Il volterrano Benito Bini nel 1943-44 si sottrasse alla leva militare della Repubblica Sociale Italiana e aderì al movimento partigiano. Entrato nella XXIII Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia che agiva a Sud di Volterra assunse rapidamente la responsabilità di comandante di plotone e partecipò attivamente alle operazioni della formazione partigiana. Il suo nome di battaglia era “Alioscia” e così è ricordato nella memorialistica di allora. Subito dopo la guerra, con Enrico Batistini, fondò e diresse a Volterra il battagliero settimanale “II Ribelle”. Laureatosi in chimica a Pisa e assistente per alcuni anni in quella università, ha poi speso la sua vita nell’industria chimica italiana. Ora ha rilasciato a una testimonianza sugli eventi militari del 1943-44 che è interessante non solo perché disegna un particolareggiato panorama delle lotte di allora, ma anche perché mira a rivalutare il ruolo, sovente sottostimato, che svolsero allora il C.L.N. di Volterra e i suoi giovani combattenti. Di vivo interesse sono le pagine in cui, per la prima volta, vengono rivelate le difficoltà politiche e ambientali che nella primavera 1944 accompagnarono la designazione del comandante della XXIlI brigata partigiana. I più forti candidati erano due ufficiali dell’esercito regolare: il tenente Carlo Cassola, che poi diverrà lo scrittore famoso sempre molto legato a persone e cose di Volterra, e il tenente medico Giorgio Stoppa, che alla Liberazione sarà il primo presidente della provincia di Livorno. Benito Bini racconta oggi perché nessuno dei due fu eletto. In un’altra parte della sua testimonianza vengono resi espliciti alcuni aspetti e momenti della diffidenza e del contrasto che ci furono fra la brigata e il contando alleato anglo-amerìcano: diffidente per contrasti dai quali derivarono non poche conseguenze relative per l’azione dei partigiani nelle nostre zone. Lo scritto del dottor Bini si confronta così con la letteratura esistente in argomento integrandola con nuove informazioni.

PREMESSA

Ci si chiederà perché solo ora e cioè dopo tanti anni si senta ancora il bisogno di rendere la propria testimonianza sulla storia della XXIII bis Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”.

Molto è già stato scritto su questo argomento e il mio intervento potrebbe apparire come il solito pretesto per parlare di sé, sottolineando particolari meriti personali non ben messi in evidenza nella letteratura ufficiale.

Così non è. Anzi, è stato proprio il timore che così potesse essere giudicata la mia testimonianza che mi ha trattenuto fìnora dal renderla pubblica.

E’ stata, invece, la lettura dei principali documenti, dai quali risulta ampiamente sottovalutato il ruolo svolto da Volterra nella storia della Brigata, che mi ha convinto a rendere finalmente la mia testimonianza, per ridare a Volterra ciò che in effetti le spetta.

Fra i vari documenti sull’argomento ritengo la Relazione del Bargagna1, per la scrupolosità con cui fu compilata, una fonte abbastanza attendibile per la storia della Brigata. Pur tuttavia, in quella relazione ci sono alcune inesattezze, qualche imprecisione nelle date e alcune lacune nella descrizione di particolari vicende. Inoltre anche in essa non è stata messa in giusto rilievo la parte che Volterra ha esplicato nella nascita della Brigata.

Nella Tavola del pane2 alcune testimonianze individuali, relative a singoli episodi, presentano i fatti privilegiando in modo distorto i meriti degli stessi testimoni. Molto spazio viene riservato alle formazioni di Velio e di Stoppa, mentre alquanto trascurata risulta la formazione di Mario.

In Volterra dalla Resistenza alla Liberazione3 determinante appare per la nascita della Brigata il contributo della formazione di Stoppa. Del tutto secondario risulta, inoltre, il ruolo attribuito alla formazione “Mario”. Occorre invece precisare che il distaccamento “Mario” (in seguito “Gattoli”), formato quasi esclusivamente da volterrani, risultava il più numeroso. Era la formazione che già riceveva rifornimenti dagli Alleati mediante lanci e teneva rapporti stretti col C.L.N. di Volterra. Nelle sue fila erano presenti elementi che, possedendo le conoscenze e le necessarie qualità, avrebbero potuto assumere la guida della Brigata. La formazione di Stoppa contava un numero eli uomini nettamente inferiore e disponeva di uno scadente armamento: da sola, non disponendo dei lanci, non avrebbe mai potuto creare in breve tempo una Brigata come la XXIII che, nell’arco di soli due mesi, raggiunse il numero di 500 uomini perfettamente armati. Solo grazie alle risorse di cui disponeva la formazione “Mario” ciò fu possibile.

Nella mia testimonianza riporterò in forma. sintetica la storia e le varie vicissitudini che i tre distaccamenti hanno attraversato prima della nascita della Brigata; cercherò inoltre di spiegare come si giunse alla sua costituzione e quale sia stato il contributo dato dal C.L.N. di Volterra e dalla formazione partigiana “Mario”.

PREISTORIA DELLA BRIGATA

Soltanto ai primi di maggio del 1944 la Brigata si costituisce come unità organica, con un comando unificato in grado di predisporre e dirigere le attività dei vari reparti.

La Brigata nasce dal definitivo raggruppamento di tre distaccamenti: il “Guido Boscaglia”, l”Otello Gattoli” e il “Velio” (di quest’ultimo, purtroppo, si aggregheranno solo pochi superstiti).

