di Volterracity

Maggi e maggiolate nel volterrano



Oggi nella maggior parte delle campagne volterrane, pur ancora così belle, regnano il silenzio e l’abbandono. C’è un silenzio di morte non solo per l’assenza degli uomini ma anche perchè stanno scomparendo uccelli ed animali.

In questa primavera silenziosa il pensiero corre lontano ai tempi in cui il contado era fittamente popolato. Il livello di vita era miserissimo. C’era tanta povertà e poche erano le occasioni di svago e di divertimenti per la gente dei campi che lavorava sodo dall’alba al tramonto. I ragazzi di campagna apparivano, spauriti, una volta all’anno, a Volterra per le fiere e per la festa della Madonna nel Settembre. Giungevano in città nelle prime ore della mattinata, aggrappati alle gonnelle della mamma, vestiti in maniera che a noi, che non eravamo certo dei rnodellini, appariva strana e buffa. Stavano tutto il giorno in città, fino a tarda sera, per vedere i fuochi d’artificio. Mangiavano un boccone di pane con affettato, pomodori ed un bicchiere di vino nei ciglieri posti nei vicoli della città o nei prati vicini all’abitato. Poi tornavano ad inselvarsi fino al settembre dell’anno dopo.

Ma questo mondo che, a prima vista, sembrava primitivo ed abbrutito rivelava, a chi lo conosceva meglio, tesori di dignità umana e di poesia che, oggi, sono perduti per sempre. Quella gente era stata capace di elaborare, assirnilare e sviluppare una civiltà contadina, semplice ma viva ed efficace che, talvolta, mutava e trasformava i prodotti della civiltà borghese, ma che, spesso, elaborava e coltivava forme autonome, semplici e popolari di cultura, le cui espressioni più vive erano costituite da canti popolari d’amore o di protesta o di un primitivo sentimento religioso. Ricordo di aver ascoltato, da ragazzo, in campagna dalla bocca di vecchi capoccia storie meravigliose di briganti, di prepotenti signori, di santi, storie d’amore e di notte, canzoni, stornelli che farebbero oggi la fortuna di tanti cantautori moderni. C’era, allora, nelle nostre campagre, l’equivalente della passione musicale per la lirica che entusiasmava gli artigiani di Volterra.

CENTINO E LA POVERA PIA

Che dolcezza e che malinconia si sprigionava da quelle voci non educate che, per ore ed ore, si alzavano dai campi assolati o dall’ombra dei pagliai, sull’aie! Oltre che con questi canti uno dei miei primi incontri con le espressioni di questa cultura contadina lo ebbi verso i dieci anni quando sentì cantare, per la prima volta, la storia della Pia de’ Tolomei.

Era una giornata uggiosa e piovigginosa di un ottobre già freddo. Mi trovavo presso alcuni parenti nel podere di S. Cristina. sotto S. Girolamo. La vendemmia era stata interrotta dalla pioggia e uomini e donne, abbandonato il lavoro si erano riuniti sul canto del fuoco nella vasta cucina della casa. Per ingannare il tempo qualcuno propose di leggere la storia della Pia de’ Tolomei. La Massaia andò a prendere in un cassetto in camera un librettino consunto: poiché nessuno voleva iniziare me lo mise in mano perché leggessi, visto che nessuno voleva cantare. lo poi non conoscevo la storia. II riverbero del fuoco illuminava i volti attenti degli uomini, che fumavano la pipa col fornello di terracotta o il – toscano -, e delle donne che facevano la calza o rassettavano i panni.

Incominciai a leggere:

Negli anni che de’ Guelfi e Ghibellini
Repubbliche a que’ tempi costumava,
Batteano i Cortonesi e gli Aretini,
Specie d’ogni partito guerreggiava
I Pisani battean coi Fiorentini,
Siena con le Maremme contrastava;
E Chiusi combattea contro Volterra
Non vi era posto che un facesse guerra.

