vuoto più ampio del mio.

Di sicuro c’erano allora: Giulio Bartolini (allora Cavaliere), Nino Cappellini (più noto come Pellegro), Persia e Bruno Dello Sbarba, Walfrido, Enzo e Silvano Fivizzoli, Pier Giovanni Nannini, Mario Rossi (Commendatore), Pietro Ricciardi, Aroldo Papalini, il Dottor Piero Marsili, Piero e Giorgio Capecchi, Renzo Cavallini, Vezio Gabellieri, Senio Dello Sbarba, il Dottor Vezio Giusti, Valentino e Marcello Cossio, Ivo Marrucci, il Notaro Rabagli.

In una stanza dell’Ospedale esplicavano preziosa attività assistenziale Bice Bertini, Isabella Inghirami, Luciana Ciapetti, coadiuvate all’esterno da altre, fra cui mia moglie e sua sorella lIia.

Forse c’era ancora qualcuno e mi scuso se non ne ho serbato ricordo, forse perché era impegnato in uguale mansione, ma facente capo ad altro raggruppamento col quale non era stato possibile stabilire contatti.

Nel rievocarla, dunque, quella mattina del cinque comincia con una immagine nitida, ma come istantanea, quasi fotogramma ritagliato da un film: Giulio Bartolini ed io, con la vecchia volantina a mano della Misericordia, in corsa, giù per Via Franceschini.

Saranno state le sette, e sotto la loggia dell’Ospedale non c’era rimasto nessuno, tant’è che tutti gli altri, non appena saputo, s’erano precipitati in Borgo Santo Stefano. Così s’era rimasti ultimi io e Giulio, e ora si portava quella lettiga a ruote, unico mezzo di Soccorso restato, perché i tedeschi s’erano portati via ogni automezzo dalla Misericordia, perfino il carro dei morti.

Non c’era stato tempo di far congetture né di organizzare qualcosa: l’informazione pervenuta, concisa come un telegramma, trattava di un crollo avvenuto nel Borgo, di gente sorpresa nel sonno, travolta e sepolta sotto le macerie, di soffocate invocazioni di aiuto.

Di come s’arrivò sul posto non saprei dir nulla, se non che la strada era assolutamente silenziosa e deserta, ma sentivo dentro di me agitarsi un sentimento di irritazione che nel rimuginar dei pensieri si dilatava e inaspriva fino a diventare accusa rabbiosa. Ma come? – mi domandavo – è successo ieri notte fra le dieci e l’undici, e ora sono le sette della mattina dopo, e noi s’è saputo soltanto ora. E quei disgraziati, là sotto, quelli ancora vivi, che da più d’otto ore chiedono aiuto. Ma perché non sono intervenuti subito, quelli vicini di casa, quelli che avevano saputo per primi? C’era il coprifuoco, è vero, ma proprio lì accanto, alla Scuola d’Arte, c’era il Comando Tedesco. Qualcuno poteva arrivarci e il permesso, in un caso del genere, l’avrebbero avuto di certo. E se gli pareva d’essere in pochi, e se ci volevano i medici, e da portare feriti all’Ospedale, perché qualcuno non è venuto in su, che l’aiuto non gli sarebbe mancato?

Non sapevo darmi risposta, ma bollivo di rabbia.

Sul posto, nel tratto di strada che incomincia a spianare, c’era già parecchia gente, chi sbigottito, chi affannosamente impegnato a procurare attrezzi, lenzuoli per coprire i poveri morti già dissepolti, a comporli su carretti a mano.

Qui, lasciata la volantina, persi di vista anche Giulio. Dall’archetto di Via della Penera, scavalcando un muricciolo in gran parte franato e attraverso un orticello fui subito sul cumulo delle macerie dove altri, non molti, che lo spazio fra l’altro non lo consentiva, affannosamente e a un tempo con somma cautela, rimuovevano quel groviglio di travi e di reti da letto e di sfasciame di mobili.

Qualcuno mi porse un elmetto e me lo misi; l’avevano anche gli altri e c’era il motivo, perché in alto erano rimasti alcuni travicelli del tetto e sostenevano parte di un pencolante solaio che scopriva attraverso i mattoni sconnessi l’azzurro del cielo.