Le tre formazioni, prima della loro unificazione, hanno vissuto alterne vicende: per ciascuna di queste storie riporterò i punti più significativi.

La comune lontana origine si situa nella zona di Massa Marittima dove già nel settembre del 1943 Elvezio Cerboni (“Mario”) dava vita a una piccola formazione (“Banda del Massetano”).

A lui si unirono altri partigiani, tra i quali Velio Menchini. e la formazione si stabilì in località Uccelliera. Il gruppo era in diretto contatto col C.L.N. di Massa Marittima, dal quale riceveva aiuti e informazioni. e in breve tempo giunse ad accogliere circa 70 uomini. alcuni dei quali inviati dal C.L.N. di Colle Val d’Elsa. Le armi. tuttavia. scarseggiavano e nel mese di ottobre, per procurarsele, la formazione compì. sotto il comando del Cerboni, numerose azioni fra le quali ricorderò l’occupazione della Caserma Dicat di Massa. Il disarmo delle caserme dei Carabinieri e della Milizia di Tatti e di Boccheggiano.

La formazione così rafforzata aveva acquistato le caratteristiche di un raggruppamento militarmente efficiente.

Il C.L.N. di Massa ritenne allora opportuno inviare alla formazione il Cap Chirici, al quale affidò il comando. Molti partigiani, e non soltanto il Cerboni, non gradirono l’imposizione del nuovo comandante. Ciò nonostante, l’11 novembre fu condotta un’azione contro la caserma dei Carabinieri di Monterotondo. Al ritorno ci fu uno scontro con un reperto di Carabinieri e di militi fascisti, provenienti da Massa, che furono costretti alla resa, disarmati e rilasciati.

Quest’ultima impresa, unita alle azioni compiute nel mese di ottobre, determinò una minacciosa operazione di rastrellamento nella zona. A causa di ciò ed anche in considerazione dell’incipiente stagione invernale, la formazione si sciolse dando luogo in tempi successivi alla nascita dei tre distaccamenti4.

NASCITA DEI TRE DISTACCAMENTI

I. Uno di questi gruppi, comandato da Elvezio Cerboni (“Mario”), si trasferì nei boschi di Berignone e alla fine di gennaio nacque il distaccamento “Mario” (in seguito “Otello Gattoli”) che continuò a dipendere dal Chirici solo nominalmente e, comunque, solo fino al 16 febbraio.

II. Altri partigiani (Velio Menchini e gli altri colligiani) abbandonando definitivamente il Chirici si trasferirono nella Val d’Elsa. Da questo gruppo nacque nel febbraio 1944 il distaccamento “Velio”.

III. Altri due gruppi si trasferirono verso Prata e con essi il Chirici dette luogo alla formazione del Frassine. Confluirono in questa nuova formazione diversi elementi tra i quali Desiderio Cugini come Commissario politico e, in qualità di medico, il tenente Stoppa.

Nella prima metà di febbraio la formazione del Frassine compì numerose azioni, tali da attirare l’attenzione dei fascisti. Alcuni gruppi della formazione vennero attaccati il 16 febbraio da Carabinieri e militi fascisti che, con grande spiegamento di forze, avevano dato inizio a un sistematico rastrellamento. In quegli attacchi caddero alcuni partigiani fra i quali il volterrano SIlvano Benedici; molti altri, accerchiati, furono presi prigionieri. Il resto degli uomini fu costretto a ritirarsi causando pratlcamente lo sbandamento e lo scioglimento della formazione. Una parte dei superstiti, ritenendo opportuno distaccarsi dal Chirici e cambiare zona, si spostò nelle Carline. E’ da questo nucleo, comandato da Stoppa che nacque il III distaccamento “Guido Boscaglia” che in seguito, unendosi agli altri due, dette origine alla XXIll Brigata.

IL DISTACCAMENTO “MARIO” (IN SEGUITO “OTELLO GATTOLI”)

Elvezio Cerboni, separatosi dal Chirici, già alla fine di novembre si era spostato nel bosco di Berignone con alcuni uomini. La formazione “Mario” cominciò a operare nel febbraio del 1944 intercettando e distruggendo due camions usati da organizzazioni dipendenti dai Tedeschi. Durante questo primo periodo la formazione rimase in contatto con quella del Frassine, però ogni dipendenza dal Chirici cessò dopo il rastrellamento del 16 febbraio che scompaginò quest’ultimo gruppo del Frassine. La formazione “Mario” mantenne, tuttavia, stretti contatti col C.L.N. di Volterra ed è proprio attraverso Volterra che ai primi di marzo ricevette da Pisa un lotto di armi recuperato a Tombolo e trasportato, nascosto sotto un carico di cavoli, con un barroccio. Il barroccio aveva alla sua guida Nello Bardini, aiutato nei vari tratti del percorso da uomini pratici delle zone. Ricevute le armi la formazione intensificò le sue azioni. Una di esse fu il tentativo (poi fallito) di catturare presso Casole d’Elsa un console della milizia. Quest’azione fu condotta il 12 marzo in collaborazione con la formazione di Velio Menchini.

Il 17 marzo Cerboni disarmò a San Dalmazio alcuni Carabinieri. Il 20 marzo alcuni Carabinieri della stazione di S. Dalmazio aprirono il fuoco contro alcuni uomini della formazione: nello scontro tre dei militi furono uccisi e due feriti; un solo partigiano fu ferito.