Capivo confusamente che quella gente si aspettava, da me, di più che una semplice lettura incerta e non molto espressiva. Senza canto la storia, indubbiamente, era meno affascinante. Ad un tratto, fuori incominciava a fare buio, si sentirono dei passi affrettati dietro la porta che dava sull’aia: l’uscio si spalancò mentre lo scroscio sonoro della pioggia penetrava per un attimo più forte all’interno della vasta cucina fumosa. “E’ Centino – gridò una vecchina – ora ce la canta lui la storia della povera Pia”.

Centino entrò scrollando di dosso la pioggia; tra i saluti e le manate dei più vicini si sedette sulla panca intorno al fuoco e gradì subito il primo bicchiere di vino. Centino era un ometto di bassa statura, tutto nervi; faceva il sensale ed era conosciuto in tutte le campagne della Val di Cecina e della Val d’Era. Portava un cappellaccio sulle ventitré ed una sciarpa nera annodata alla brava intorno al collo. Aveva l’occhio vispo e la battuta facile. Il suo viso magro era tutto un intrigo di rughe. Non si fece pregare. Mi prese il libretto dalle mani, ma mi accorsi subito che sapeva tutta la storia a rnemoria: prese a cantare rifacendosi dall’inizio. Mentre la sua voce squillante si alzava, il fascino di quella storia tragica d’amore e di morte cominciò a prendere sul serio gli ascoltatori: le donne avevano gli occhi lustri ed umidi; gli uomini si schiarivano, ogni tanto, Ia voce e cercavano di fare gli indifferenti bevendo del vino. AI la fine tutti gridarono:

“Bravo, bene” e si complimentarono con il cantore. La solita vecchina, soffiandosi il naso rumorosamente e piangendo senza ritegno, esclamò: “povera Pia, quanto patì!”. Senza saperlo ero allora venuto in contatto con il mondo dei Maggi, con una delle espressioni più singolari della civiltà contadina.

MAGGIOLATE E MAGGI

L’origine delle feste di Maggio è antichissima e questa usanza si trova presso molti popoli. Per l’occidente si può risalire agli Etruschi e Romani. Da queste feste pagane, che celebravano il ritorno della primavera, si passa a quelle del Medioevo, dedicate alla Madonna o alle feste d’amore. Nelle feste profane si eleggevano le regine, le belle o le contesse di maggio durante i vivaci ed eleganti festeggiamenti che comprendevano cortei, tornei accompagnati da musica o canzoni. Nella letteratura provenza ci basterà ricordare Kalenda Maya, danza popolare, la bella canzone di Rambaldo di Vaqueiras di cui conosciamo anche la musica. Delle feste del ‘200 e del ‘300 si arriva alle Canzoni di Maggio del Poliziano e degli altri poeti del ‘400. Dalle città i Maggi si spostano, lentamente verso le campagne, accentuando il carattere di feste-mitiche, dedicate ad usanze galanti: si soleva tagliare dei rami in fiore e portarli, cantando, alle case delle più belle ragazze a cui si facevano delle specie di serenate. Ogni albero aveva un particolare significato. Le canzoni erano intonate monodicamente ma anche a più voci.

Il Maggio celebrava il ritorno della bella stagione dopo i rigori dell’inverno coincideva con l’esplosione delle forze vitali della natura, con il risveglio dei sentimenti amorosi ed estroversi dell’uomo: era il mese dedicato all’amore ed ai festeggiamenti. In tempi moderni forse, solo certi brani della «Grande pasqua russa» di Rimski Korskoff e la «Sagra della primavera» di Strawinski possono costituire un riferimento di alto livello.