Non saprei dire chi c’era sul luogo, né quanti, ma vi regnava un’attività febbrile e nello stesso tempo silenziosa. Gli attrezzi giacevano abbandonati in un canto. Nessuno se la sentiva di usare pala e piccone. Panieri corbelli ed altri recipienti venivano riempiti di calcinacci e rottami, scavati a mani nude, e qualcuno, camminando con estrema cautela li scaricava a poca distanza. DI tanto in tanto, e poi ogni poco, un gesto faceva sospendere il lavoro e zittire le poche parole che in tono sommesso ci si poteva scambiare. E in quei momenti di silenzio assoluto ogni orecchio era teso e ogni cuore sospeso, nella speranza di percepire ancora un sia pur lieve segno di vita che giungesse attraverso i detriti.

Poi, di nuovo a raspare.

Prima ch’io fossi arrivato era stata estratta viva una bambina di pochi mesi (poi seppi che si chiamava Graziella e che Mario Rossi l’aveva portata subito all’Ospedale) protetta nel precipitare dal corpo della mamma, non assistita da uguale fortuna, che una grossa trave l’aveva uccisa. Intanto teneva viva la speranza il fioco lamento di un bimbo, che nelle pause di silenzio ancora si udiva e faceva moltiplicare gli sforzi e cautela. Fu inutile, quando finalmente lo tirarono fuori dava gli ultimi segni di vita, e neppure Vezio Giusti per quanto immediatamente facesse poté prolungarglieli.

Da un paio d’ore portavo avanti il compito che m’ero assegnato e consisteva nel disseppellire una donna, ormai morta, caduta, almeno in apparenza in posizione verticale e serrata dai tomi fin sotto le ascelle. Una povera cosa di età matura, grigia dai capelli alle vesti che la ricoprivano ancora, quasi il sonno l’avesse sorpresa mentre il timore non le consentiva di coricarsi.

Il corpo era ancora caldo e continuamente lo spostavo ora su un fianco, ora sull’altro e continuavo a raspare con le mani e a buttar via calcinacci, da li.

Ero solo nella triste bisogna: degli altri ciascuno aveva il proprio daffare.

Sempre mi aveva fatto senso Il solo vedere un cadavere, ma in quel momento non provavo ribrezzo alcuno a stargli accanto, né a toccarlo, né a stringerlo fra le braccia; semmai, sentirlo ancora tiepido mi riaccendeva il rancore, verso chi, non sapevo neppure, e il pensiero che forse, se giunti prima…

L’avevo liberata fino alle anche, avevo le unghie tutte spezzate e le mani sanguinanti, ma neppure mi sfiorava il pensiero d’essermi accinto a un’impresa impossibile a realizzare da solo.

D’un tratto, verso la Scuola d’Arte, quanto dire a due passi, tre, quattro schianti in rapida successione, lacerarono l’aria.

Era quel maledetto cannoncino semovente che, dopo il luttuoso scoppio della Caserma, rappresentò per Volterra forse la più grossa sciagura, se non di tutto il conflitto, certamente degli ultimi nove giorni. Si spostava di continuo: da Sant’Andrea a Vallebuona, alle Mura, a San Giusto. Sparava qualche colpo e subito si spostava di nuovo, provocando la reazione degli Alleati i quali, da Scornello e Mazzolla erano costretti a ribattere, colpendo una città che per loro era priva d’ogni interesse strategico, che sarebbe certamente caduta da sé, senza fare una vittima, con quella manovra di accerchiamento lungo le valli dell’Era, del Cecina e del Ragone, come avvenne in effetti poco dopo.

Immobili, ci si guardava stupiti, e ognuno già sapeva che cosa sarebbe successo fra pochi istanti, né si fece attendere. A malapena s’era spento l’eco degli spari tedeschi, che già s’udivano i noti fischi e il cielo si costellava di nuvolette. Senza che fosse scambiata parola si sparì tutti come un branco di passeri, chi nei vicini improvvisati rifugi, se li conosceva e se c’era posto, chi come me, sotto la volta di Via della Penera, al riparo almeno dal grandinar delle schegge.