In accordo coi distaccamenti di Stoppa (“Guido Boscaglia”) e di Menchini (“Velio”), Cerboni partecipò con il grosso della sua formazione all’azione su Montieri del 22 marzo.

Dopo l’azione di Montieri il distaccamento di Cerboni si portò nella macchia di S. Dalmazio ricongiungendosi con alcuni partigiani che, lasciati gli accampamenti di Berignone, se ne erano dovuti allontanare per sfuggire a un rastrellamento. A questi ultimi erano aggregati alcuni volterrani reduci dal mancato attentato alla Caserma della Milizia di Volterra. Una piccola squadra del distaccamento, non trovando posto nel nuovo insediamento, si trasferì nell’accampamento che la “Velio” aveva a suo tempo allestito in Berignone.

Qualche tempo dopo Cerboni, ammalatosi, dovette alloggiare in una casa colonica presso S. Dalmazio e lì, per una delazione, venne catturato il 3 aprile e condotto al Carcere di Pisa dove, il 20 giugno, venne fucilato dai Tedeschi.

Dopo l’arresto del suo comandante, la formazione subì un forte sbandamento e si divise in due gruppi. Un gruppo, tuttavia, in seguito a delazione, fu catturato (14 aprile) quasi al completo dai fascisti nella zona di Montegernoli. I pochi superstiti dettero poi vita, nella zona di Montescudaio, a una nuova formazione: quella formazione che il 29 giugno ebbe uno scontro con una colonna tedesca nei paraggi di Montescudaio. Nello scontro morirono 10 partigiani fra i quali il volterrano Sante Fantozzi.

L’altro gruppo, costituito quasi esclusivamente da volterrani, si riunì con quella piccola squadra (anch’essa formata interamente da volterrani) che in precedenza si era trasferita nella base della “Velio” situata in Berignone e insieme si portarono nella macchia del Cornocchio, vicino a Ulignano, dove il gruppo si riorganizzò assicurando la vita al distaccamento “Mario”.

Intanto il C.L.N. di Volterra, su intervento del C.L.N. di Pisa, inviò, con la qualifica di comandante del distaccamento, Giuseppe lacopini (“Francois”), che già aveva combattuto contro i fascisti in Spagna, e, con la qualifica di Commissario politico, Desiderio Cugini (“Gino”).

l partigiani non gradirono molto queste nomine. Pur tuttavia furono tollerate anche perché lo lacopini non faceva pesare la sua autorità.

Alcune azioni, condotte nell’aprile e conclusesi con l’uccisione di alcuni militi, provocarono un rastrellamento da parte del battaglione della polizia di Volterra. In conseguenza di ciò, il distaccamento ritornò in Berignone dove continuò a rafforzarsi con nuove reclute inviate dal C.L.N. di Volterra.

Fu in quel periodo, ai primi di maggio, che Carlo Cassola e Velio Bardini, assieme da altri elementi del C.L.N. di Volterra, ormai identificati dai fascisti, furono costretti a trovare rifugio nella formazione. Anche alcuni componenti del comando militare di Firenze, per lo stesso motivo, raggiunsero il distaccamento.

In questo periodo si cercò di limitare I’attività per non richiamare l’attenzione dei fascisti sulla zona di Berignone. Era qui, infatti, che si attendeva il primo lancio di rifornimenti aerei richiesti dal C.L.N. di Firenze. Fu Aldo Fontanelli, uno dei responsabili militari del C.L.N. di Firenze, che riuscì a mettersi in contatto con una trasmittente clandestina di Viareggio. Attraverso di essa comunicò agli Alleati le coordinate del campo di lancio e il messaggio speciale che avrebbe dovuto preannunciare il lancio (“Si copron le tombe”).

I primi due lanci avvennero in Berignone, ai primi di maggio, su un pianoro presso Le Campore; successivamente, costituitasi la Brigata, il distaccamento si trasferì, per le ragioni che vedremo, sulle Carline dove ebbero luogo i lanci successìvi.

IL DISTACCAMENTO “VELIO”

Velio Menchini “Pelo”, insieme agli altri colligiani che avevano abbandonato la formazione del cap. Chirici verso la fine di novembre, era tomato a Colla Val d’Elsa. E’ proprio in quella zona che, dopo un breve periodo di preparazione protrattosi dal novembre 1943 al gennaio 1944, riuscì a ricostruire il distaccamento “Velio”.

Il primo gruppetto si era formato a Monte Vasone, poi si era spostato verso la “Senese” e infine si era stabilito a Poggio al Comune. La zona non permetteva, però, sia per la natura del terreno che per le difficoltà di vettovagliamento, il raggruppamento di una numerosa formazione. Perciò i partigiani della “Velio” si divisero in due squadre che andarono a situarsi in località diverse. Velio con una squadra si trasferì in Berignone, Mauro Rolandi (“Borsa”) verso Monte Maggio e Liccio rimase al Poggio al Comune.

Il 10 febbraio il distaccamento “Velio” cominciò a operare. Vennero disarmati alcuni fascisti alla polveriera di Pievescola. Nei giorni successivi, ai primi di marzo, vennero disarmati alcuni militi, alcune guardie forestali e alcuni carabinieri. Vi fu anche un tentativo, peraltro fallito, di catturare un console della milizia presso Casole d’Elsa. In questa occasione “Velio” si trovò ad operare insieme al Cerboni “Mario”. Il 10 marzo è da segnalare l’assalto alla caserma dei Carabinieri di Casole d’Elsa. Altre azioni vennero svolte dalla squadra di “Borsa”. Erano tutte azioni che miravano soprattutto a procurare l’armamento che ancora scarseggiava.

