Silvia Trovato

Il Testamento di Giusto Turazza

Giusto di Giovanni Turazza visse tra la fine ‘400 e la prima metà del ‘500.1 Capostipite della sua famiglia fu Tura, abbreviativo di Ventura, che nel XIV secolo viveva in Berignone, località nelle vicinanze di Volterra2. Tura ebbe un figlio di nome Giovanni, soprannominato Zuccarino, morto prima del 1416, da cui nacque Ventura, detto Tura o Turazzo, che era il bisnonno del nostro Giusto. Turazzo abitava nel 1415 nella contrada di S. Pietro a Selci, sposò Cia di Potente da Ponzano e il 6 ottobre 1430 fece testamento a favore del figlio Giusto, che nei documenti è indicato anche come Giusto Turazzo3. Quest’ultimo fu eletto, il 1 dicembre 1430, balitore della contrada di Porta a Selci, sposò Lucia di Guido Maliscalchi4 e negli anni 1470-1477 lavorò nel forno che aveva ereditato dal suocero5. Da Giusto nacque Giovanni, che fu calzolaio, e da Giovanni il nostro Giusto, fondatore del Pio Istituto. Molto si è discusso sull’origine ebraica della famiglia Turazza, dato che il suo stemma era caratterizzato dalla stella a sei punte. A questo proposito Michele Luzzati, docente di storia medioevale all’Università di Pisa, in un suo articolo sulla presenza ebraica a Volterra nel ‘3-‘4-‘500, pubblicato sulla Rassegna Volterrana del 1994, dice che la presenza della stella di David nello stemma non ci deve far credere che la famiglia di Giusto fosse ebrea, perché in quei secoli non era la stella il segno di riconoscimento degli ebrei, ma la rotella: il cerchio di colore giallo o rosso, a seconda dei luoghi, che veniva apposto sulle vesti e che gli ebrei volterrani ottennero di non portare grazie ai capitoli stipulati nel 1408 tra il comune di Volterra e Bonaventura di Genetano, ebreo bolognese, prestatore di denaro e capostipite della famiglia ebrea dei Da Volterra.6

I Buonuomini, in omaggio al loro fondatore, hanno, poi, fatto proprio questo simbolo, contraddistinguendo con esso la loro sede di via Turazza, i mobili, le stoffe, i tendaggi e persino i registri dell’archivio, e così la stella a sei punte è diventata, da simbolo araldico, il logo del Pio Istituto.

Il 28 settembre 1513 il nostro Giusto sposò Francesca di Ormanno Ormanni.7 Francesca portò in dote a Giusto 876 lire8, delle quali, però, Giusto ne ricevette soltanto 8209, probabilmente perché, come scriveva il Cinci, le altre erano state pagate per le imposte allora in corso.10 Da Francesca, Giusto ebbe tre figli: Lucia, nata il 20 giugno 1515, Bartolomeo, nato il 20 giugno 1518, e Niccolaio, nato il 1 novembre 1519.11 Bartolomeo sposò nel gennaio 1540 Elisabetta di Francesco Rossetti12, che, rimasta presto vedova, nel 1551 si risposò con Francesco di Domenico Bibboni13, l’uccisore, nel 1548, a Venezia, di Lorenzino de Medici.14 Sia Bartolomeo che Niccolaio premorirono al padre e solo Lucia, che vestì l’abito nel monastero di S. Chiara col nome di suor Vittoria, gli sopravvisse.15