Alla prima pausa del bombardamento rieccoci all’opera, più volte interrotta e di nuovo ripresa, intercalata da rapide fughe per nuove salve d’artiglieria. Il luogo s’era ormai fatto estremamente pericoloso, sia per le gravi lesioni dei muri, sia per i mattoni del tetto in bilico, sui travicelli che le vicine esplosioni avevano reso più instabili ancora. Il calore del sole già alto e l’estenuante fatica ci stavano fiaccando mentre da ore ormai non si avvertiva da sotto alcun segno di vita, né più si chiedeva silenzio per ascoltare. Altri si erano uniti a me nell’opera che avevo iniziato da solo e la salma, che poi saprò essere di Cesarina Marmelli, pietosamente avvolta in un lenzuolo potrà iniziare il suo ultimo viaggio.

Ma il cognome Marmelli ancora non lo sapevo, e fu un bene, perché poco dopo, barcollando sui malsicuri rottami portavo in braccio il cadavere di una ragazza seminuda, col viso orrendamente sfracellato da qualcosa di pesante, forse una pietra, forse una trave, che gliel’aveva ridotto in una massa informe e sanguinolenta. Non provavo alcuna ripugnanza, e forse neppure avvertivo, impastato con la polvere, quell’umidore che m’invìschiava le mani.

Attraverso quel ch’era stato due stanze a terreno, mi trovai poi nel Borgo e qualcuno mi liberò del fardello e lo depose sul carretto che si trovava vicino. Mi sentivo sfinito, come svuotato d’ogni energia, incapace fin di pensare, né mi venne in mente, neppur da lontano, che quella cosa che avevo portato in braccio potesse avere una qualche relazione con la Iva Marmelli, quella ragazzina che tempo avanti, svelta e vivace, era stata a sfaccendare in casa nostra.

MARIO ROSSI

Lo seppi per qui, fra lo Sdrucciolo di Piazza e l’Ospedale, dove mi trovavo sempre insieme ad altri. Il giorno preciso non lo ricordo, ma doveva essere fra i primi del bombardamento.  Qualcuno disse che c’era un detenuto morto sulla strada sotto la fabbrica del gesso; proprio dove c’è la vecchia cisterna dell’acqua per il trenino. Si prese il carretto. Con me c’era sicuramente Piergiovanni Nannini e forse qualche altro che non ricordo.

Si passò di certo per via Nova, anche se c’erano le macerie per la strada, perché poi da Porta a Selci e dai Monumenti s’andò al Manicomio a prendere la cassa da morto. All’insù si prese il vialetto che taglia la strada della stazione e s’andò alla fabbrica del gesso. Il morto si trovò subito, anche perché era caldo e si stava sciupando e si sentiva già Il puzzo. Era fra Il deposito dell’acqua e il muro della strada. Era vestito da detenuto. Teneva ancora in mano un fagottino, forse fatto con una pezzola legata per le cocche. Per metterlo nella cassa ci toccò prenderlo con le mani perché non ci si aveva nulla e forse venne anche qualcuno per aiutarci.

AI ritorno ci sorprese il bombardamento fra i Monumenti e Porta a Selci e cascavano tante schegge che non si poté passare.

Allora si tornò indietro e si pensò di portarlo al manicomio. Per la strada, verso San Lazzero, si videro dei tedeschi che scappavano con delle damigiane sulle spalle.

Il morto si lasciò laggiù agli infermieri».

PERSIO DELLO SBARBA

Un mattino di un giorno di luglio del 1944 nell’arco di tempo dal 1° al 9 mi trovavo, insieme ad altri, sotto il portico dell’Ospedale Civile in attesa di ordini. Ed ecco apparire ad un tratto, andando per la corsa, Frigolo di S. Alessandro che ci raccontò che due tedeschi, dopo aver piazzato sull’aia una batteria, gl’avevano sgozzato un maiale in casa su materasso e poiché si apprestavano a fare la stessa funzione anche all’altro, era venuto all’Ospedale per farne generosa offerta ai ricoverati, a patto che qualcuno andasse a prenderlo. Non ci fu bisogno di ordini: Pellegro (Nino Cappellini) ed io ci incamminammo, armati solo di tanta incoscienza e di poco coraggio, verso il luogo del misfatto.