Successivamente la squadra del Menchini partecipò all’azione di Montieri del 21-22 marzo, azione condotta in accordo con i distaccamenti di Stoppa e di Cerboni.

Dopo l’azione di Montieri la squadra si spostò sulle Carline. Essendo stati informati che c’erano stati dei rastrellamenti, sia in Berignone che nella zona di S. Gimignano, Velio Menchini e i suoi uomini decisero di ritornare nella zona di Colle. Sul Monte Maggio Velio si ricongiunse con Mauro Rolandi e fu sul Monte Maggio che il 28 marzo i partigiani della squadra di Velio furono trucidati dai fascisti a seguito di un rastrellamento compiuto da un forte distaccamento di militi appoggiati, in quel l’occasione, da truppe tedesche.

I pochi superstiti del distaccamento insieme a Velio entrarono successivamente a far parte della XXIII Brigata Garibaldi, nel mese di maggio, insieme ai distaccamenti “Mario” e “Stoppa”.

IL DISTACCAMENTO STOPPA (“GUIDO BOSCAGLIA”)

Come già detto, il “Guido Boscaglia” sorse subito dopo il rastrellamento del Frassine del 16 febbraio. Un gruppo di superstiti guidati dal Dott. Stoppa si concentrò nella zona delle Carline. Di questo gruppo facevano parte alcuni prigionieri di guerra russi e iugoslavi, fuggiti dai campi di concentramento dopo l’8 settembre del 1943, un gruppo di giovani renitenti alla leva fascista, per un totale di 15 uomini. Il gruppo si fermò provvisoriamente in località Le Cetinelle, sulle Carline.

La zona delle Carline, tuttavia, sia per il freddo intenso (trattandosi di una zona piuttosto alta e in quel momento coperta di neve) sia per la mancanza di viveri e di rifugi sufficientemente occultati, poteva offrire solo un rifugio temporaneo.

Lo Stoppa, dopo un contatto col C.L.N. di Radicondoli, decise allora di trasferire la squadra nel bosco dei Foci, nei pressi di Cornocchia, dove un gruppo di renitenti alla leva di Radicondoli aveva costruito dei capanni con l’aiuto di alcuni boscaioli.

In questa nuova base il gruppo, fra l’altro rinforzatosi numericamente, fu in grado di iniziare ad operare. L’armamento era tutt’altro che soddisfacente e anche i viveri e il vestiario, nonostante gli aiuti del C.L.N. di Radicondoli, erano insufficienti. Per rimediare a queste deficienze Stoppa decise di occupare il paese di Belforte dove, secondo le informazioni ricevute, esistevano nella cooperativa fascista e nelle abitazioni dei fascisti repubblichini notevoli quantità di viveri e di vestiario.

Il paese venne occupato la notte del 5 marzo: armi e viveri vennero tolti ai fascisti e materiale vario venne requisito nella cooperativa. Quest’azione sia pure incruenta, rappresentò una svolta di non lieve importanza nella vita del distaccamento, non tanto per la modesta entità dei rifornimenti acquisiti, quanto, piuttosto. per la risonanza che l’azione suscitò nella popolazione della zona. La gente iniziò a vedere nei partigiani la possibilità di esprimere concretamente ed efficacemente la propria volontà di ribellione ai soprusi dei fascisti. Fu così che in pochi giorni maturò nella popolazione della zona la decisione di chiedere ai partigiani un intervento su Montieri dove i fascisti, guidati da Engces Lombardi, durante una manifestazione di protesta, avevano sparato sulla folla.

L’azione su Montieri si effettuò tra il 21 e il 22 marzo e ad essa parteciparono, oltre alla “Boscaglia”, le formazioni di “Mario” e di “Velio” e una squadra della “Spartaco Lavagnini” che da qualche giorno si trovava nella zona delle Carline.

I vari gruppi si suddivisero i compiti: alla formazione di “Mario” toccò la mansione di bloccare le strade di accesso al paese e di interrompere le linee telefoniche e telegrafiche. La squadra di “Velio”. invece, attaccò la caserma dei Carabinieri: ne nacque un’intensa sparatoria che durò a lungo.

La formazione di Stoppa s’impadronì di medicinali e della locale farmacia, penetrò nel Comune e nella sede del Fascio, dette la caccia a Engels Lombardi. ma questi, benché rimasto ferito, riuscì ugualmente a dileguarsi.

Dopo l’azione di Montieri, il 28 marzo, una squadra della “Boscaglia” catturò e fucilò un agente delatore.

I! 3 aprile, tra Radicondoli e Belforte, venne attaccata una pattuglia di militi fascisti: un milite venne ucciso e un altro rimase ferito.

I! 5 aprile venne interrotta la linea telefonica Radicondoli-Siena.

Il 10 aprile Stoppa occupò la miniera di magnesite di Querceto, asportò considerevoli quantità di materiale esplosivo e la notte stessa minò un traliccio della linea ad alta tensione Larderello-Ponticino.

Verso la fine di aprile si fecero più frequenti i contatti con la “Mario” che nel frattempo, come accennato in precedenza. si era riorganizzata in Berignone e si stava rafforzando con l’aiuto determinante del C.L.N. di Volterra.

