Se la memoria non mi tradisce doveva essere il 10 di luglio del 1944 e più precisamente il pomeriggio di quel giorno, forse verso le cinque o le sei, perché io portavo ancora il cinturone con la pistola, e al braccio sinistro la fascia tricolore con le lettere del C.L.N.

Quel primo giorno di liberazione tutta intera, perché i tedeschi se n’erano andati davvero e gli americani, anche se pochi, aveveno preso il loro posto, io me l’ero passato occupandomi di un’infinità di faccende, che si accavallavano a ritmo frenetico, conseguenza inevitabile dell’improvviso, anche se atteso cambiamento.

Dire che l’euforia dilagava, sarebbe inutile, ché il sollievo e l’allegria erano come stampati a chiare lettere sul viso di tutti, ma anche sul modo di muoversi, di parlare, e soprattutto di ridere: quasi come il riso isterico che alle volte esplode dopo un grande spavento, e fa impressione a chi lo sente, che lo spavento l’ha superato.

lo, non che fossi un musone, ma forse proprio per quella fascia che avevo al braccio mi davo un contegno condiscendente e pur improntato a responsabile autorità, e mi pareva prematura quella esuberanza di allegria. I fascisti se n’erano andati, è vero, e anche parecchio lontano, e anche i tedeschi, se ne erano andati; però di questi ultimi c’era da fidarsi poco, perché alle volte ci ripensavano, e gli americani in città mi parevano pochi. E soprattutto con un’aria tranquilla da turisti, che al caso brutto se ne sarebbero andati lasciandoci nella péste, per tornare dopo, con più comodo, quando la pera sarebbe stata matura.

Questi ragionamenti non li facevo alla gente, ma ai miei amici, specie ai più vicini, gliel’avevo detto, che dalla guerra c’era da aspettarsi di tutto, e loro ne convenivano, anche se il servizio di guardia alle Porte non veniva più effettuato, perché, tanto, ora c’erano gli americani.

Fatto sta che quel giorno, in via Sarti la gente era ancora nell’entrone di uno dei palazzi. In terra c’erano stesi i materassi uno accanto all’altro, e lì sopra ci dormivano la notte, però, pronti a scappare negli scantinati che erano bui e umidi, e con una sola entrata, ma in compenso robusti nelle volte reali, da reggere anche alle cannonate. La scala, quella che ora è acciecata portava ai piani di sopra e anche alla chiostra che dà in via dell’Ortaccio e questo, per noi che si sapeva, era un bel comodo.

C’erano accatastati, giù, quasi tutti quelli del casamento, ma avevano accolto anche altri che in casa loro non si sentivano sicuri. Naturalmente c’era anche tutta la famiglia dei miei suoceri, coi figlioli e le tre ragazze. Di ragazze ce n’erano anche altre. Regnava una perfetta armonia, con scambio di piaceri e di cortesie, come in una sola famiglia ben affiatata.

Quando arrivai io un po’ più tardi il pasticcio era già cominciato e qualcuno, forse la Ilia, sottovoce, ma concitata e con poca chiarezza, mi mise al corrente.

Un po’ prima, forse una mezz’ora, su per via Sarti erano venuti due soldati americani, tranquilli, come a passeggio. E la moglie di Mario, così, senza pensare, li aveva invitati a bere un bicchiere di vino, come segno di amicizia, quasi un riconoscente ringraziamento per i loro meriti di liberatori. O forse perchè lei sentiva la nostalgia delle caramelle, o delle sigarette o della cioccolata, e forse a quei due gliel’aveva fatto anche cenno.

La moglie di Mario era una signora piacente, e così quei due furono nell’entrone e gradirono il vino. Poi ci furono le caramelle, quelle col buco, e anche la cioccolata e le sigarette. Anche gli altri s’erano fatti intorno e avevano formato un’allegra brigata e la conversazione s’era fatta spassosa, a forza di risate e di gesti perchè quei due smozzicavano soltanto poche parole della nostra lingua e degli altri nessuno sapeva una parola d’inglese.

