Abbiamo cercato di rievocare qualche ricordo delle vecchie automobili che, alla folle velocità di dieci, venti chilometri all’ora, si avventavano sulle apocalittiche strade che salivano al nostro poggio.

GABRIELE D’ANNUNZIO

Uno dei primi automobilisti che salirono a Volterra ai primi del secolo fu Gabriele D’Annunzio. Alle ore 13 del 26 ottobre 1909 una grande macchina si fermò davanti all’Albergo Nazionale e da essa discendeva il poeta in compagnia di una dama russa. Nel suo romanzo «Forse che sì forse che no», il D’Annunzio descrisse le sue impressioni di automobilista nelle pagine che narrano l’avvicinarsi di Paolo Tarsis alla città etrusca. Oggi la velocità delle macchine è paurosamente aumentata e chi guida non ha certo più il tempo di godere paesaggi filtrati attraverso morbose e raffinate sensazioni decadentistiche.

«Correvano su la rossa macchina precipitosa nel pomeriggio d’agosto… Correvano verso l’inferno di Volterra, una terra senza dolcezza, un paese di sterilità e di sete, una landa malvagia, un deserto di cenere. Fenditure innumerevoli, arsicci labbri anelanti, per ovunque si aprivano nelle crete sitibonde… su le biancane di mattaione cinericcio».

La descrizione è certamente efficace ma non direi che sia tale da incrementare l’interesse turistico per Volterra. E più oltre:

«Qualche casale appariva, tristo come i tufi, circondato da mucchi di paglia simili a torri mozze, con un solo cipresso a guardia, con un solo cipresso nero in tanta pallidezza, ritto su la sua ombra sorta. Negli zolloni di tufo i nicchi scintillavano come il diamante. Qua e là su pei gibbi, la fioritura salina luceva come il tritume del vetro, come la limatura del ferro. Con i pugni al volano, con gli occhi fissi alla via sparsa di selci taglienti, a destra, a manca, dinanzi ovunque appariva tutta la terra ondeggiata come un immenso deposito risecco di alluvioni bibliche. Soltanto qua e là qualche tamerice assetata e scolorata vi languiva. “Volterra”. Dietro una cava collina di marma gessosa, su la sommità del monte, come su l’orlo di un girone dantesco, all’improvviso era apparso il lungo lineamento murato e turrito».

Così D’Annunzio automobilista e turista.

AGOSTINO BALDACCI

A Volterra c’era già, però, da alcuni anni chi possedeva una macchina e spaventava i pacifici cittadini attirandosi le maledizioni specialmente dei contadini. Ne era proprietario Agostino Baldacci, un simpatico scavezzacollo che aveva nel sangue la mania del progresso. Tutti chiamavano Gosto.

La sua prima macchina risale al 1903. Era la prima macchina volterrana e certamente una delle prime che comparivano in Italia.

Non era né una Ford, né una Fiat – era una macchina di marca francese, una Darrac (noi la chiamavamo una dàrraco) che Gosto aveva comprato di seconda mano e che, nonostante le sue cure di espertissimo meccanico, funzionava assai male. Ne sono sicuro, perché ero uno di quei giovincelli che accorrevano alle rumorose sortite della macchina, e soprattutto perché io, che a quell’epoca infestavo la città di certe poesiole giocose in sesta rima, volli celebrare l’avvenimento con dei versi, che dicevano press’a poco così:

Una darraco un tale avea comprato,
cosa mai vista dal diluvio in poi;
partiva con un chiasso indiavolato
e tornava attaccata a un par di buoi.
Il proprietario si chiamava Gosto,
l’automobile, credo, girarrosto.

E così di seguito per diverse strofe, perdute ormai anche nella mia memoria (che peccato!). Ma dopo poco il Baldacci si disfece di quella carcassa ed acquistò una Ford. Me la rammento benissimo con la carrozzeria molto elevata sulle ruote, brutta, che pareva uno che corresse a gambe larghe; ma offriva la garanzia, o quasi, dell’andata e del ritorno… quando, però, non avvenivano incidenti. Fu, difatti, presso Spicchiaiola, al Sasso Gianni, che vi furono delle ossa rotte.

Ad ogni modo è certo che Agostino Baldacci andò a Torino per comprare la sua prima macchina e anche per impratichirsi nella guida. Il che avvenne in pochi giorni. Prima di partire per Torino il BaIdacci fece testamento. E veramente il compiere un viaggio Torino – Volterra in macchina, senza assistenza, senza uno stradario efficace, senza nessun punto di appoggio era a quei tempi una avventura straordinaria, degna di un eroe uscito da un romanzo di Giulio Verne. Il viaggio di ritorno al poggio fu effettuato in tre giorni e mezzo. Un bel record per quei tempi.

Ma i guai non finirono qui. La vecchia automobile destò sensazione tra la cittadinanza. Il BaIdacci insisteva nel far provare agli amici la nuova conquista della tecnica moderna. Molti però rifiutavano l’invito. Stormi di ragazzi accompagnavano la macchina, fin che potevano, ad ogni sua uscita.

Sorse allora quel popolare detto volterrano che era ancora in auge almeno fino a trenta anni fa’ «L’automobile del Baldacci quando passa tira sassi». Ciò, infatti, era causato dalla particolare struttura rigida della macchina e delle ruote. Alle curve i ciottoli delle sassose vie partivano in ogni direzione. I contadini erano i più sbalorditi dalle rumorose apparizioni della macchina del Baldacci. Chi si segnava gettandosi nelle zanelle o nei campi vicini. Chi imprecava agitando il pugno e scagliando maledizioni contro quel bolide diabolico che turbava la pace dei campi, disturbava le mucche e con lo spavento loro provocato, metteva in pericolo la produzione del latte. Qualcuno, più violento, lanciava anche delle pietre contro l’automobilista e talvolta su certe strade di campagna si improvvisavano anche sbarramenti con tronchi di albero. Tutto questo non spaventava il nostro pioniere che non si lasciava sviare neppure dagli incidenti a catena in cui incorreva. Una volta la macchina, che aveva imboccata la via porta all’Arco, si incendiò; un’altra volta il nostro automobilista si troncò le gambe.