Bisogna distinguere tra Maggiolate, Maggi e Bruscelli. Come avveniva per le Befanate, i giovani passavano di casa in casa, di villa in villa, cantando canzoni come questa:

Siam venuti a cantar Maggio

alle vostre case belle,
spunta il sol coll’alto raggio

siam venuti a cantar Maggio.
Vi chiediam grazia e licenza

di poter Maggio cantare,
vi facciamo riverenza
vi vogliamo salutar.

oppure come questa:

Era di Maggio, se ben mi ricordo
quando c’incominciammo a ben volere:

eran fiorite le rose dell’orto
e le ciliege diventavan nere:
Ciliege nere e pere moscatelle

siete il trionfo delle donne belle.
Ciliege nere e pere moscate

siete il trionfo dell’innamorate.
ciliege nere e pere moscatine

ne siete il trionfo delle più belline.

O ancora:

Ier sera messi un giglio alla finestra
e stamattina l’ho trovato nato
i gambi m’arrivavano alla testa
le foglie mi coprivan tutto il capo.
Mi son levata ed ho trovato Maggio.

La ricompensa degli ascoltatori consisteva in vino, prosciutto, biscotti, formaggio e soprattutto uova (a Monteguidi c’era addirittura una “Canzona delle uova di Maggio”). La musica era costituita dal suono di chitarre, di qualche mandolino e di un organetto. L’invito prevalente era quello ad amare:

Tutti noi ben preparati
con i canti e con i sòni
gentilissimi padroni
anco unguan siamo tornati.

Se ci date permissione
noi vogliam Maggio cantare
e vogliamo salutare
tutte quante le persone:

O ragazze innamorate
questo è il mese degli amori
che vi porta gigli e fiori
e le cose delicate.

Il bel Maggio è ritornato.

Queste maggiolate sono antiche, si cantavano nell’ottocento. Da queste canzoni ed usanze è nata la rappresentazione drammatica in versi conosciuta con il nome di “Maggio”.

I MAGGI

Il verso usato era l’ottonario, tipico di tutte le canzoni popolari. La musica del Maggio era una cantilena un po’ monotona che accompagnava, sempre uguale, le quartine, con trilli e gorgheggi estemporanei da parte degli attori più dotati vocalmente. Era una musica simile alle cantilene dei cantastorie nelle piazze di paese nei giorni di mercato e di fiera. Ma l’animo della semplice gente di campagna ne era afferrato e veniva trasportato in un regno lontano dalla vita quotidiana così dura, faticosa e povera. E la gente sognava. Tutti i personaggi erano martiri, o eroi, o principi, o re, o paladini. La gente non si stancava di rivederli. La gesticolazione degli attori era animatissima. AI pubblico piacevano gli insulti atroci, le sfide, i duelli, gli atti d’eroismo fino al sacrificio della vita per un ideale. Quelli che facevano la parte dei re dovevano stare più immobili e fermi, seduti sul trono. Talvolta, come nel Maggio di S. Oliva, c’erano dei pezzi da cantarsi a due voci. Nel «Figliuol prodigo» ci sono anche dei cori e balli contadineschi. Degli autori di queste forme drammatiche non si sa quasi nulla. Non era troppo difficile comporre un maggio. Si prendeva un avvenimento noto e lo si trasformava in una rappresentazione contadinesca: non si usciva mai dall’antico. L’autore del Maggio ci metteva la sceneggiatura e le quartine.

La cultura non era elevata e così anche la poesia: ma, qua e là ci sono degli sprazzi felici. La maggior parte dei maggi sono anonimi. Conosciamo un certo Pietro Frediani da Buti, autore di oltre 50 Maggi, tratti dalla Storia dalla Bibbia, dalla Mitologia. Era chiamato iI «pastore poeta» daI suo mestiere. E pastori, contadini, artigiani autodidatti, avidi di lettura, erano anche gli altri autori anonimi. Altri nomi: Luigi Viani, autore de “La presa di Bona” e Domenico dell’Arsina.

Le scene erano ridotte al minimo. Si recitava o sulla piazza del borgo o sui prati in mezzo agli alberi. Il Maggio era composto da: un prologo, in cui spesso si lodava la primavera e si esponeva rapidamente la trama come nel Maggio di “Fioravante”:

Riveriti ascoltatori
con profonda riverenza
vi preghiamo a dare udienza
e colmarci di favori.