Quando arrivai io, il vino del fiasco era sceso un bel po’ sotto le corde e l’avevano bevuto tutto loro che, era chiaro, non c’erano abituati, e mi resi conto immediatamente che la faccenda non andava più tanto liscia perché gli occhi di quei due lustravano troppo e poi, nel ciangottare afferravo la parola «segnorine», che ricorreva con una certa insistenza.

La gente forse non aveva ancora capito, ma io sì, e feci presto a far sparire tutte le ragazze: che scendessero in cantina alla chetichella, ma subito, io mi diedi da fare perché i due non si accorgessero del vuoto progressivo, a forza di risate, di smanacciamenti, e intanto parlavo in italiano e in francese, e intercalavo spesso a diritto e a rovescio degli «Okay», unica parola che sapessi d’inglese.

Gli riempivo anche i bicchieri col vino rimasto e non sapevo a che santo votarmi, e speravo sempre che cascassero giù a cencio, da scaricarli nella strada, e chiudere finalmente il portone. E invece loro restavano ritti e il discorso delle segnorine era sempre a galla e s’era fatto buio. Fuori c’era la luna, e doveva essere piena, perché nella strada, ci si vedeva bene.

M’accorgevo che s’erano incattiviti e che le cose si mettevano male, e allora fui io che parlai di segnorine, e che venissero con me, che ci pensavo io. In tutti i modi bisognava li levassi di lì, e fuori dell’uscio non volevano andare. Allora feci capire che mi seguissero e mi diressi alla scala, per portarli di sopra, e loro, chissà cosa pensarono. Vollero che andassi avanti, e uno accese la pila, e quell’altro, figlio d’un cane, tirò fuori la pistola e me l’appoggiò sul groppone; anche mi spingeva, con quella, su per gli scalini.

Avevo una paura cane, che quello, sbronzo com’era inciampasse e lasciasse andare una botta. Poi, come Dio volle, si fu in cima, e io gli feci attraversare la chiostra e dall’Ortaccio si stava per entrare in Piazza quando dall’uscio della caserma venne fuori un carabiniere in divisa, di quelli al seguito, che parlava anche inglese.

Parlò lui, o parlai io, non me lo ricordo, ma lui capì al volo, e fra tutt’e due si convenne che bisognava portarli fuori città e in qualche modo seminarli. Quando lui parlò anche con loro, la pistola non l’avevo più dietro alla schiena, e così si attraversò la Piazza tutt’e quattro, e poi lo Sdruciolo, Via Ricciarelli, e tutta Via San Lino, e si fu fuori Porta San Francesco.

Disgrazia volle che da sopra le Mura giungessero voci di gente che parlava, e fra queste alcune femminili, e quei due s’impuntarono, sempre coll’idea delle segnorine, e vollero ritornare indietro. Così si rientrò dalla Porta, e si rifece la strada all’indietro e si salì per la rampa lungo le case fino alla Chiesa di San Francesco.

Naturalmente non c’era nessuno, voci non se ne sentivano, e uno di loro, chissà da cosa spinto, si voltò e cominciò a ridiscendere giù per la rampa, che finisce coi due scaloni. Noi tre invece si prese l’altra strada, quella verso il centro. S’era arrivati quasi in fondo, quando si sentì un gran tonfo, laggiù verso gli scaloni, ma il nostro amico non si voltò neppure e forse non si accorgeva nemmeno che era rimasto solo tra me e il carabiniere.

La faccenda si faceva lunga, perché doveva essere quasi mezzanotte, e a un tratto il carabiniere mi disse: – “Ce l’hai la pistola? Metti la pallottola in canna” – e io senza rumore lo feci, ma quella non mi pareva una soluzione proporzionata. Intanto si camminava, e quello era sempre con noi, e l’unica cosa da fare mi pareva fosse uno sgambetto e poi una botta nel capo, e che s’arrangiasse. Ma non ce ne fu bisogno, perché alla Piazzetta di San Cristoforo ci venne incontro la pattuglia di loro, quelli con l’“MP” e noi lo si dette in consegna e gli si disse: – Laggiù c’e ne dev’essere un altro. A dir bene, è sempre steso in mezzo alla strada.

© Pro Volterra, LORENZO LORENZINI
Liberatori e Segnorine, in “Volterra”