Ebbe così inizio una nuova fase in cui si rafforzarono i rapporti fra le varie formazioni e, indirettamente, quelli tra i vari C.L.N. e che avrebbe condotto alla costituzione della XXIII Brigata.

COSTITUZIONE DELLA BRIGATA

Su iniziativa del C.L.N. di Volterra in accordo col C.L.N. di Colle, con la giunta militare del C.L.N. di Pisa e con la giunta militare del C.L.N. di Firenze, fu indetto ai primi di maggio un convegno nella foresta di Berignone. Intervennero alla riunione:

– I tre comandanti dei rispettivi distaccamenti (Giorgio Stoppa, Giuseppe Iacopini e Velio Menchini);
– Alberto Bargagna, responsabile militare del C.L.N. di Pisa;
– Gianni Facca (“Cecco”), esperto militare del C.L.N. di Firenze;
– Nello Bardini e Carlo Cassola, responsabili militari del C.L.N. di Volterra.

Tutti i partecipanti erano concordi su due punti e cioè: unificazione dei tre distaccamenti e nascita della Brigata; sistemazione della Brigata sulle Carline.

Risultavano valide per tutti le ragioni oggettive che consigliavano di cambiare insediamento, specie in previsione di un rapido aumento del numero di partigiani; non solo la scarsità di acqua e di viveri, ma anche un campo di lancio inadatto, e forse già individuato dai fascisti, consigliavano lo spostamento da Berignone alle Carline.

Disaccordo esisteva, invece, sul terzo punto dell’ordine del giorno, ovvero sulla scelta e sulla nomina del comandante della Brigata. Nello Bardini, Carlo Cassola e Gianni Facca (tutti e tre facenti parte della “Gattoli”) proponevano come comandante Carlo Cassola. Stoppa, Menchini e lacopini volevano che come nuovo comandante si nominasse Stoppa. l due candidati godevano la piena fiducia di tutti. La preferenza dell’uno o dell’altro dipendeva principalmente da valutazioni politiche e anche di campanile. Cassola era del Partito d’Azione, Stoppa era del P.C.I. l comunisti, ad eccezione di Bardini, preferivano Stoppa. Cassola faceva parte della formazione “Mario” (poi “Gattoli”) ed era considerato volterrano. Stoppa era livornese. l volterrani e gli azionisti preferivano Cassola. L’accordo su questo punto controverso fu alla fine trovato. Infatti una notizia proveniente da Pisa, con la quale si ordinava al Bargagna di non tornare in città in quanto individuato dai fascisti, consentì di presentarlo come candidato alla nomina di comandante della Brigata. A questo punto tutti votarono per il Bargagna. Si astennero, ovviamente, Stoppa e Cassola.

Superato così l’ultimo ostacolo. fu deciso l’immediato invio alla trasmittente di Viareggio (tramite il C.L.N. di Volterra e di Firenze) delle coordinate del nuovo campo di lancio delle Carline.

Il distaccamento di Stoppa con i resti della “Velio” divenne la I Compagnia (50 uomini) e si trasferì immediatamente in Carlina per organizzare il nuovo insediamento previsto per la Brigata.

Il distaccamento dei volterrani, il “Gattoli”, divenne la II Compagnia (90 uomini). In seguito si aggiunse una III Compagnia di circa 40 uomini inviati dal C.L.N. di Empoli sotto il comando di Aldo Giuntoli che li aveva organizzati dopo aver fatto parte di altre formazioni nella provincia di Firenze.

Nei mesi di maggio e di giugno gli organi militari dei vari C.L.N. della zona inviarono nuove reclute: la I Compagnia raggiunse così una consistenza di circa 40 uomini, la II di 180, la III di 45.

Nel mese di giugno affluirono alla Brigata molti ex prigionieri di varie nazionalità: tra di essi un gruppo di 97 russi.

Della l Compagnia rimase comandante Giorgio Stoppa che divenne anche vicecomandante della Brigata. Della II Compagnia fu nominato comandante Giuseppe lacopini.

ORGANIZZAZIONE SULLE CARLINE

Fu la I Compagnia, già pratica della zona, che predispose ulteriori scorte di viveri e completò l’organizzazione preliminare con una serie di operazioni condotte d’accordo coi vari C.L.N.

L’intera Compagnia occupò verso il 10 maggio il silos della fornace di Montingegnoli. Fu un’operazione che dimostrò ulteriormente quale fosse la capacità organizzativa e quanto fosse profondo il legame dei partigiani con la popolazione. Da quel silos furono asportati circa 3500 quintali di grano. I partigiani comandati da Stoppa bloccarono di notte le quattro strade dell’incrocio di Montingegnoli e, con un camion requisito presso Anqua, trasportarono una gran parte del grano nei depositi predisposti in Travale, dove in tempi successivi si sarebbe provveduto a demolirlo, per trasportare poi la farina ad Anqua. Circa 1500 quintali di grano furono invece consegnati ai contadini della zona. Questo grano, nascosto nelle varie case coloniche, rimase per metà a disposizione del contadino e per metà a disposizione della Brigata. In tal modo si aveva, ovunque, grano a disposizione, evitando di costruire un unico magazzino, che, in caso di spostamento improvviso, sarebbe andato perduto. Il resto del grano fu distribuito alla popolazione dei paesi circostanti.

