Fra le tante notizie storiche che abbiamo sul culto per la Madonna di S. Sebastiano, vogliamo ricordare l’assidua cura che i nostri avi posero nel celebrare la festa annuale alla terza domenica di settembre, che era sempre preannunciata con manifesti murali con i quali si davano dettagliati particolari organizzativi, sia per le cerimonie sacre che per i festeggiamenti civili.

Rileggendo le vecchie memorie si ha l’impressione che il clero ed i civili facessero a gara per superarsi a vicenda nelle manifestazioni che, per tradizione, ciascun gruppo organizzava: la chiesa si preoccupava delle prediche, delle messe cantate e pontificali, delle solenni processioni. I civili s’ingegnavano per la brillante riuscita dei concerti bandistici, delle corse dei cavalli e dei fuochi, sempre in onore della Madonna, e ponevano gran cura affinché gli svaghi ricreativi non coincidessero, negli orari, con le funzioni sacre. La fiera di merci e bestiami, poi, faceva da contorno a tutte le manifestazioni di quei giorni e negli anni venti e trenta furoreggiò anche l’opera lirica.

Nella rivalità bonaria delle due organizzazioni, dove il sacro era spesso misto al profano, c’era un motivo di apparente accordo: l’uno cercava di sorprendere l’altro con le pubblicazioni a stampa, una stampa conciliare ante litteram sempre encomiastica, che si estrinsecava in volantini e solenni manifesti, nei quali era di prammatica la composizione poetica. Nel manifesto che annunciava i giorni dei festeggiamenti in onore della Beata Vergine Maria di S. Sebastiano, infatti, compariva sempre un sonetto dedicato ad una personalità <<civile», come si diceva allora, o <<laica» come si direbbe oggi, certamente di primo piano, che era al centro della pubblica attenzione e sulla punta delle lingue salottiere.

Il primo di questi manifesti, risale al 1803. La data ci ha meravigliato perché una frase di Aurelio Ciceroni ci aveva fatto erroneamente ritenere che i festeggiamenti solenni della terza domenica di settembre risalissero al 1805.

Da questo manifesto apprendiamo che nei giorni 18, 19 e 20 settembre 1803 nella Cattedrale – la chiesa di S. Francesco ospitava l’immagine della Madonna, ma non era ancora Santuario mariano diocesano – veniva solennizzata con magnifica pompa la festività di Maria Vergine. Sotto appare un sonetto d’ignoto autore, dedicato all’Illustrissimo Signor avvocato Tommaso Gozzi Vicario mentissimo per Sua Maestà, allora Carlo Lodovico di Borbone, minorenne sotto tutela della madre Maria Luisa, dal 27 maggio di quell’anno Re dell’Etruria. Quarant’anni dopo, nel 1843, il personaggio di turno è la contessa Olimpia Guidi, nata Ricciarelli. Questa volta conosciamo il nome del poeta: è il padre Andrea Verrazzani delle Scuole Pie Volterrane, al quale per qualche decennio si rivolsero tutti coloro che volevano esprimere in rima devozione e ringraziamento ai Santi, o riconoscenza a qualche illustre personaggio.

Il medesimo padre Andrea è di nuovo l’aedo della Madonna nel 1846, l’anno del terribile terremoto del 14 agosto, che scioglie il canto riconoscente alla Vergine per aver salvato Volterra dal disastro del sisma.

Nel 1857, come sappiamo, Pio IX incoronò la Madonna di S. Sebastiano, ma la visita del Pontefice, 27 agosto, fu conosciuta all’ultimo momento e prese tutti, o quasi, alla sprovvista e quindi non si era arrivati in tempo per mettere insieme un poetico inserto che commemorasse degnamente l’avvenimento.

Padre Verrazzani, però, si rifece l’anno successivo, nel 1858: dette alle stampe un carme latino con relativa dedica, un inno, due sonetti ed una libera traduzione del salmo 112 Laudate, pueri, Dominum, che raccolse in opuscolo per ricordare l’incoronazione dell’anno precedente. Ma nel 1858 non fu solo il padre scolopio a festeggiare la Madonna di S. Sebastiano con un opuscolo. Aurelio Ciceroni, per solennizzare anche lui l’incoronazione dell’immagine, pubblicò un fascicoletto di Notizie storiche sul culto dei Volterrani verso l’immagine di Maria SS. di S. Sebastiano raccolte in occasione della solenne festa del 1858.

