Chi non crede all’esistenza delle streghe? Chi non ha detto, ad aIta voce o in cuor suo, «brutta strega» a quaIche persona antipatica? Chi non ha perso qualche volta tempo ad armeggiare contro la mala sorte, contro il malocchio, contro tutte le malefatte umane? Chi non si è sentito come «fatturato» qualche volta che, a fìn di bene o a fìn di male, qualcuno l’ha «freddato» nei bollori dei propri entusiasmi? Non per nulla il freddo pungente si chiama «striggine» cioè tempo da streghe, aria smossa dal passaggio delle streghe. Si è fatto bene o si è fatto male? Il più delle volte abbiamo agito incosciamente come per una eredità che affonda le radici nei millenni.

Già il popolo etrusco, romano fu un popolo superstizioso, cioè eccessivamente pauroso delle forze occulte del male, e presuntuoso d’incatenarle o scatenarle a comodo e capriccio mercé l’aiuto di persone o formule speciali. Onde la legge, da quella antichissima delle XII Tavole in poi fìno all’Evo cosiddetto Moderno, quasi sempre irrogò pena di morte per coloro che operarono la magia malefìca o stregoneria con suoi vari e macabri atti e riti.

Il Cristianesimo legale, accogliendo quasi integralmente il diritto romano, mantenne le severe sanzioni in proposito, benché sul piano della fede tentasse limitare la casistica degli interventi diabolici, e ne mitigasse la paura coll’uso dell’acqua santa e con la fede nella potenza salutifera della croce. Onde ne rimangono le espressioni popolari: «stare con il diavolo e l’acqua santa», «essere come il diavolo e la croce». Il resto poi lo punì più come venefìcio che come malefìcio.

Cio non tolse però che nel Medio Evo, coll’esasperarsi di certe crisi, insorgessero molti casi di delirio religioso, di paura collettiva, e in nome della difesa contro l’eresia non si invocassero bruciamenti contro le strege «sacrìleghe, sortìleghe, idolàtre». E non solo per l’oscurantismo dei secoli di ferro, ma pure nel Rinascimento per il sorgere del neopaganesimo: come si ebbe un ravvivato studio e una più fanatica fede e pratica della magia, così ci furono condanne al rogo e processi di stregoneria con vittime innocentissime e non eretiche e non venefìche, quali Santa Giovanna d’Arco la Pulzella d’Orleans.

Non sta a me in questa sede dimostrare l’esistenza del diavolo, di quella potenza «infernale» (cioè degradata e degradante) che «a comun danno impera», oppure catalogare quanto spesso s’immischi nelle faccende umane quale orrido attivante o «catalizzatore» del male che sta nelle più oscure profondità del cuore umano. E neppure voglio portare la narrazione che seguirà come un esempio della mitezza clericale, ma soltanto raccontare qualcosa di un’epoca e di un costume, oggi fortunatamente sorpassato ma non scomparso.

Dunque: ho trovato un processo a una strega nel volterrano, e questo non è poco per l’avidità di ricerca d’un campanilista. Però, avendo io la testa già farcita di nozioni di cabala e metapsichica per aver trascritto ormai da tempo integralmente il famoso «lucidario astrologico» di Piero d’Abano, medico astrologo e mago del sec. XI, devo dire che la strega dei documenti di Volterra, benché posteriore di un secolo al maestro, non è delle più addottrinate nell’arte della magia. Pietro, giovandosi d’un ricco vocabolario d’origine greca, fa molte distinzioni fisiche e filosofiche, partendo dalla divinazione, dedotta dalle figure segnate sulla terra, cercate nell’acqua, nell’aria, nell’olio, nel fuoco, nel fumo, negli astri, e giunge così al vaticinio dei sogni, dei morti, agli oroscopi, agli aruspici, ai sortilegi, ai malefizi, tramite una ben determinata gamma di conoscenze e di esperienze sulle persone e sulle cose, sulle teorie fisionomiche, sui detti dei filosofi antichi, mercé una conoscenza addottrinata della medicina e dei veleni. La donna invece sembra appena preoccupata di applicare o complicare bene delle conclusioni formulate non da lei medesima.

Tipica però d’ambedue è la ferma convinzione che si possa come isolare Dio in alto, quasi legargli le mani, per manipolare poi a piacere i flussi stellari e vitali, oggi diremmo le energie vaganti, perché su qualcuno non transitino, e su un altro s’adagino con tutta la migliore delicatezza voluta e con la maggiore intensità necessaria ai vari effetti desiderati. Il limite fra il beneficio e il malefìcio viene cercato e determinato dalla persona maliarda mediante oggetti, figure, simboli, come per una raccomandazione per interposta persona o come per una sentenza in contumacia, seguìta da una esecuzione in effige, che si affida al demonio per la traduzione nella realtà, oppure viene procurata o favorita mediante la ripetizione esasperata, spossante e spersonalizzante di certe espressioni brevi e intense,

Avevo già trovato, rovistando fra le vecchie carte, formule precatorie e deprecatorie o imprecatorie d’un grande interesse documentario, ma non un formulario diffuso e sistematico come nel processo alla strega.