Alcuni giorni dopo una squadra della I Compagnia fece aprire il magazzino del Consorzio Agrario di Radicondoli. I Carabinieri e la milizia, usciti dalla caserma, aprirono il fuoco, ma la reazione dei partigiani li costrinse a ritirarsi. Otto quintali d’olio vennero caricati sui carri e trasportati ad Anqua. La popolazione venne invitata a rifornirsi di olio e di grano presso lo stesso magazzino che rimase aperto.

Questi rifornimenti e queste distribuzioni, oltre a integrare quanto veniva dato alla Brigata dalle fattorie, servivano a evitare che, con l’approssimarsi del passaggio del fronte, fascisti e Tedeschi potessero distruggere o, comunque, sottrarre alla popolazione essenziali riserve alimentari.

Verso la metà di maggio Stoppa inviò una squadra a predisporre un altro accampamento, una nuova base-rifugio, nei pressi di Monticiano. Nei boschi di Luriano questa squadra fece costruire, per mezzo del C.L.N. di Chiusdino, grandi capanne dove vennero immagazzinati notevoli quantità di grano e di farina. Si provvide anche a rafforzare il servizio sanitario, sostenuto precedentemente soltanto dal Dott. Stoppa. I medici condotti di Anqua e di Gerfalco si misero a completa disposizione della Brigata. L’arrivo del Dott. Gramegna, liberato dal carcere di San Gimignano, rese più consistente e diffuso tale servizio.

Al Podere di Belcaro, sulle Carline, si installò il comando della Brigata; qui fu istituita l’infermeria, al cui funzionamento provvide la II Compagnia con personale esperto.

DISLOCAZIONE DELLE FORZE E PIANO GENERALE D’AZIONE

Frattanto, la II Compagnia, dopo il secondo lancio di rifornimenti alleati ricevuto in Berignone, verso il 18 maggio compì il trasferimento degli uomini e dei materiali nella zona delle Carline servendosi di muli e di alcuni camions requisiti.

Con l’arrivo della II Compagnia e con l’accresciuta disponibilità di armi si venne delineando l’esigenza di una nuova dislocazione delle squadre subordinata alle caratteristiche della zona ed alla previsione di un’utilizzazione difensiva e offensiva delle forze disponibili.

Nella parte centrale delle Carline, vicino all’altipiano che serviva come campo di lancio, nel Podere detto Belcaro si collocò il comando della Brigata.

Il grosso della II Compagnia fu predisposto tutto intorno alle Carline.

Alcune squadre, sempre della II Compagnia, posero accampamenti sul versante occidentale e meridionale, da dove potevano sorvegliare gli accessi dalla strada Massa-Castelnuuvo e la zona intorno a Gerfalco, Travale e Montieri.

La I Compagnia fu invece dislocata sul versante settentrionale; il comando e una squadra al Podere Pescine, le altre nei poderi vicini.

Sul versante orientale. in una capanna vicino al Podere Cetinelle, fu dislocata la III Compagnia.

Il piano organico elaborato dal comando si proponeva, come obiettivo primario, il completamento del controllo politico e militare della zona circostante eliminando i principali esponenti dei Fasci locali e tutti coloro che in qualche modo potevano operare come informatori dei Tedeschi.

Tra la fine di maggio e i primi di giugno furono emanati bandi coi quali si minacciavano di morte tutti coloro che fossero rimasti ulteriormente al servizio del fascismo. Militi e Carabinieri, entro le 24 ore che furono loro concesse, fuggirono in blocco da Montieri, da Radicondoli, da Castelnuovo e dagli altri comuni compresi nella zona d’influenza della Brigata.

I C.L.N. locali, in pieno accordo col comando della Brigata, si occuparono dei più urgenti bisogni della popolazione e da allora cominciarono a esercitare di fatto quei poteri amministrativi che avrebbero ufficialmente assunto a liberazione avvenuta.

Fin da maggio fu lo stesso comando della Brigata che designò, in vista della liberazione, i sindaci e le giunte comunali dei paesi principali. Inoltre, il comando fornì le armi ai vari C.L.N. per la costituzione di squadre (Guardia Nazionale) che avrebbero poi fiancheggiato l’attività della Brigata e protetto i paesi stessi.

Un altro obiettivo prevedeva azioni di sabotaggio per far saltare i ponti su alcune strade importanti c su molte strade secondarie con lo scopo di obbligare le colonne tedesche durante la ritirata a defluire su percorsi più accidentati dove potevano essere più facilmente attaccate. In vista di ciò fu costituita una squadra esplosivi. Capo squadra fu nominato Carlo Cassola coadiuvato da Sandro Contini Bonacossi (“Vipera”) nel ruolo di vice caposquadra. Della squadra facevano parte uomini pratici di esplosivi. Tra di loro vi erano anche due ex prigionieri di guerra inglesi.

Il comando era a conoscenza che verso i primi di giugno, in occasione di un lancio, sarebbero stati paracadutati due radiotelegrafisti italiani col compito di metter in contatto, in occasione della ritirata tedesca, la Brigata col comando alleato. Si voleva, inoltre, organizzare un lancio di un consistente gruppo di incursori (commandos) che avrebbero poi coordinato un’azione ad ampio raggio con la Brigata per salvare dalla distruzione tedesca il maggior numero possibile delle centrali geotermiche della zona.

Questo, che senza dubbio rappresentava l’obiettivo strategico più importante delle Brigata, malauguratamente non ebbe corso.

