di Volterracity

Valfrido Fivizzoli



Dagli anni Trenta due fratelli si imposero sulla scena fotografica volterrana, Enzo e Valfrido Fivizzoli, che aprirono una libreria e un laboratorio fotografico. Enzo insegnò le basi del mestiere al fratello che ben presto si appassionò così tanto alla fotografia da dedicarle la sua vita. Stipato nell’angusto retrobottega del negozio, Valfrido si occupava di ogni fase: sviluppo, asciugatura e stampa, in bianco e nero e successivamente fu tra i primi in Italia a sviluppare a colori. Fotografava in studio e a domicilio fermando il tempo nelle grandi occasioni.

Valfrido era conosciutissimo a Volterra per la sua attività impareggiabile di fotografo, per la sua intelligenza vivace ed ironica, per il suo gusto della battuta spiritosa e mordace. Gli amici del Bar Sport, di cui era uno dei più antichi frequentatori, ricordavano la serenità, la modestia, l’equilibrio con cui affrontava ogni discussione. I clienti che ricorrevano a lui per la sua professione di fotografo, sottolineavano all’unanimità l’onestà insuperabile con cui furono sempre trattati da lui.

In un mondo attaccato istericamente al denaro, che adora solo il dio quattrino, il disinteresse francescano con cui agiva Valfrido era più unico che raro. Se avesse voluto vendere un po’ di fumo, se non avesse dimostrato il suo supremo distacco dal danaro egli avrebbe potuto mettere insieme una fortuna. Ma egli viveva più per gli altri che per sé. Era intelligente, dotato di un umorismo formidabile, di una capacità di trovare la battuta ironica ed azzeccata ineguagliabile. Questa era una componente inscindibile del suo carattere, unita ad una vivacità di interessi veramente singolare.

Oltre che di fotografia, si intendeva di filatelia, di problemi scientifici, di enigmistica per la cui attività sembrava avere ereditato la passione dello zio Don Leonetto Bruni, considerato ai suoi tempi uno dei migliori enigmisti italiani. Valfrido era un “buono”, pronto a dare tutto a tutti coloro che ne avevano bisogno. Sentiva cristianamente il problema dei poveri per i quali, in silenzio, dava di più di quel che avrebbe potuto dare secondo la corrente morale dei benpensanti.

E’ vissuto da povero ed morto poverissimo. Il distacco evangelico dai beni di questo mondo per lui era una norma di vita. Non ho mai notato in lui una contraddizione tra quello in cui credeva e quello che faceva. Era incapace di serbare un rancore personale. Ma lo amareggiavano l’ipocrisia, il conformismo, il servilismo e la doppiezza nell’agire. Per questo non fece mai carriera, pur avendone avute tutte le possibilità. Negli ultimi anni si era un po’ appannato. Il male incurabile che lo ha condotto alla morte sembrava averlo un po’ distaccato dalle rumorose vicende contemporanee. Capiva che la sua vicenda terrena stava per concludersi. Sentiva che la grande ed inesorabile visitatrice si stava avvicinando. Accettava con serenità il suo destino.

Fino all’ultimo momento ha cercato di recar il minor disturbo possibile ai parenti e a chi lo assisteva. Si era affidato alla sua profonda fede ed attendeva quasi impaziente il momento della partenza. Chi lo ha conosciuto lo ricorderà per il resto dei suoi giorni con ammirazione e con rimpianto. I funerali, svoltisi nel pomeriggio di lunedì 28 febbraio, hanno visto, stretti intorno alla sua bara, numerosissimi amici e conoscenti giunti anche da lontano. La rivista «Volterra» ha trovato sempre in lui un collaboratore entusiasta e disinteressato per le numerose fotografie che egli ha scattato e sviluppato.