Non fu facile farsi capire dai due tedeschi che noi volevamo il maiale che si trovava nel castruccio per i malati dell’ospedale, ma alla fine, non so come, Pellegro ci riuscì. Legato il maiale tornammo indietro, Pellegro avanti che tirava la fune ed io dietro, con un cartello con la scritta «Kommandantur» battevo le natiche, che diventavano sempre più rosse, del povero animale affinché allungasse il passo. Passando dai Castrucci e facendo a rimpiattino con 18 cannonate arrivammo in città dalla porta S. Felice. l commenti, gli applausi e le risate ci accompagnarono sino all’Ospedale dove trovammo le suore piuttosto seccate del nuovo arrivato che non sapevano dove alloggiare; alla fine fu alloggiato in cortile.

Passò iI fronte con tutti i suoi orrori e dolori ed il maiale, o per mancanza di tempo o perché non fu trovato un norcino fu ripreso da Frigolo che in cambio ci dette del vino e tutto finì lì.

PIERO CAPECCHI

Una mattina del luglio 1944, certamente fra il 1° e il 9, fummo avvertiti – non ricordo da chi – sia io che gli amici che a quell’epoca si adoperavano per soccorrere la popolazione durante il passaggio del fronte, che sul Viale Vittorio Veneto giaceva da tempo il cadavere di un uomo colpito al ventre da una raffica di mitra, già in stato di avanzata putrefazione.

Accorremmo sul posto insieme a Bruno Dello Sbarba, a mio fratello Giorgio, a Marcello Cossio e ad altri di cui mi sfugge il nome, e constatammo che il cadavere era quello di Giovanni Quinziani, persona ben nota a tutti.

Ci preoccupammo subito di rimuovere il cadavere e di collocarlo in una cassa, non ricordo da chi fornita. Quindi, sotto il sibilare delle granate che si schiantavano per le vie cittadine, lo accompagnammo al cimitero. Il trasporto fu organizzato da don Volpi sempre sollecito ad intervenire dove la sua funzione di sacerdote era richiesta, e ricordo che la Croce era portata dal notaro Rabagli il quale aveva anche l’incarico di rispondere alle orazioni di Don Volpi, essendone in grado. Dell’episodio ciò che m’è rimasta più impressa è la giacca bianca di Bruno Dello Sbarba che andava ad indossare appositamente quando si trattava di provvedere alla rimozione dei cadaveri.

Ricordo ancora che il feretro fu collocato su una nera carretta della Misericordia, trainata dal suddetto Bruno Dello Sbarba e, mi pare, da Marcello Cossio.

Un altro cadavere fu recuperato davanti alla fabbrica del gesso, nei presi della cisterna dell’acqua della ferrovia. Anche questo in stato di avanzata decomposizione. Si trattava del corpo di un detenuto fuggito dalle Carceri, anche egli sventrato da raffiche di mitra.

Partecipai alla rimozione del cadavere insieme ai suddetti ed anche a Mario Rossi, ma non ricordo come venne accompagnato al cimitero.

Altro episodio dì quell’epoca che ricordo fra i tanti è quello che si riferisce al trasporto di una donna che abitava all’albergo «Nazionale», ferita gravemente alla testa dalla quale perdeva molto sangue.

Ci recammo con la solita carretta nera al «Nazionale» insieme a Enzo e Walfrido Fivizzoli e ad altri di cui mi sfugge il nome. Caricammo la donna sulla carretta per accompagnarla all’ospedale. Attraversammo la Piazza sotto il crepitìo dei colpi e, allo Sdrucciolo di Piazza, poiché trainavamo la carretta dal davanti, questa per poco non ci prese la mano e con difficoltà riuscimmo a fare la curva di Via Roma per andare all’Ospedale dove la donna venne ricoverata e curata.