Fra il 7 e l’8 giugno, nell’aviolancio previsto, l’aereo alleato, ingannato dai fuochi di alcune carbonaie, lanciò i due radiotelegrafisti insieme al materiale (tra cui la ricetrasmittente), nelle vicinanze della Fattoria di Solaio, non lontano dalla strada Castelnuovo-Radicondoli battuta frequentemente da truppe tedesche. Un gruppo di partigiani guidati da Stoppa si recò subito nella zona e rintracciò i due radiotelegrafisti. Con l’aiuto dei contadini si recuperò il materiale che insieme ai radiotelegrafìsti fu portato all’accampamento. I due radiotelegrafisti, notando l’abbigliamento dei partigiani coi quali erano entrati in contatto, ebbero subito la sensazione di essersi imbattuti in una formazione comunista. Ma questa sensazione divenne certezza dopo che, arrivati alla base, compresero che anche il comando era in mano ai comunisti. I due non espressero, ovviamente, alcun giudizio, ma comunicarono subito che purtroppo essi, dopo il lancio, accortisi di essere caduti fuori zona, per timore di essere catturati dai Tedeschi, avevano gettato via, come previsto dalle norme, il primo quarzo affermando, inoltre, che senza il primo quarzo i messaggi che loro avrebbero inviato utilizzando gli altri quarzi quasi certamente non avrebbero avuto alcun riscontro. E così fu. Successivamente, per dimostrare la loro buona volontà accettarono che uno di loro, accompagnato da un elemento qualificato della Brigata, si recasse dopo, l’attraversamento del fronte, al loro comando per chiarire la situazione. Così fu fatto e uno dei radiotelegrafìsti partì insieme a Gianni Facca (“Cecco”). Ma anche questo tentativo non ebbe alcun esito.

Come è ben noto gli Alleati erano restii a concedere la loro collaborazione alle formazioni partigiane formate da soli comunisti. I lanci venivano accordati di preferenza a formazioni costituite da aderenti a vari partiti e con guida non comunista. I lanci che la Brigata aveva ricevuto erano stati accordati in quanto furono richiesti dall’esperto militare del C.L.N. di Firenze che faceva parte del Partito d’azione e che, ovviamente, aveva parlato di una Brigata costituita da varie forze politiche del C.L.N. e comandata da elementi del Partito d’Azione. Alla verifica ciò risultò falso e, pertanto, gli Alleati annullarono il piano.

I! fallimento di questo obiettivo va attribuito. secondo noi, al settarismo mostrato dai comunisti che impedì, detto in precedenza, la nomina a comandante di Carlo Cassola. Ci fa. invece piacere, sottolineare la laicità di comportamento mostrata in quell’occasione da Velio Bardini che, unico comunista espresse voto faverevole alla nomina di Cassola a comandante della Brigata.

ATTIVITA’ DELLA BRIGATA (MAGGIO – GIUGNO 1944)

Si è pensato di riportare in forma sintetica solo le principali notizie e i dati più significativi che si riferiscono all’attività della Brigata anche perché giudichiamo esauriente e sufficientemente attendibile quanto è stato riferito in proposito nella Relazione del Bargagna e nella Tavola del pane del Martufi.

– Atti di sabotaggio
a) Ponti fatti saltare:
1) Ponte di 6 m. (Ricavolo) sulla strada Radicondoli – Castelnuovo Val di Cecina.
2) Ponte sul Botro al Rigo sulla strada Radicondoli – Castelnuovo Val di Cecina.
3) Ponte sul Botro di Sesta sulla strada Radicondoli – Anqua – Castelnuovo Val di Cecina.
4) Ponte dsul Pavone sulla strada Radicondoli – Anqua – Castelnuovo Val di Cecina.
5) Ponte sulla Fodera sulla strada Radicondoli – Anqua – Castelnuovo Val di Cecina.
6) Ponte dei Botroni sulla strada Montevarchi – Follonica, tratto bivio Radicondoli – Capannino delle Sughere.
7) Ponte Boccino sulla strada Montevarchi – Follonica, tratto bivio Belforte – bivio Radicondoli.
8) Ponte della Senna sulla strada Montevarchi – Follonica, tratto bivio Radicondoli – Capannino delle Sughere.
9) Ponte del Quartino sulla strada Radicondoli – Chiusdino.
10) Ponte della Docciola Radicondoli – Chiusdino.
11) Ponte sul Pavone sulla strada Gerfalco – Massa Marittima.
12) Ponte sul Passeri sulla strada Gerfalco – Massa Marittima.
13) Ponte sul Cecina sulla strada Montecastelli – Monteguidi.
14) Ponte della Frella sulla strada Radicondoli – Chiusdino.
15) Ponte sul Merse sulla strada Massa Marittima – Siena.
16) Ponte della Cuna sulla strada Chiusdino – Siena.
17) Ponte del Lago sulla strada Radicondoli – Chiusdino.
18) Ponte dei Pelaguni sulla rotabile Montieri – Prata.
19) Ponte sul Farma sulla strada Siena – Grosseto (al km 63).
20) Ponte sul Pavone sulla strada Montecastelli – San Dalmazio.
21) Ponte del Campo Murato sulla strada Castenuovo – Massa Marittima.
22) Ponte sotto Fonte a Pialla sulla strada Montieri – Travale.
23) Ponte delle Rocche sulla strada Castelnuovo – Montecastelli.
24) Ponte del Botro a Ponti.
25) Ponte delle Faggi.
26) Ponte sul Rigo sulla Radicondoli – Chiusdino.