Ricordo ai lettori che fu pubblicata, nel numero «Volterra» di aprile 1963, qualche curiosità letteraria sulla postilla superstiziosa al sogno profetico chiesto con l’orazione a S. Anna del codice Belforti, iniziato a scrivere nell’anno 1340. Mi piace aggiungere qui e richiamare che, data l’epoca e le persone, quasi ogni medicina non era creduta efficace se non con gli orpelli d’una preparazione e suggestione tramite parole gesti posizioni, codificate dall’uso e dalla fiducia in una medicina che chiamerei filosofìca psichica e sacramentizia.

Così il notaro volterrano Giusto di Gualfredo Sozzi annota premurosamente questo rimedio infallibile contro i vermi intestinali: «non fare uso d’olio se non di lucerna, dare come bevanda dell’acqua piovana nella quale sia stata fatta spengere tre volte una verga d’acciaio infuocata, fare un impiastro sullo stomaco con un pesto di gusci di melograno e cime di rovo bollite nell’aceto, al mattino, alla sera e all’alba del giorno della luna nuova».

Così Ser Chelino di Binduccio degli Accettanti annota nelle sue imbreviature questa «segnatura» infallibile se ripetuta con tre segni di croce all’orizzonte contro la tempesta, il nuvolo e il maltempo: «Nugolo, nugolo che dal cielo vieni – benedetta l’opra che ordinando e facendo viene. – Vanne in quella valle scura – dove a nessun uccello non casca mai piuma. – Oh tu del cavaliere bianco, – quello che pensasti fare tu l’ha fatto un altro. – Oh tu del cavaliere nero, – quelle che pensi di fare tu lo faccio io, – col padre il figlio e lo spirito di Dio».

Anche il cristianissimo e rassegnato Luca Landucci nel suo Diario che si protrae oltre il 1500 esalta Paolo Dal Pozzo Toscanelli, perché «medico fìlosafo e astrolago benché di santa vita» e annota ogni mostruosità, ogni folgorazione, ogni dubbio avvenimento come certo segno divinatorio.

Infatuazione generale quindi, che ci aiuta a comprendere monna Elena moglie di Nanni da Travale detto Sarteano «incantatrice divinatrice e sortilega, abile a manipolare i consigli secondo le risposte del demonio». Essa che nell’estate dell’anno 1423 fu condotta di fronte al tribunale civile e religioso del vescovo di Volterra Stefano di Geri del Buon da Prato, e sottoposta a stretto interrogatorio dal messer Antonio Michelotti da Perugia, essendogli coadiutore e attuario il notaro locale Ottaviano Vermicelli, al quale ultimo non saprei dire se interessasse di più il fatto umano dell’innocenza o colpevolezza dell’imputata, oppure la primizia delle formule che vengono recitate metodicamente (non so poi quanto spontaneamente o con quali mezzi efficaci del tempo) dalla strega e altrettanto metodicamente annotate dal curiale.

Alla donna però nessuno riesce a strappare le cinque parole sacre tratte dal Salterio, le quali valgono a creare l’ambiente propizio alla fattura. Poiché, luogo, persona e cosa variando, le formule sarebbero sempre adattabili; ma la mancanza di quelle parole, che sono come la bacchetta fatata, come impedì al Vermicelli annotatore d’allora, certamente impedirà a noi annotatori d’oggi di provar l’efficacia delle fatture di monna Elena da Travale.

Tutto l’insieme della narrazione in volgare paesano è interessante, formula e ricetta, ma riporterò nel testo originale solamente le frasi da pronunciare o qualche conclusione veramente pregnante.

Ecco dunque: Quando la strega vuole divinare si raccoglie sopra pensiero e dice: «La Vergine Maria gittò la sorte per trovare Jesù el suo figliuolo – e io le gietto per lo tale e la tale – se detta avere bene o si o no». E mescola in mano una moneta crociata e la fa cadere e se viene croce porta bene.

Per far venire una persona, uomo o donna che sia, pronuncia per cinque domeniche di seguito, mille volte ogni domenica, l’invocazione: «Dòmino e Donna manda el cotale a me».

Quando vuoi sapere se uno è spiritato, prende una cintura di lui e su di essa misura la lunghezza di tre palmi dicendo: «Jesù alto, transito, – liberato e finito, – per lo mezzo di loro passò, – Signore, per lo mezzo di loro passa – e difendilo da ogni strega e da ogni spirito dannato, – e da ogni malia che gli potesse nuocere», Alla fìne della preghiera ripete la misura e se la cintura si trabutta più di tre palmi la persona è spiritata.

