di Francesco Bianchi

La Ferrareccia in Piazza



I notabili delle località di Provincia si incontravano in prevalenza alla farmacia per scambiarsi le opinioni sugli avvenimenti del giorno, per criticare i fatti degli altri, per discettare sulla caccia, sul tempo, etc.

A Volterra la farmacia più frequentata a tale scopo era quella del Comm. Giovanni Quadri, anche perché vi si poteva ricevere, di quando in quando, il gradito omaggio di un bicchierino di china digestiva, direttamente preparata nel retrostante laboratorio.

Ma il punto di riunione più accreditato, specialmente al sabato, era la ferrareccia di piazza. I Notabili più autorevoli sedevano su sedie impagliate nel vano della seconda porta di accesso e gli altri facevano corona in piedi, andando e venendo.

La piazza fino alla soglia degli anni Venti del Novecento, si chiamò Piazza Maggiore; i restauri del palazzo della Cassa e della parte posteriore del Duomo non erano stati ancora completati, le lanterne in ferro battuto non esistevano e davanti alla ferrareccia c’era sempre al mattino una lunga fila di contadine nel costume allora in uso, con il cappello di feltro grigio orlato di nero, l’ampio grembiule e lo scialle variopinto, dinanzi a ceste e rasinelle colme di ortaggi e di frutta. Non esisteva il Mercato coperto, perché nei locali adibiti oggi a tale uso, c’era la centrale elettrica comunale, di cui era direttore Gostino Baldacci.

La Piazza Maggiore, non ancora Piazza dei Priori, era quella colorita e piena di folklore eternata nei quadri del Gioli.

Tra i frequentatori della ferrareccia i più assidui erano i proprietari terrieri che vi tenevano «scrittoio» all’aperto, vi ricevevano fattori e coloni e con essi trattavano gli affari della campagna.

Ma lo scopo principale degli incontri quotidiani era e restava sempre per tutti quello di scambiarsi notizie vere o immaginate sugli avvenimenti del giorno e più sui fatti degli altri, in conversazioni e discussioni animate che vertevano sull’andamento stagionale e le sue conseguenze nell’agricoltura, sulla politica, sul costo della vita e sulla concorde constatazione che «così come ora non si può più andare avanti», sulla caccia, sulle corna, più presunte che provate, sugli amici e conoscenti assenti o lontani e tutto questo in un sottile gioco di pittoresca maledicenza, come in certi dialoghi delle Novelle Toscane del Fucini.

I Notabili con diritto alla sedia, erano naturalmente i più considerati ed anche i soli a poter chiudere una discussione controversa e a poter emettere pareri definitivi su richiesta dei meno importanti ammessi alla loro confidenza: «Che ne dice Lei Sor Luigi?», «E Lei Cavaliere cosa ne pensa?».

Gli incontri alla ferrareccia ormai non avvengono più, sono scomparsi insieme a tante altre usanze ed abitudini del tempo passato ed è scomparso anche il piacere delle conversazioni pacate, l’arte del pettegolezzo e dello sfottimento bonario, la maledicenza pittoresca e condita di umorismo ma sempre inoffensiva, aliena da acrimonie e basse malignità.

A ricordo di tutto questo trascrivo di seguito l’inedita poesia di Manlio Cherici ove descrisse il «Cenacolo della Ferrareccia» elencandone i partecipanti più assidui, con la sua inimitabile vena facile e scanzonata. Sono ricordati nell’ordine: Sor Luigi Campani, il Sor Jacopo, detto Popo, Pagnini, il Geom. N. H. Pietro Marchi, il Sor Giuseppe Falchi Picchinesi, Vito Viti detto Vitio per ragioni d’ omonimia, l’ing. Lorenzo Bresciani, il Dott. Bruno Dello Sbarba, il Cav. Cesare Topi detto Bamfata, il Sor Gaetano Rovini, Olinto Eugenio Bartaloni detto Bazzina e Beppe Lenzi, il Sor Gino Inghirami ed Arturo Biondi.

ALLA FERRARECCIA DI PIAZZA DEI PRIORI

Che tipetti birichini
nel negozio del Merlini!
che per casi indefiniti
è passato a Vito Viti.

Presidente ormai acclamato
del Cenacolo prefato,
vi si frega ognor le mani
il Signor Gigi Campani
e con molta precisione
liscia il dorso alle persone.

Con la giubba in rigatino,
gli scarponi ed il frustino,
ivi posa Arturo Biondi
i calzoni con i fondi
e, per tutta la giornata,
va grattando la beata
sua pancetta, il paffutino
e benevolo Ciapino.

N. H. Pietro Marchi
e il Signor Giuseppe Falchi,
parlan sempre del podere
col padron delle Ferriere.

Parla in voce di falsetto
l’Ingegnere a Ser Brunetto
che grazioso mena il collo
nel bianchissimo suo scollo
e non manca il Cavaliere,
che la croce volle avere
e per darne dimostranza,
se la porta sulla panza.

La camicia sbarazzina
e i calzoni in tela fina
pavoneggia il Sor Gaetano
e il Sor Gino gli tien mano.

Con la cera ardita e pronta
c’è Bazzina che racconta
e nell’occhio gli sorride
quella lepre che «ci vìde»,
mentre il Lenzi, allegro in faccia,
dà consulti sulla caccia.

Con un fine risolino
sul musetto birichino,
quest’allegra riunione
fà dl pubblica ragione
caccie, scandali, burlette,
balle vere e barzellette,
cose antiche e novità,
bugiette e verità.

Sempre allegra e a viso aperto
senza un’ombra e uno sconcerto,
fa soltanto il viso nero,
se il piccione passeggero
l’aria azzurra a volo spacca
e passando fa la cacca.

© Pro Volterra, FRANCESCO BIANCHI
La ferrareccia in Piazza, in “Volterra”