Miei compagni, cominciate il bel dir di Fioravante
le persone tutte quante
or vi dicon che cantiate.

Poi si chiudeva con un congedo, con una “licenza”:

Il bel Maggio è terminato
nobilissimi signori
scuseranno i nostri errori
se si fusse mal cantato.

I MAGGI DI MAZZOLLA

I Maggi si diffusero, sin dai primi dell’Ottocento, nella parte settentrionale della Toscana: precisamente nel volterrano, nel pisano, a Lucca, a Pistoia ed in alcune zone dell’Appennino modenese e reggiano. Di questa forma di cultura contadina si interessarono illustri studiosi come il Galassini, il Palmarocchi, il Giannini, il Bianchi e soprattutto il D’Ancona che ne parlò diffusamente sulla “Nuova Antologia” (settembre e ottobre 1869) e nel Vol. II delle “Origini de! teatro italiano”.

A Volterra i Maggi dovettero essere molto famosi nell’ottocento: la tipografia Sborgi, a partire dal 1867 fino al 1898, ne stampò almeno 23 di cui alcuni in più edizioni. Sedici di essi si trovano nella biblioteca Guarnacci. Si veda l’elenco in nota. Da Volterra le edizioni di questi maggi venivano diffuse fino a Cecina, a Colle e negli altri centri limitrofi. Si tratta di librettini dei formato di 13×9 cm, con qualche rudimentale stampa, impressa sul frontespizio o nell’ultima pagina di copertina. Tra questi maggi, tutti in quattro versi di ottonari, fa spicco quello del «Figliuol prodigo» (1869) che è in versi sciolti, ottave ed ariette. Nulla sappiamo delle rappresentazioni dei maggi volterrani dell’ottocento. Forse la cultura ufficiale locale dell’epoca non li ritenne mai degni di attenzione giudicandoli troppo rozzi.

Troviamo cenno di alcune rappresentazioni di “Maggi” sul “Corazziere” del 10 giugno 1923. Si parla di una rappresentazione data a Mazzolla nel Maggio dello stesso anno. Altre rappresentazioni furono date nel 1924 e nel 1925. In questi due anni i «Maggi» furono rappresentati anche a S. Dalmazio ed a Montecerboli. Nel 1945, subito dopo la guerra a Mazzolla ed a Montecerboli furono dati gli ultimi Maggi. Precisamente si trattò della «Gerusalemme liberata» e «Giuditta ed Oloferne».

Perché proprio Mazzolla sia stata al centro di queste ultime manifestazioni di questa cultura contadina non ve lo sapremmo dire. Mazzolla, allora, era una borgata agricola assai popolosa. Vi si rappresentavano un Maggio o due all’anno. I maggianti si spostavano anche in altri paesi, come abbiamo detto. Si ha notizia anche di un Maggio rappresentato sulla piazza di Spicchiaiola. Se andate a Mazzolla ed affrontate questo argomento con qualche persona anziana, le vedrete brillare gli occhi, sentirete abbandonarsi a rievocazioni entusiastiche. Molte notizie ce le ha fornite il signor Amerigo Amidei che fu il suggeritore della Compagnia degli attori del Maggio di Mazzolla. Attingendo ai suoi ricordi egli ci ha confermato che la musica del Maggio era una cantilena sempre uguale sia che esprimesse, nelle varie rappresentazioni, sentimenti di odio o di dolore o di preghiera. Chissà a che epoca essa risale: certo che è molto antica.

La compagnia era composta da una venticinquina di elementi tra uomini e donne. Nella «Giuditta» l’ultima edizione recitarono Lina Amidei (Giuditta) Borghi Ernesto (Oloferne), Masi Attilio, Bertini Attilio, Franchi Corrado, Franchi Bruno, Panichi Ezio, Masi Nella, Furesi Genoveffa, Pantani Jolanda, Salvini Dina, Volpini Dina.

