Profumo d’arance, odore di neve nell’aria e di pampepati nelle vetrine; presepio con pecorelle, pastori, borraccina, ponticelli su torrenti fatti con pezzi di vetro.

Che gioia il Natale! Gioia anche per i bimbi poveri, come qualcuno che aveva un nome uguale a quello di chi firma queste rievocazioni. Una gioia fatta di favole zuccherate da misteriose lontananze e da realtà presenti altrettanto misteriose.

Le favole erano tutte raccolte nel Presepio; quello dei Cappuccini nel convento oltre Sant’Alessandro. In quel Presepio c’era raccolto tutto mondo stupefatto, incredibile e fantasioso che non trovava posto in nessuno dei racconti natalizi.

Anche nelle altre chiese volterrane c’era il Presepio, ma quello dei Cappuccini era il più bello. Lo diceva anche la zia Maria, nelle cui mani avremmo giurato per qualsiasi difficile impegno.

La visita al Presepio dei Cappuccini a S. Alessandro rappresentava una spece di pellegrinaggio notturno, verso un luogo sacro, da parte di gente che non implorava miracoli. Preceduta dalla novena in qualche altra chiesa – la nostra era S. Michele – la sera del 24 dicembre, verso le 11 di sera, buono o cattivo tempo, ci si avviava in comitive per la porta all’Arco, e giù, verso i Cappuccini.

Buono o cattivo tempo, era però sempre un viaggio con temperatura rigida da sottozero. Spesso la strada era ghiacciata. Lampioni non ce n’erano; se non tirava vento si usava rompere il buio fìtto con qualche pezzo di candela. La fìammella serviva più per fare il punto di convergenza dei componenti della comitiva, e per vedere dove si mettevano i piedi. Se il cielo era stellato (un brillio che solo sull’Adamello, in tempi di guerra ho poi visto) la zia Maria, rompendo il silenzio di chi le stava intorno, diceva che quelle stelle erano gli occhi degli angel custodi. Ed ognuno alzava lo sguardo al cielo e cercava la sua stella. Era come la velatura di dolce religiosità sui cuori comrnossi.

Il mistero prendeva con maggiore intensità noi piccoli: la gita notturna, il freddo ai piedi, alle mani, alle orecchie, la candela accesa in una mano d’ignoto, gli angeli custodi, la campenella della chiesa che sembrava ancora lontana… uno stordimento vago e crescente ci accompagnava per la strada scoscesa.

Se tirava vento, se nevicava, se pioveva si andava lo stesso: più umidore, più freddo, più buio (perché l’esile fiammella della candela si spegneva), ma si andava. «Brutta stagione, più devozione», commentava la zia senza convincere noi piccoli.

Gesù bambino, al centro del Presepio, era meno vestito di noi, ma era al riparo e aveva il bue e l’asinello che lo scaldavano col fiato. Lo consideravamo un privilegiato, senza che ci sfiorasse il timore del sacrilegio, allo stesso modo che stimavamo eccessive tre messe per ragazzi pieni di freddo e di sonno.

Eppure quel presepio aveva il suo fascino e restava la più suggestiva attrazione della lunga e monotona stagione invernale, fatta di scarpe bagnate, di stanze gelide, di mani intirizzite e trattate con la cura omeopatica delle pallate di neve, appena pochi metri lontani dalla scuola.

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Odore d’arance, odore di neve, presepio ai Cappuccini e pampepato nelle vetrine: del Brachini, dal Bardola, al Bottegone e presso quasi tutti i fornai.

Un albero di Natale alle scuole di S. Lino e un altro a pian terreno del Palazzo Marchi, in Via Nuova. Due alberi carichi di arance, torroncini e biscotti per noi bimbi poveri.

Tanto quello delle scuole di S. Lino, quanto l’altro di Palazzo Marchi erano pieni anche di candeline accese che davano risalto al colore delle arance e alla carta argentata degli altri doni. Le stanze avevano anche il conforto di una stufa.

Stanze accoglienti, stanze natalizie. Se fuori tirava la tramontana e i lampioni a petrolio non riuscivano a rischiarare che limitati spazi di strade deserte, le stanze degli alberi natalizi apparivano condensati di beatitudini a prezzi popolari. Le signore addette alla distribuzione dei doni erano di una cordialità commovente. Prendevano una maglietta di lana e l’assegnavano a un bimbo streminzito e timido. «Sembra un po’ larga – dicevano – ma dopo lavata si restringe e andrà benissimo». E se la maglia sembrava un po’ stretta per il bimbo cui era assegnata: «Dopo pochi giorni che l’hai indosso, vedrai che s’allarga e ti starà a meraviglia».

Una cordialità commovente, vi dico. Un paio di guantinl di lana, con un dito solo, come quelli che usano ancora per i neonati, erano accompagnati, con voce flautata: «Sono più comodi e più spicci da mettere e da levare». Una carezza sui capelli lisci del bimbo e un saluto all’accompagnatrice, che se era la mamma povera del bimbo prendeva, lei, appena fuori, tutti quei doni e li consegnava idealmente al Ceppo che sarebbe venuto di notte in casa a portare al bimbo povero un po’ di felicità.

Avveniva così che il bimbo riceveva due volte la stessa roba; la sera della vigilia e la mattina del Natale. La poesia natalizia ne usciva un po’ rnortlflcata, è vero, ma c’era lo spunto per immaginarsi d’aver prima sognato e di risvegliarsi alla realtà. Era stato il Ceppo a portare quel cartoccio di fichi secchi, o questi erano stati aggiunti dalla mamma?

L’indagine a fondo veniva scartata, e nella mente del bimbo, presepi e alberi natalizi, candeline accese e pastori, borraccina e paglia che serviva da cuscino al piccolo di Betlemme, calore della stufa nelle stanze degli alberi natalizi e fiato del bue e dell’asinello, si sovrapponeveno, si fondevano, si confondevano, e formavano un quadro stupefacente, dapprima un po’ sfocato, poi con contorni netti, accompagnato da una conclusione altrettanto netta: Gesù Bambino era coi bimbi poveri.

Una logica un po’ presuntuosa, ma faceva così bene al cuore e scaldava più di quella maglietta di lana, destinata o stringersi o allargarsi. La presunzione era fatta su misura e calzava impeccabilmente.

Dolci Natali volterrani di un tempo lontano, quando il passerotto implume non pensava che un giorno avrebbe spiccato il volo dal Poggio per cercare un nido più caldo e meno squallido, ma che non gli avrebbe indicato dove abita la felicità, né placato col tempo l’ansia assillante della nostalgia del gelido nido lasciato.

Dolci Natali costretti dalle memorie fra l’odore delle arance e della neve caduta o incombente dal cielo di piombo; Natali delle stanze gelide e delle strade coperte di ghiaccio; cornicioni dei tetti ornati da stalagmiti gocciolanti come nei moderni frigoriferi termati lungamente al massimo; scaldini di coccio con brace di legna ardente che, attaccati all’uncino centrale del trabìccolo, stepidivano i lenzuoli per il lungo sonno e i tranquilli sogni dei bimbi.

© Pro Volterra, UMBERTO FOSCANELLI
Vecchi natali volterrani dei bimbi poveri, in “Volterra”