di Pietro Masiello

Quei libertari dell’alabastro



La parola alabastraio a Volterra evoca un modo unico e singolare di porsi verso la vita e verso la Storia, dove lo spirito toscano e le idee libertarie s’intrecciano indissolubilmente.

L’attività artigiana è stata l’elemento centrale della loro vita e della costruzione della loro identità, senza però che il lavoro diventasse un totem a cui sacrificare tutto il resto: la vita comunitaria, la passione politica, la curiosità intellettuale, l’amore per la lettura e la cura anche di una cultura musicale.

Si viveva in case povere, dove il “bagno” era una botola in cantina, ma dalle quali si usciva per portare la famiglia al Teatro Aulo Persio Flacco ad ascoltare l’opera lirica, le cui arie si sarebbero poi cantate l’indomani in bottega, chini sul tornio. E sono state proprio quelle botteghe artigiane il principale luogo di formazione politica per tanti ragazzi. É lì che si apprende a non farsi scorrere la realtà addosso e ad entrarci non da comparse ma da protagonisti. Botteghe in cui si lavorava la domenica, ché la festa se la santificassero da soli i preti, e tenute chiuse il lunedì pomeriggio, ché incontrarsi coi compagni davanti a un bicchiere di rosso, quello sì che è sacro.

Con la modernizzazione della produzione nell’ottocento iniziano a sorgere anche le prime associazioni di mutua solidarietà tra i lavoratori dell’alabastro e a Volterra, grazie anche al rapporto amministrativo e commerciale con città come Piombino e Livorno, prende avvio l’attività politica degli anarchici e dei socialisti, si diffondono idee e giornali libertari, antimilitaristi e anticlericali. Sono in maggioranza alabastrai i giovani, come Gino Fantozzi – un “ragazzaccio” secondo la Regia Prefettura di Pisa – e Basso Mariani, che a inizio ‘900 daranno vita al gruppo anarchico “Germinal”.

Nel 1944 a Gino i nazifascisti uccideranno il figlio Sante, partigiano. Non sarà l’unica realtà anarchica in Italia a chiamarsi Germinal e fa riflettere che dei lavoratori nel dare un nome al proprio circolo (“rivoluzionario”, segnalano preoccupate le note delle autorità) scelgano come riferimento una (allora) recente opera letteraria, tra le più celebri del francese Émile Zola. Ed è sempre un alabastraio quell’Ettore Rosi che presterà la sua unica camicia bianca a un impolverato Errico Malatesta, dopo il difficoltoso viaggio effettuato per tenere un comizio nella città etrusca.

Le arringhe appassionate di Pietro Gori risuoneranno anche nelle aule del Tribunale di Volterra e poco fuori Porta Fiorentina una lapide è ancora lì a ricordarlo, inaugurata nel 1973 alla presenza di Umberto Marzocchi. E non è la sola a testimoniare sui muri di Volterra la memoria libertaria, in Via Roma fanno ancora bella mostra di sé le lapidi apposte dal “Germinal” alla memoria di Francisco Ferrer (e realizzata dall’alabastraio Guelfo Guelfi) e di Giordano Bruno.

Questo ed altro non sfugge all’attenzione del giovane Stato italiano, che ha già messo in moto da tempo l’opera di normalizzazione, non appena costituitosi, sotto una rigida impronta monarchica e borghese. Anche a Volterra, provincia di Pisa, quella Pisa dove nel 1872 Giuseppe Mazzini è costretto a morire in clandestinità e sotto falso nome, perché sulla sua testa pende un mandato d’arresto. È proprio quella l’epoca a cui va fatto risalire l’inizio di sorveglianza, controllo, schedature, repressione e persecuzione di tutti coloro che non si rassegnano allo spegnimento delle speranze di riscatto sociale e autenticamente democratiche presenti nei moti risorgimentali.

Quando poi arriverà la dittatura fascista, si troverà bello e pronto, ereditato dallo Stato “liberale”, tutto un sistema repressivo e di controllo fatto di archivi, procedure, apparati, uomini predisposti allo scopo. E l’uso che ne farà ci è purtroppo ben noto. Ma è “grazie” a quegli archivi che un’associazione culturale volterrana, il “Collettivo Distillerie”, ha potuto far conoscere di quali e quanti volti e storie fosse composta la lunga storia del ribellismo, del sovversivismo e dell’impegno antifascista degli alabastrai volterrani.