Le prove per i Maggi duravano circa un mese e mezzo quasi tutte le sere e alla domenica. Esse si svolgevano in un frantoio o anche in stanze di abitazione. Le parti venivano ricopiate dai «campioni» ed imparate a memoria. Generalmente non c’era un istruttore vero e proprio: per dare consigli e per insegnare atteggiamenti scenici, verso la fine delle prove veniva un maestro da Monteguidi che aveva esperienza di Maggi effettuati anche in altre località. La zona di Monteguidi era un centro attivo di Maggiolate. Le recite erano sentite come serate di grande impegno. La gente provava e riprovava nonostante la fatica del duro lavoro dei campi. I costumi venivano presi in affitto a Siena presso qualche agenzia teatrale. Il «Maggio» veniva rappresentato nella seconda domenica di Maggio, festa della Madonna di Mazzolla. Il palcoscenico veniva innalzato tra la chiesa ed il muro di un granaio, in modo da lasciare iI maggior spazio possibile tra gli spettatori che accorrevano numerosissimi dalle campagne del volterrano, di Pomarance, di Monteguidi, di S. Gimignano, di Colle, di Cecina ed anche dalla città di Volterra (ma gli alabastrai snobbavano un po’ il Maggio; lo sentivano estraneo alla loro formazione mentale). Il borgo appariva completamente trasformato. Si innalzavano bancarelle, la gente straripava da tutte e parti: Era la grande giornata di Mazzolla a cui accorrevano famiglie di parenti che prendevano l’occasione per rivedersi dopo tanto tempo. Era una grande sagra della primavera.

I BRUSCELLI

Nel periodo di Carnevale i mazzollini preparavano anche rappresentazioni del Bruscello. «Ma era una cosa di minore importanza» dice Amerigo Amidei. «Non era una cosa seria», si trattava di scherzi e di canzoni allegre.

I Bruscelli erano più vivi nelle campagne senesi. La parola Bruscello forse deriva da una specie di caccia rumorosa a qualche uccello. Nel senese, nel linguaggio popolaresco ancora ai primi del Novecento, per indicare una donna uggiosa, chiacchierona si diceva «Mi pai la vecchia del Bruscello». La rappresentazione consisteva in una specie di dialogo molto lungo, in un parlare fitto e alternativo di contadini, una specie di farsa, talvolta anche con allusioni un po’ spinte e con situazioni piccanti. I recitanti erano mascherati. Riportiamo qui alcuni versi di un Bruscello recitato a Mazzolla:

Porta Bandiera:
“lo sono il portabandiera e vado avanti
e faccio strada a tutta la brigata”.

Cozzone:
“Mi presento da voi come cozzone
da vostra figlia mi ci ha mandato Dante
non potete trovar meglio occasione
ville nell’universo ce n’ha tante
però d’acconsentire vi conviene
credete a me l’accomodate bene”.

Il Babbo:
“Ma volentieri la mia figlia Irene
acconsento a quel giovane dare
con tutte quelle ville che possiede
bisogno non ho più di lavorare.
Se in gioventù la vita ho strapazzata
almeno la vecchiaia l’arò beata”.

Il materiale raccolto su questa cultura popolare delle nostre campagne è molto vasto: non possiamo pubblicarlo tutto insieme. Ci torneremo sopra in altri articoli.

APPENDICE

Pubblichiamo alcune maggiolate inedite cantate nelle campagne del volterrano e che abbiamo potut trascrivere cogliendole dalla viva voce di alcune anziane persone. Ringraziamo le signorine Anichini Rita, Franchi Fernanda, Lolini Lorena, Bufalini Rossana e Pedrini Lucia che ci hanno aiutato nella ricerca nelle zone di Mazzolla, Pomarance, Sasso Pisano e San Dalmazio.

Quando andate giù in cantina
non prendete l’acquerello
ma prendete quello meglio
ci conduca a domattina.