Quando vuoi trovare un ladro o un ricettatore pronuncia le cinque parole sacre sopra del pane e del cacio che darà a mangiare al sospettato. Se egli avrà veramente rubato si altererà e non potrà mangiare.

Quando vuoi liberare uno dal carcere dice: «Iddio ti salvi, àere, per tre impiccati e per tre annegati e per tre morti a ferro. Nove siete e nell’inferno ridete; nove diavoli ne traete, e al tal andrete, e dalla prigione li trarrete». E viene un turbine di vento che procurerà la libertà ai prigionieri. Con questa «incantagione» ha liberato dal carcere un tal Francesco, comitatino di Perugia, che a Travale era stato preso per ladro d’un paio di buoi. «E uscitte di prigione» (argomento ad hominem per il vicario che è Perugino).

Ma questi in qualche modo si possono chiamare benefici. Il peggio comincia quando la strega accetta di mettersi «mezzana» d’odio e d’amore fra le persone e fa uso di questa ricetta con la quale afferma d’aver più volte «fatturato» se stessa, monna Agnese «suo sirocchia» e molti altri. «Accipit una nidiata di rondolini (rondinini) che sieno almeno quattro e mettegli in una pentola roggia in uno soppedanio (cassapanca) vivi, e lassagli stare tanto che muoiono». Poi fa questa scelta «Quelli che stanno vòlti l’uno al dietro dell’altro li secca e fanne polvere e quella polvere dà a quelli fra quali vuoi che sia discordia e presa questa polvere saranno in grandissima discordia». Invece «Se vuoi mettere concordia piglia quelli rondolini, che stanno a becco a becco vòlti, e fa il simile e sarà concordia tra coloro a chi lo farai».

Diciamo la verità (anche senza interpellare la Società protettrice degli animali): non è degno del rogo questo pretenzioso intromettersi nella vita e nella morte dei poveri rondinini?

Che dire poi quando le formule si fanno complicate e interviene il malefìzio supremo che coinvolge anche l’eresia contro Dio? «Iddio in alto! e il tale (o il tal luogo) sia intrànso (cioè intransitato) e nugola sopra di lui». Con queste parole, oltre che scatenare la bufera e il temporale, si può far insorgere un male senza rimedio, si può procurare la pazzia. Malìe che si effettuano cucendo un pezzo di panno stregonato sotto la soletta delle calze o facendo ingerire una fava inversa. «E queste parole si vogliono dire il giovedì e la domenica» e si completano aggiungendo, alla malìa che ha potere di liberare dal carcere, questa appendice «nove diavoli ne trarrete, e addosso al tale li metterete, il cuore dal corpo voi gli trarrete, e la memoria dal capo gli leverete, e per lo mondo impazzato li manderete».

Oppure in questo modo che ricorda il culto del pagano Priapo. Prendi del pane e vai di notte a portarlo sopra un termine (o palo o pietra confìnaria) e inginocchiato recita: «Termine, determina il tale in febbre terzana, quartana, continua, nottaia, bottraia, e in ogni febbre amara». Quindi le altre formule sopranotate. «Ancho tolle nove parti di sale per li nove buchi del corpo e mettelo nel cuore del fuoco e dì: Così schioppi el core al tale, come schioppa questo sale. E fatto questo infermirà e stenterà gravemente».

Inoltre, la nostra strega, quasi che ciò non bastasse, si afferma capace di preparare alle donne, illecitamente gravide, medicine formate con un pesto dell’erba «schiantapuzza» misto a due once d’argento sublimato da prendere in sette pozioni, colle quali bevande «le fa sconciare» e molte ne ha liberate dalla pendente infamia.

Cosa avreste fatto, voi lettori, al posto del vicario Michelotti? Era una fattucchiera «avvelenatrice» o una «millantatora» Elena da Travale seviziatrice degli innocenti rondinini?

La fìamma è bella! La fìamma è bella, per l’innocente e per il colpevole. Col fuoco si può liberare il mondo da tanto ciarpame e purifìcare e disinfettare anche quel che resta.

E invece no: la sentenza della Curia di Volterra, registrata nella fìlza 47 degli Atti Civili e Criminali, è povera di emozione. «La donna sia fustigata, messa alla berlina e sbandita dai confini». Spese del processo, o multa che dir si voglia, 50 fìorini; a laude e gloria della giustizia e clemenza del vescovo di Volterra, che, non per nulla, si chiamava messere Stefano di Gieri del Buono.

© Pro Volterra, MARIO BATTISTINI
Anno 1423, processo alla strega di rondinini, in “Volterra”