Tanta era stata la gioia dei Volterrani per aver visto la loro Madonna incoronata dal Papa in persona, che per il 1858 promossero festeggiamenti davvero grandiosi, come se prima non lo fossero state. Per le cerimonie sacre venne chiamato ad addobbare la Cattedrale il Sig. Luigi Lottini di Firenze, arredatore di professione. Le solenni processioni vennero accompagnate dalla Banda locale e da quella della 2a Brigata di Livorno, diretta dal celebre prof. Francesco Jacomoni. Tutte le finestre del percorso: via di S. Francesco, con sosta al Monastero, S. Lino per far baciare la sacra immagine alle Clarisse, via dei Ricciarelli, dei Sarti, dei Guidi, Piazza Maggiore, via del Campanile furono ornate con arazzi ed in Cattedrale l’immagine fu accolta da uno scelto coro di artisti diretto dal Sig. Maestro di Cappella Egidio Napoleone Pontecchio. Le messe pontificali del Vescovo diocesano Giuseppe Targioni e quella del Cardinale Cosimo Corsi, Arcivescovo di Pisa, annunciate dal tocco della campana dei Priori e da quelle del Duomo (allora andavano d’accordo), furono accompagnate dalle musiche dell’ Ill.mo Sig. Prof. Commendatore Giovanni Pacini e dirette dall’autore. Ma anche il Maestro di Cappella sopra ricordato ebbe la sua giusta parte, perché diresse il coro ad una messa pontificale con la musica che aveva appositamente composta ed ebbe l’onore di veder dirigere l’orchestra dal celeberrimo Maestro e Direttore dell’orchestra Imperiale e Reale Sig. Prot. Alamanno Biagi. La processione che ricondusse l’immagine in S. Francesco allungò il percorso: da via del Campanile, dei Sarti, di Sotto e di Porta a Selci fino al Conservatorio di S. Pietro per offrire al bacio di quelle oblate la sacra immagine e nuovamente per via Nuova, dei Guidi, Piazza Maggiore, via dei Ricciarelli ritornò in S. Francesco, con spiegamento di arazzi a tutte le finestre.

Se queste furono le cerimonie sacre nel 1858, i festeggiamenti civili non furono da meno. Nelle ore libere da impegni religiosi furono offerti tre concerti bandistici con musiche sinfoniche e l’innalzamento di un globo aereostatico. Il primo ed il terzo giorno fu corso il palio alla tonda in Vallebuona ed il secondo venne effettuata una corsa di cavalli sciolti da S. Martino in Borgo S. Giusto fino alla cantonata del Casino dei Nobili, in Piazza Maggiore.

Infine, com’è naturale, chiusero i festeggiamenti i fuochi artificiali, fabbricati sullo stile romano dall’abile pirotecnico volterrano Sig. Giovanni Dello Sbarba; fra i quali venne preannunciato l’incendio di una grandiosa macchina ideata dall’illustre architetto nostro concittadino il nobil Signor Paolo Guarnacci. Peccato che non si abbiano resoconti di questi spettacoli organizzati con il preciso intento di ricreare con onesti sollievi i signori concorrenti alle sacre feste, ma possiamo immaginarli per i ricordi che abbiamo del Palio in Vallebuona con Tabarre, Arturo Biondi e Vito Viti mossieri e la Banda che scortava trionfalmente in città il fantino in sella al cavallo vincitore.

Dopo il 1858 non abbiamo documenti di feste così solenni, ma la consuetudine della stampa encomiastica rimase. Sappiamo infatti che nel 1896 il Priore di S. Giusto Niccolò Quoqui dedicò un’ode all’Arcivescovo di Pisa, già Vescovo di Volterra, conte Ferdinando Capponi che partecipava alle feste di quell’anno. Sempre per il 1896 abbiamo un’altra composizione poetica composta dallo stesso Priore Quoqui e dedicata al padre Agostino da Montefeltro, esimio oratore nella Cattedrale di Volterra per le solenni feste in onore di Maria SS. di S. Sebastiano. Enorme successo ebbe il volantino stampato con lettere dorate dalla Tipografia Sborgi.

È strano, però, che le dediche non siano rivolte a concittadini ma a due forestieri. Fu forse per non suscitare inutili invidie o per mancanza di soggetti indigeni degni di plauso?

© Pro Volterra, RENATO GALLI
Il Culto nei secoli, in “Volterra”