Gli episodi ai quali con gli amici ho partecipato sono molti, ma dato il tempo trascorso non so dettagliatamente indicarne altri.

ENZO FIVIZZOLl

Dopo l’esplosione della Caserma le salme delle vittime furono composte nella stanza mortuaria dell’Ospedale Civile, sita in Piazza S. Giovanni, dietro il Battistero. Stante la carenza di personale (i pochi che si prestavano erano impegnati nella affannosa ricerca di latte per i neonati, acqua ed altro), le salme non furono rimosse dalla loro dimora provvisoria. Dato il caldo opprimente di quel Luglio, ben presto i cadaveri cominciarono a putrefarsi per cui sul pavimento andò formandosi uno strato cadaverico. Nel breve periodo della mattinata in cui non era in vigore il coprifuoco, i familiari delle vittime si recavano a vegliare i propri congiunti, incuranti dell’estremo pericolo causato da detta sostanza.

Nel gruppo dei volenterosi che gravitavano nell’orbita dell’Ospedale, si intuì improvvisamente, quasi fosse suonato un campanello d’allarme, la pericolosità di questa triste situazione, creatasi forse perché ciascuno, inconsciamente, riteneva che «gli altri» avessero provveduto a rimuovere i cadaveri.

A quel punto il compito di ripulire la stanza mortuaria era assai ingrato e pericoloso. I pochi infermieri non potevano certamente distogliere le loro residue energie dalla cura dei numerosi degenti; ce ne incaricammo quindi Senio Dello Sbarba ed io, che facevamo parte dei servizi di Croce Rossa.

Con le maschere antigas, pur consigliate dal grave pericolo, e, soprattutto, dalle nauseanti esalazioni che ristagnavano in quell’ambiente, non fu possibile lavorare per la scarsa illuminazione.

La prima operazione di pulitura consisté nel vuotare sul pavimento un secchio di lisoformio puro: le esalazioni dei due ingredienti: (Iisoformio e pus) si smorzarono a vicenda fondendosi in un unico puzzo pestilenziale.

Con una balla di segatura e due scope facemmo il resto.

All’ora del «desinare» (quanto pantagruelico, è da immaginarsi) Senio andò verso il luogo dove era sfollata la sua famiglia. Poi mi raccontò che vicino a casa trovò un amico (assai giovane anche lui) proprio nel momento in cui iniziava uno dei tanti cannoneggiamenti; per evitare le schegge si gettarono immediatamente nella zanella della strada, Senio avanti e l’altro dietro, col naso proprio vicino alle scarpe sue, sporche ancora e con tracce del lavoro svolto. Dovette ringraziare la sua buona stella per essere in periodo bellico e non avere così la possibilità di vuotarsi lo stomaco d’un colpo. Benedetta la fame!

GIULIO GISTRI

Negli ultimi giorni della liberazione di Volterra ci fu da parte della 5° armata un intenso bombardamento su Villamagna. Poi finalmente arrivarono. Era domenica.

Fu una grande giornata di emozione e giubilo, ma la situazione alimentare era quella che era, per cui il Comitato di Liberazione Nazionale (Fernando Lazzeri era uno dei capi) mandò me e Vasco Toncelli (detto il Cèco) a batter Ia campagna per racimolare farina e grano per i cittadini.

Andammo dai Guerrieri d’Era, ma i tedeschi nella ritirata avevano sparato nella caldaia. Ci indicarono un fabbro a Montebradoni, che se fosse venuto subito a ripararla, avrebbero cominciato il giorno dopo a macinare diversi quintali di grano.

Rintracciammo il fabbro. Il lavoro fu fatto, e per tre giorni con barrocci, facchini e scollettatori, per via della strada d’Era minata sopra la castagneta del Cangini, riuscirnmo ad approvvigionare alla meglio la Città.

Il quarto giorno arrivarono camions americani in Volterra con farina bianca, come Ia neve e da quel momento il nostro servizio di approvvigionamento cessò.

© Pro Volterra, LORENZO LORENZINI
“I giorni del Terrore”, in “Volterra”