b) Automezzi distrutti:
1) Nei pressi di Chiusdino, 10 maggio: 1 camion;
2) Sulla strada Castelnuovo V.C. – Massa Marittima, 2 giugno: 1 camion;
3) Sulla strada Gerfalco – Massa Marittima: 1 motocicletta;
4) Sulla strada Montieri – Massa Marittima, 14-15 giugno: 3 camions;
5) Sulla strada Siena – Massa – Marittima, 16 giugno: 1 camion;
6) Nei pressi della Fattoria di Querceto (Casole d’Elsa), 19 giugno: 1 automezzo;
7) Nei pressi di Radicondoli, 20 giugno: 1 camion;
8) Sulla strada Radicondoli – Belforte, 20 giugno: 1 camion;
9) Nei pressi di Montalcinello, 24 giugno: 3 camions.

c) Automezzi tolti ai Tedeschi:
1) Camions: 2;
2) Motociclette: 2.

– Elenco perdite militari inflitte al nemico:
1) Militi morti: 1 graduato, 2 sergenti, 2 militi.
2) Militi feriti: 1 milite.
3) Carabinieri morti: 1 brigadiere, 4 carabinieri.
4) Carabinieri feriti: 2 carabinieri.
5) Tedeschi morti: 1 capitano, 2 tenenti, 130 soldati.
6) Tedeschi feriti: numero imprecisato.

– Elenco perdite civili inflitte al nemico:
1) Morti: 7 fascisti repubblicani.
2) Feriti: 2 fascisti repubblicani.

– Elenco prigionieri nemici
1) Consegnati agli Americani complessivamente:18 Tedeschi. 2 donne.

– Elenco perdite subite:
1) Partigiani morti: 38.
2) Partigiani feriti: 26.
3) Partigiani dispersi: 2.

– Elenco ex prigionieri delle Nazioni Unite facenti parte della Brigata:
1) Inglesi: 4.
2) Russi: 97.
3) Iugoslavi: 12.
4) Polacchi: 2.

– Forza totale della Brigata:
1) Partigiani morti (di cui 2 Russi): 38.
2) Partigiani feriti (di cui 1 Russo): 26.
3) Partigiani dispersi: 2.
4) Rimanente della Brigata: 504 (di cui 4 Inglesi, 94 Russi. 12 Iugoslavi, 2 Polacchi).
Forza totale: 570

CONTATTO CON GLI ALLEATI A GERFALCO

Appena avuta notizia che truppe americane avevano raggiunto Gerfalco, il vicecomandante della I Compagnia fu inviato, il 29 giugno del 1944, a prendere contatto con gli avamposti, accompagnato dall’ Ing. Spartaco Muratori, uno dei prigìnierì politici liberali dalla Brigata dal carcere di San Gimignano, che, in qualità d’interprete, fu per il suo tatto e per la sua esperienza di grandissima utilità alla Brigata in questa ed in altre consimili circostanze.

Il giorno dopo, 30 giugno. il comando della Brigata consegnò agli Americani i prigionieri tedeschi e i 4 ex prigionieri inglesi che avevano combattuto con la Brigata.

Il 1 luglio anche le squadre che erano accampate in Carlina discesero a Gerfalco; insieme ad esse discesero anche gli ex prigionieri russi ed iugoslavi. Questi ultimi furono consegnati agli Americani.

Dopo qualche giorno le autorità americane provvidero a far partire da Gerfalco i partigiani russi e iugoslavi.

Fu intanto chiesto al comando americano da parte del comando della Brigata di poter cooperare con le truppe americane: fu risposto che era necessario attendere istruzioni dai comandi superiori.

Il 3 luglio partirono per Roma Stoppa e Cassola con lo scopo di mettersi in contatto coi comandi superiori per poter continuare a combattere a fianco degli Alleati. Anche questo tentativo non ebbe esito: l’offerta di collaborazione fu rifiutata.

Il giorno 10 luglio tornò da Roma il Ten. Stoppa che confermò la necessità di abbandonare la lotta e di consegnare le armi.

La maggioranza dei partigiani che abitavano nella zona liberata tornò alle proprie case, gli altri si dispersero sistemandosi come meglio poterono con l’aiuto dei vari C.L.N.

Il comandante Bargagna con un gruppo di uomini riuscì in seguito e prendere parte alle operazioni sull’Arno per la liberazione di Pisa.

Così finiva l’avventura della Brigata. Ma quella fine ci lasciava l’amaro in bocca per via di quel rifiuto vissuto come la fine di un bel sogno e il ritorno alla realtà di sempre.

Accademia dei Sepolti, BENITO BINI
Il ruolo di Volterra nella storia della Brigata XXIII Garibaldi, in “Rassegna Volterrana”, LXXVIII, 2001, 117.
1 (A. BARGAGNA) – Relazione sull’attività svolta dalla XXIll Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”, dattiloscritto inedito, 1945.
2 P. G. MARTUFI – La tavola del pane. Storia della 23° Brigata Garibaldi “Guido Boscaglia”, Siena, A.N.P.I., 1980.
3 G. BATlSTINI, P. FERRINI – Volterra dalla Resistenza alla Liberazione. Volterra. Comune di Volterra, 1994.
4 Anche il C.L.N. di Volterra aveva inviato alcuni uomini, ma avendo realizzato solo molto tardi i contatti col C.L.N. della zona, questi giunsero all’Uccelliera quando ormai la formazione si era sciolta.