di Pietro Chiarini

Pènco



Eravamo all’inizio degli anni 20, forse nel 1924. Nel Vicolo delle Prigioni abitava un uomo chiamato Pènco. Sulla sua origine i vecchi mi hanno saputo dir poco. Era un uomo solo, venuto dalla campagna. Sembra fosse sopravvissuto alla terribile epidemia che aveva distrutto la sua famiglia sul finire della prima guerra mondiale, la «Spagnola», una polmonite virale maligna che aveva fatto più vittime della guerra stessa.

Quest’uomo, pieno di speranze, venne in città con un ciuchetto e qualche straccio, a fare il facchino. Si stabilì in una stalla nel Vicolo delle Prigioni.

Pènco! – Era un uomo buono. Nella sua stalla teneva il ciuco come avesse un figliolo. Quando alla sera rientrava dopo aver bevuto un bicchiere di vino, si avvicinava a lui e a lui parlava, accarezzandogli affettuosamente il muso; gli raccontava cose che nessuno conobbe mai. Felice, si addormentava poi su di una specie di giaciglio.

Aveva una gran voglia di vivere. Nonostante la sua solitudine e la sua grande miseria, quando non aveva nulla da fare, prendeva la chitarra e in piedi, sull’uscio della stalla, cantava gli stornelli.

I ragazzi del vicinato, soliti a quei tempi fare dispetti ai vecchietti permalosi, a lui volevano bene e lo salutavano in modo amico, familiare, affettuoso.

Pènco! – Era un uomo onesto, retto, felice. Faticava e si contentava di poco. Però gli anni passavano e le forze diminuivano. Era sempre meno richiesto. La gente preferiva giovani robusti, capaci, per pochi soldi, di rivoltare il mondo. Fu così che il suo ciuchetto mori di stenti. Oggi, con il progresso, questo ciuco morto da sé, si sarebbe trasformato in tante mortadelle per darle in pasto ai buongustai, ma allora, nessun ufficiale sanitario avrebbe dato il nulla asta per la macellazione; così, il povero Pénco, lo dovette sotterrare.

Non si perse d’animo. Continuò a cantare gli stornelli sulla porta della sua dimora. La morte del ciuco ridusse maggiormente il suo magro guadagno, perché il carretto lo doveva tirare da solo. Le forze diminuivano e non davano più ai clienti un certo affidamento. C’eran braccia robuste sulla piazza; braccia venute dalla campagna use a rivoltar la terra, i sodi, i mattaioni; braccia tese all’avventura della città; braccia di gente disposta a patir la fame pur di arrivare ad una vita migliore. Pènco, pur di sopravvivere, si decise al gran passo: vendere la chitarra. Non era facile trovare chi lo comprasse, ma a un bel giorno passò un ragazzaccio, buono ma bugiardo; le cose le prendeva alla leggera: prometteva e non manteneva.

Quanto mi dai? – gli disse Pènco mostrandogli lo strumento.
Cinque lire – rispose il ragazzo – ma ora non ce l’ho!
– Me le darai, fece Pènco fiducioso. Ma passavano i giorni e i soldi non venivano.

Quando si decise a riprendere la sua chitarra, una brutta mattina d’inverno, forse di febbraio, tra raffiche di vento e folate di nevischio, una decina di uomini incappucciati paurosamente, tutti vestiti di nero, invasero il Vicolo delle Prigioni con una lettiga trainata a mano. Erano due giorni che Pènco non apriva l’uscio della stalla.

I suoi stornelli tacevano.

Due grossi carabinieri vestiti con la loro divisa blu scuro e con il cappello napoleonico in testa, si fecero largo tra la folla: bisogna sfondare l’uscio! – dissero.

lo scappai. Pènco era morto di fame.

© Pro Volterra, PIETRO CHIARINI
Pènco, in “Volterra”