L’estrazione dell’alabastro

L’alabastro viene rinvenuto in masse dalla conformazione generalmente ovoidale, con peso variante da pochi chilogrammi ad alcuni quintali. Sono didatticamente chiamati “arnioni”, ma nel parlare quotidiano “ovuli” e riposano in giacimenti aggredibili a cielo aperto con scarse difficoltà, oppure in aggregazioni sotterranee, chiamate cave, in cui occorre scavare le gallerie.

> Sommario, la manifattura degli alabastri del XX secolo


LE CAVE DI VENELLE

Le più importanti cave in attività fino alla metà degli anni Ottanta erano due ed erano ubicate in località Venelle nel comune di Castellina Marittima. Le cave avevano un insieme di cunicoli e ramificazioni estese su oltre quaranta chilometri. Questo insieme era accuratamente registrato e descritto in una mappa tenuta e conservata fino a quell’epoca dalla proprietà e attualmente giacente a Firenze. Il loro sfruttamento era iniziato molti secoli or sono; risalendo addirittura alla civiltà etrusca è a questa pietra che dobbiamo quel meraviglioso patrimonio di tante urne cinerarie.

Le gallerie erano escavazioni alte circa due metri e altrettanto larghe. Alcune raggiungevano una profondità nel sottosuolo anche di cento metri. Erano illuminate con il gas acetilene ottenuto dal carburo, date le difficoltà che potevano derivare dall’intreccio dei cavi elettrici occorrenti, mentre nel passato veniva fatto ricorso ai tradizionali lumi ad olio. Questi venivano appoggiati o sorretti da piccoli rami di vari alberi infissi nel terreno o nelle pareti e chiamati “candelieri”. Difficilmente le gallerie avevano necessità di armatura laterale o del soffitto, in quanto lo struttura del contesto in cui si trovano gli ovuli possiede una solidità che garantisce ampi margini di sicurezza. Tanto è vero che a memoria d’uomo non si conoscono frane che abbiano causato lo morte o gravi danni ai cavatori.

Le gallerie si allargavano lungo il loro percorso nei tratti in cui erano stati asportati gli arnioni, si interrompevano quando gli addetti ai lavori giudicavano terminato il filone e si diramavano in altre direzioni, sia in alto che in basso, alla ricerca di nuovi filoni.

Gli arnioni si trovano, infatti, in giacimenti stratificati che si alternano in profondità ogni sette, otto metri. La loro composizione era alquanto standardizzata e ripetitiva: lo strato che conteneva gli arnioni, chiamato lo strato fertile, era contenuto in due strati di materiale gessoso, alti circa un metro ciascuno. Tutto l’insieme, a sua volta, era contenuto in due strati di argilla.

Per lo loro individuazione ed identificazione viene utilizzato il sistema della percussione con un oggetto metallico, in genere un piccone, e valutato il suono che ne deriva questa è chiaramente una manovra che richiede una particolare specializzazione ed esperienza. Tale manovra è necessaria, perché ogni ovulo, indipendentemente dal suo volume, è rivestito da un involucro argilloso detto “mamma” o “panchino” che, una volta tolto, viene poi utilizzato per lo produzione di gesso.

Per la loro estrazione, per decenni e decenni, è stato adoperato esclusivamente il piccone, con cui il blocco veniva contornato e ripulito dai materiali accessori. A partire dai primi anni Sessanta è invalso l’uso del martello e dello scalpello pneumatici, anche se dopo si è continuato spesso col vecchio piccone per particolari rifiniture e intagli.


LE CAVE DI FORNIE

L’altra cava, sempre nel comune di Castellina, in Iocalitò Fornie, forniva uno dei più meravigliosi alabastri; era lo più antica cava conosciuta e risaliva anch’essa all’epoca etrusca. Il suo sviluppo non era in profondità, ma in senso opposto, per cui lo sfruttamento con le gallerie venne abbandonato con l’avvento dei mezzi meccanici a fine anni Cinquanta, divenendo a cielo aperto. Attualmente viene utilizzata per l’estrazione di materiale per produrre gesso e viene utilizzata su scala industriale.


LE CAVE DI VOLTERRA

Numerose altre cave, tutte a cielo aperto, si trovavano nei dintorni di Volterra, ma sono esaurite da tempo ed ora sono attive solo quelle prevalentemente ubicate nel territorio di Pomarance.

Dal punto di vista mineralogico esistono vari tipi di alabastro, ma la loro classificazione segue soprattutto una logica merceologica, determinata cioè dalle possibilità lavorative di ogni singola pietra, dalle qualità degli oggetti che se ne possono ricavare e, conseguentemente, dalle potenzialità di commercializzazione.

Da questo punto di vista occorre segnalare che ogni tipo di ovulo di alabastro viene valutato secondo il peso posseduto e non secondo il volume, come invece avviene nel commercio dei marmi.

Allo stato puro l’alabastro è bianco candido e le variazioni colorimetriche che si riscontrano sono il prodotto delle infiltrazioni dei sali contenuti negli strati superiori; sali che le acque hanno disciolto nel corso dei millenni.


ALABASTRO VOLTERRANO

Elenchiamo le varietà che sono adoperate più correntemente. Sono contraddistinte con termini locali che provengono da denominazioni ormai entrate nella comune acquisizione, in deroga anche alle classificazioni riconosciute in ambito geologico.

Bardiglio chiaro di Gesseri


Bardiglio striato del Cipollone


Pietra gialla del Cipollone


Pietra agatata di Chiusdino


Bardiglio agatato di Monteguidi


Carnicino da scultura del Cipollone


Cenerino del Cipollone


Agata di Gesseri


Agata di Stilano


Alabastro paesino di superficie


Agata bionda del Cipollone