Ma Agostino Baldacci era uno spericolato. Lo aveva dimostrato fin da giovanetto quando, per scandalizzare e far fuggire le signore dal cappello piumato che passeggiavano sul Viale dei Ponti allora completamente sterrato, legava una fascina alla sua bicicletta e correva come un matto per il viale sollevando un polverone soffocante degno di una carica del 7° cavalleggeri.

Per piacevole contrapposto a questi sciagurati episodi, ne ricorderò un altro di carattere umoristico. Un pomeriggio d’estate, Gosto, con un paio di buontemponi del suo stampo, caricò sulla Ford un calzolaio, un certo Nacchia, molto conosciuto a Volterra, prelevandolo liscio, liscio dal suo deschetto, col grembiule e in maniche di camicia, sotto l’invitante e innocente profilo di un giretto intorno alla città. Senonché, corri corri, lo portò, in quelle condizioni, fino a Cecina; quivi esso e gli altri compari, con la scusa di andare a bere un bicchierino, lo volevano fare scendere dalla macchina con l’infame proposito di piantarlo là, in quella tenuta poco decorosa e, probabilmente, senza un centesimo in tasca, per il gusto di sentirlo sbraitare per una settimana almeno. Ma l’amico annusò la ragia e non si volle muovere. «Non posso» diceva; e gli altri a insistere: «Andiamo; tira via». «Non posso». «Si beve un bicchierino e si riparte», «Non posso». Insomma, non posso, non posso, non ci fu verso di farlo scendere e così Gosto dovette ritornarsene a Volterra con la burla rientrata.

Il Baldacci fu anche uno tra i primissimi, che tentò di applicare un motorino alla bicicletta. Allora c’era già i tricicli a benzina (si chiamavano così}, ma motocicli non se n’erano ancor visti.

Me lo ricordo quell’infelice tentativo, anch’esso fragoroso e rischioso, riuscito vano. Mi par di vederlo ancora Gosto su e giù per via Nuova sopra quel trabiccolo indemoniato, che pareva che, ad ogni scoppio del motore, saltasse per aria, o andasse a sfracassarsi contro il muro; la gente, presa dal panico, scappava di qua e di là, rifugiandosi nei portoni e nelle botteghe.

Ci voleva, veramente, del coraggio per fare certe prove, che sembravano follie! Prove e follie rumorose, che all’alba della nuova era motorizzata, turbavano per prime il millenario silenzio della nostra città.

MARIO VITI

Altro spericolato automobilista, dopo essere stato temerario ciclista che correva con la bicicletta sul muro di via Lungo le Mura tra le grida di spavento dei passanti, fu il Prof. Mario Viti.

Mario Viti è un’altra simpatica figura di pioniere dell’automobile nella nostra città, posteriore di qualche anno alle prodezze di Gosto. La sua patente fu conseguita in Francia nel 1910. Si trovava là per svolgere la sua opera di scultore. Verso il 1903-1904 nella nostra città partecipava a corse di biciclette ed organizzava gare e circoli sportivi. Tra la fine del 1915 ed il 1916, qui a Volterra, egli gestì un servizio pubblico di auto.

La ferrovia non funzionava più per ragioni belliche. Il prof. Viti, in possesso di una delle rare patenti dell’epoca, teneva i contatti tra Volterra ed il resto del mondo. Aveva un garage prima in via Guidi e poi in via Nuova. Faceva servizio tra Volterra e Pontedera con la sua macchina, una Torpedo rossa aperta, con la capotte. Poi, poiché il servizio era molto richiesto, ebbe una Dedillon Buton, limousine, con otto cilindri. Il prezzo del viaggio era di L. 10. Partiva alle ore 6 del mattino e tornava alla sera. Oltre ai viaggiatori portava giornali e corrispondenza a tutta la Valdera. Era autorizzato a questo servizio da tutti i comuni interessati.

Ma la sua passione per le macchine non si fermava soltanto qui. Egli trasmetteva il bacillo del motore anche ad altri o della sua età o più giovani. Sembra che gli appassionati di automobilismo si fidassero più di lui che di Gosto. Insegnò a guidare a molti altri tra i quali si possono ricordare, Tonino Meini, Giusto Bessi, un Caporioni, Umberto Mannucci e tanti altri alcuni dei quali divennero poi provetti autonoleggiatori e a loro volta, trasmettitori della passione del motore alle generazioni più giovani. I discepoli avevano poi il riconoscimento della patente dopo un esame di guida sostenuto alla presenza di un ingegnere del Circolo Ferroviario di Firenze.

Poi nella seconda metà del 1916 il professor Viti non se la sentì più di portare la fascia azzurra dell’esonerato dal servizio militare per ragioni di servizio civile. Abbandonò la sua fedele macchina nonostante le insistenze delle autorità e di molti concittadini, e partì per il fronte. Tornò alle sue passioni sportive dopo la guerra.

VITTORIO SIMONESCHI

Altro appassionato fu Vittorio Simoneschi, ma non abbiamo molti ricordi a riguardo.
Forse in futuro potremo dire qualcosa di più!

© Pro Volterra, SILVANO BERTINI
Pionieri dell’Automobilismo Volterrano, di Silvano Bertini, in “Rivista Volterra
A proposito di Motori, di Umberto Sestini. in “Rivista Volterra