È stato infatti da poco dato alle stampe il volume Sovversivi – i lavoratori dell’alabastro nel Casellario Politico Centrale , con la prefazione dello storico e archivista Lorenzo Pezzica e la consulenza all’immagine del fotografo Fabio Zayed, che raccoglie le foto segnaletiche e le carte di polizia, dall’ottocento al 1945, relative agli artieri dell’alabastro, conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato.

Di molti di loro si era persa memoria, di altri se ne ricordavano alcune vicende ma non che viso avessero. Colpisce l’attenzione come le carte di polizia testimonino della presenza e dell’azione militante e antagonista degli anarchici e degli alabastrai volterrani in tanti momenti significativi della storia italiana e internazionale. Leggiamo di Edon Benvenuti, che viene arrestato per aver promosso, il 24 aprile 1917, “una dimostrazione ostile all’Esercito, in occasione della partenza di un gruppo di richiamati alle armi”, ma anche di come l’insubordinazione di Antonio Moroni e Augusto Masetti vengono fatte conoscere a Volterra grazie alla distribuzione, il 7 giugno 1914, di “manifesti antimilitaristi” ad opera dell’anarchico individualista Guelfo Guelfi, noto col soprannome di “Zaffa”.

Le tracce dell’alabastro e delle idee libertarie ci portano all’estero ed anche assai lontano: sovversivi libertari come Adamo Pasquinelli, amico di Gori, Mario Galgani o anche Michele Cherici sono segnalati dalla polizia a Cuba, in Messico, Colombia ed Argentina. Erano i cosiddetti “viaggiatori dell’alabastro”. In Europa troviamo l’alabastraio anarchico Dino Cherici, ricercato per diserzione per essersi rifiutato di combattere in quella carneficina di proletari che fu la prima guerra mondiale, ma che, dopo esser stato braccato per mezzo continente, imbraccia il fucile in Spagna in difesa della Rivoluzione libertaria del 1936. E in Belgio, approdo di tanti esuli antifascisti, le segnalazioni di polizia ci fanno ritrovare “Zaffa”, quel Guelfo Guelfi a cui i compagni danno l’incarico, nel 1934, di realizzare la lapide per l’anarchico ucraino Nestor Machno, sulla quale ancora oggi, al cimitero monumentale del “Père Lachaise” di Parigi, compagni russi ed ucraini ma non solo, continuano a portare fiori e messaggi.

“Sovversivi” segue altri lavori che il “Collettivo Distillerie” ha prodotto e promosso sul mondo dell’alabastro, tra gli altri segnaliamo “Le cravatte nere. Storie degli anarchici a Volterra”, il documentario in dvd “Alabastrai”, entrambi di Duccio Benvenuti, e lo spettacolo teatrale “Alabastrai” di Gianni Calastri.

Non possiamo non ricordare, in conclusione, come il mondo degli alabastrai e più in generale quello dell’antifascismo volterrano abbiano trovato uno stra- ordinario cantore nello scrittore Carlo Cassola, partigiano combattente col nome di “Giacomo”, che con molti di loro aveva anche condiviso l’esperienza della Resistenza. Si rileggano ad esempio I vecchi compagni o Fausto e Anna.

Vi si troveranno personaggi come Nello, ispirato alla figura dell’anarchico Piero Bulleri, o come Baba, dove è invece facile riconoscere il comunista Nello Bardini. Insomma, la prossima volta che vi capiterà sotto gli occhi o tra le mani un oggetto d’alabastro, magari realizzato tempo fa, ricordatevelo: quelle mani che l’hanno creato, probabilmente, spesso hanno anche tenuto stretto una bandiera rossa e nera.

E se passate da Volterra, soffermandovi nella splendida Piazza dei Priori, fate bene attenzione: è una piazza laica. Cioè, ci son solo palazzi civili, non c’è né chiesa né duomo. Sono nella piazza alle spalle, in posizione secondaria e minore. Che dite, sarà un caso?

© Rivista Anarchica, PIETRO MASIELLO
Quei libertari dell’alabastro, in “Rivista Anarchica” n. 400, p. 81