Siam di maggio e canta il cucco
l’uccellin fa la nidiata
preparatelo il prosciutto
preparate la frittata

Ora si che ho visto il lume
l’ho scoperto da lontano
e qui dentro c’è una sposa
che se ne sta col figlio in mano

Questa casa è fatta a buchi
dormon tutti come ciuchi
Ragazzine che dormite
i vostri cuori riposate
i nostri canti non li sentite

Quando andate alla corona (salsicce)
non guardate all’avarizia
con più uova che ci date
e più cresce l’amicizia.

Se la massaia non ci darà l’uova
gli andrà male nei pulcini
se non ci darà niente il caso è brutto
la volpe ed il falco gli entri dappertutto

Fra canti e soni Maggio ti accompagna
porta un saluto e gita tutto Il mondo
Caro padron fatevi d’intorno.

Ecco Maggio è ritornato
non è più com’era prima
lo vedrete domattina
rosa e fiori hanno sbocciato

E non fate come il Dei
che ci dette un ovo in sei
e noi per farglielo vedere
gli si mandò il barroccio a bere.

E là sotto a quella porta
c’è un mondorlo fiorito
se c’è citte da marito
Dio gli dia la buona sorte.

Quando andate a quel prosciutto
pigliatelo un buon coltello
tagliate il funicello
e portatelo giù tutto.

BIBLIOGRAFIA
Giovanni Giannini – Bibliografia dei Maggi stampati dalla Tipografia Sborgi in “Rassegna Volterrana, fascicolo III – Anno II (1924),
Alessandro D’Ancona – Origini del Teatro Italiano – Loescher Editore – 1891 VoI. 2°,
E. Levi – Lirica italiana antica – Bemporad edite 1908,
Michele Vocino – storia del costume,
Achille Schinelli – Nuovo canzoniere italiano (parole e musica) editore Signorelli – 1946.
I Maggi stampati dalla Tipografia Sborgi in Volterra nel 1800 sono i seguenti:
1 _ Gli eroi etruschi in Africa, ovvero Bona presa da cavalieri, maggio riveduto e corretto da F. A. Angeloni – 1867,
2 _ Enea in Italia, ossia il tragico fine di Turno ed i Trionfi di Enea in Italia, redatto da Domenico dell’Arsina di S. Marino – 1871,
3 _ Maggio di Carlo V e Francesco I ossia La Battaglia di Pavia – 1871,
4 _ Cleopatra ed Antonio – 1871,
5 _ Maggio il FigliuoI prodigo – 1885,
6 _ Maggio di S. Maria Maddalena – 1889,
7 _ Maggio di Bradamante e Ruggero – l890,
9 _ Maggio di Semiramide – 1890,
10 _ Maggio della vita e morte di S. Alessio – 1891,
11 _ Maggio di Giuseppe Ebreo, figlio di Giacobbe (Nona edizione) – 1893,
12 _ Maggio la liberazione di Gerusalemme – 1895,
13 _ Maggio Fioravante, figlio del re di Francia – 1895,
14 _ Maggio di Genoveffa di Bramante (Nona edizione) – 1895,
15 _ Maggio di Cleonte ed Isabella figlia del re Delio – 1896,
16 _ Maggio di S. Uliva, regina di Castiglia – 1896,
Nella copertina interna del “Maggio del Figliuol Prodigo” sono indicati anche i seguenti altri Maggi sempre stampati dalla Tipografia Sborgi:
1 _ Passione di Gesù Cristo;
2 _ Re Trieste (?);
3 _ Venuta dell’Anticristo;
4 _ S. Pellegrino;
5 _ Giosafatte e Barlaam:
6 _ Maggio del Conte Ugolino (1867).
Nella biblioteca Pilastri il Prof. Renato Galli segnala che sono stati trovati anche i seguenti Maggi:
1 _ S. Pellegrino figlio del re Di Scozia 1887-1892,
2 _ Altre edizioni dei maggi Giuseppe Ebreo 1887,
3 _ La Passione di Cristo – 1896,
4 _ La Liberazione di Gerusalemme – 1887,
5 _ Fioravante – 1887.