di Giovanni Batistini

Palline e Pattoni



Se al vecchio volterrano tu chiedessi a bruciapelo d’impostar l’equazione «palline e scapaccioni» lì per lì lo metteresti nel pallone. Ma subito dopo, aprendosi in un largo sorriso: – Madonna!… quanti! –, risponderebbe, e poi darebbe la stura al fluir dei ricordi, or vivi ed ora annebbiati, con richiami a dignitose toppe nei calzoncini e a scarponcelli coi chiodi.

Se questi ricordi però non ci si sbriga a fermarli sul foglio, svaniscono come ectoplasmi e… addio, Carola!

Me ne sono accorto da un’innocente domanda rivolta in questi giorni a parecchi coetanei su «maglio e gocciola» e qui, dapprima stupore, e poi risate, e – ti ricordi? – a non finire. Ma quello che mi premeva, cioè le misure esatte di questo maglio e gocciola, non son venute fuori: erano come sparite in un vuoto collettivo della memoria e le risposte, anodine e contraddittorie, mi hanno lasciato con un pugno di mosche.

Poi ce l’ho fatta.

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Al tempo delle toppe su menzionate e dei cappotti «a crescenza», le palline… che passione! Quattro al soldo dal bottegaio, e cinque, sei, sette anche otto, per la stessa moneta, al mercato libero.

Ora non saprei dire se si sognavano anche la notte, ma di certo non lasciavan posto all’odierno assillo del tempo pieno, perchè quelle benedette palline lo riempivano tutto, e ci pareva anche poco.

Già nell’entrone di San Lino, se non c’era il Meiattini, almeno un «bòtto» c’entrava; poi, la reclusione nell’aula, dove in sessanta si cercava invano di tenere testa alla bacchetta del maestro, e quasi subito, ripresa clandestina dell’attività.

Fissando con aria innocente il nostro aguzzino, o accovacciati sotto il banco al riparo di gambe e grembiuli dei nostri compagni, si giocava da fermo a «Mano, mano ròta – qual è piena e qual è vòta» oppure a «Alaliè Alaliè – indovina quante ce n’è».

Di tanto in tanto, o meglio ogni poco, una pallina spregiosa schizzava via e se n’andava per l’aula. Di quei momenti ricordo l’immenso silenzio, rotto solo da quel plin… plin… plin… della saltellante pallina, e subito dopo lo scrosciar dei pattoni sulle nostre teste rapate.

Finalmente la campanella ci buttava fuori e fra cartellate e spintoni s’arriva a desinare, affamati. Fogon-fogoni si spolverava ogni cosa e poi, via!, invano inseguiti dagli urlacci di quelli di casa.

Noi, s’era sempre i soliti, in Vescovado, o a San Giovanni, o alle Mura, fino a buio.

– Miio!… Quattro e tre sette, e du’ nove, e du’ undici tocc’a te!. Consuetudini non scritte, ma inderogabili, regolavano tutto: il «conto» e la «méssa», e chi «ne dava», e la «buttata». La tipologia del gioco era invece democraticamente imposta dai più lesti di mano: a «castella», alle «ritte», alla «scapòria». Per due soli, e quasi diacci, c’era il «tiro-tirino», di poco sugo e di poche pretese. Meglio che nulla!

Chi aveva «il conto addosso», prima d’iniziare il gioco, sceglieva fra le norme vigenti l’impostazione per il tiro: «Passi-passi»; «passi-pièppa»; «pièppa-pièppa».

In ampio spazio, andava bene il primo modo e consentiva al giocatore, partendo dalla «riga» tracciata per terra, di avvicinarsi notevolmente all’obiettivo con una specie di salto triplo. Da qui tirare e, successivamente, ripetere i tre passi nel rilancio che si effettuava, a turno esaurito, da dove s’era fermato il «bòrro», con precedenza al più lontano che «ne dava», e così via.

«Pièppa», a risparmio di tempo e di fiato, significava «piè pari» ed obbligava al tiro da fermo, più indicato in luogo ristretto. Se poi, fra andata e ritorno, rimaneva ancora posta in gioco, «ci si ribeveva».

Non di rado il «conto addosso», oltre all’impostazione, stabiliva anche le caratteristiche del lancio: «schizzo-schizzo», «colombella », di «sdruscino» o «come gli pare». Il termine «schizzo» designava un tiro teso; il secondo uno spiovente, ad accentuata parabola; il terzo, era il semplice rotolar della pallina. L’ultimo poteva essere sostituito anche da «… e senza brutti (discorsi)».

La «buttata» fu dapprima considerata «da maiali», ma poi fu accolta nell’uso e in seguito si dimostrò utilissima per la formazione dei portieri nel gioco del pallone.

Ed eccoci al «maglio e gocciola», doppiamente casus-belli, perché suscitatore di queste rimembranze, e perché fomite di vaste cazzottate, in quei tempi beati.

– man ‘a gocciola –, si diceva, e ci s’intendeva benissimo, e la norma il nostro codice la contemplava, per quanto ormai, verso il 1920 il maglio c’entrasse come il cavolo con le quarant’ore.

In origine doveva probabilmente indicare un tiro da effettuarsi da ritti, o a braccio teso e con una certa forza (maglio); la gocciola attingeva di certo alla caduta verticale. A noi, come accennato, la cosa pervenne semplificata: in piedi, soprastando al bersaglio, si portava il «bòrro» all’altezza dell’occhio, per prender la mira e da lì lo si lasciava gocciolar giù.

Niente di strano, se non avesse implicato un tranello per lo sprovveduto e il distratto; ché tale complicazione affliggeva il giocatore quando la sua pallina, al primo lancio, si arrestava vicino alle castella. Il più pronto degli avversari, sempre all’erta, pronunciava subito la formula magica, e lo inchiodava sul «maglio e gocciola», riducendone di molto le possibilità di guadagno. Unica difesa, non essendo possibile batterlo sul tempo, era un «man’ e gocciola per tutt’e’ mi’ botti» forfettario, all’inizio del gioco, generalmente accettato.

Ma non sempre era liscia, la faccenda, perché le contestazioni potevan poi nascere sulla distanza dalle ambite castella, apprezzamento purtroppo viziato da divergenze basali.

La legge c’era, e categorica, e chiara: «Tre pède». Ma… non diceva di chi. E c’era chi aveva certe po’ po’ di fettone!

© Pro Volterra, GIOVANNI BATISTINI
Palline e Pattoni, in “Volterra”, a. VII, p. 11