Giusto lavorò per molti anni nella calzoleria del padre Giovanni16, e, come lui, fu iscritto all’Arte dei Calzolai e Cuoiai.17 Non fu, però, solo calzolaio e commerciante di cuoiami, ma fu anche conduttore di fondi rustici. Aveva, infatti, preso in affitto nel novembre 1532 dal comune di Volterra il pascolo di Miemo insieme a Giovan Battista e Niccolaio18, figli di Bartolomeo di Guasparro, con cui aveva costituito una società, la cosiddetta Compagnia del fitto di Miemo.19 Nel 1547 Giusto rimase unico titolare della società20, nella quale, il 1 gennaio 155321, entrò a far parte il nipote Ormanno di Antonio Ormanni, figlio di un fratello di sua moglie Francesca22. Oltre al pascolo di Miemo, il 14 giugno 1535 il comune di Volterra allogò a Giusto Turazza, per otto anni, per complessive quaranta sacche di grano, anche il mulino di Miemo, a condizione che Giusto facesse il tetto alla casa a fianco al mulino, “con pianellato e un mezzo palco e due usci e una finestra”23. Il 26 settembre 1553 Giusto, ormai infermo, faceva testamento24 e due giorni dopo moriva25; la sua salma, accompagnata dai frati di S. Agostino, dai cappellani di S. Michele e dalla Compagnia della Croce, fu tumulata, secondo la sua volontà, nella chiesa di S. Agostino, nella tomba di famiglia, sotto l’altare di S. Niccolaio, protettore dei calzolai e cuoiai26. Il testamento fu rogato dal notaio Francesco di Niccolaio Parissi nella casa del testatore, posta nella contrada di S. Agnolo27. In esso Giusto nominò usufruttuaria, vita natural durante, la moglie Francesca, purché conducesse vita vedovile ed onesta. Francesca venne nominata anche dispensatrice di elemosine insieme al fratello Alessandro o, in sua assenza, al nipote Ormanno. Morta Francesca, diveniva dispensatore Alessandro, insieme ai Buonuomini, e, alla sua morte, Ormanno.

Ad Alessandro e ad Ormanno, Giusto era molto legato: ad Alessandro lasciò, vita natural durante, dopo la morte di Francesca, l’usufrutto della possessione denominata Casa a Topi28, mentre Ormanno, suo socio nella Compagnia del fitto di Miemo fin dal gennaio 1553, doveva continuare a condurre per sei anni il pascolo di Miemo e né Francesca, in qualità di usufruttuaria, né i Buonuomini, in qualità di esecutori testamentari, potevano rimuoverlo da questo incarico. Trascorsi questi sei anni, la moglie Francesca, il cognato Alessandro e il nipote Ormanno dovevano vendere tutto il bestiame e il grano della Compagnia e con il ricavato della vendita comprare luoghi di monte di Roma o di Genova oppure beni immobili nelle pendici e contrade di Volterra, che poi dovevano essere dati in affitto, al lume di candela e al maggior offerente, ai volterrani. Se a richiederli in affitto erano, invece, uno o più Buonuomini, si doveva imborsare i loro nomi e stipulare il contratto d’affitto con il primo estratto a sorte al prezzo concordato da due amici comuni.

Giusto lasciò, come legittima, alla figlia Lucia, che era monaca in S. Chiara, ogni anno, vita natural durante, le quarantadue lire a lui dovute, nel mese di maggio, da Piero di maestro Antonio sarto per l’affitto di un appezzamento di terra, oltre ad altre lire ottantaquattro, che le dovevano essere consegnate il 1 di agosto29.

Lasciò, ogni anno, vita natural durante, a suor Giustina di Giulio di Pomarance, monaca in S. Chiara, lire ventotto.

Volle che a sua sorella Tommasa30 fosse dato, prima del 15 agosto, vita natural durante, il denaro necessario a comprare quaranta staia di grano, dodici barili di vino, un barile d’olio e una canna di legna; le prestò, inoltre, un letto, una coperta, tre paia di lenzuola, due tovaglie e i vestiti che Giusto aveva indosso. Alla morte di Tommasa, il nipote Giovan Michele, figlio di detta Tommasa, doveva avere venti staia di grano, sei barili di vino, mezzo barile d’olio e mezza canna di legna.

Lasciò, vita natural durante, a Pippa di Antonio il denaro necessario per comprare dodici staia di grano.

Lasciò ai frati di S. Agostino, ogni anno, in perpetuo, lire sette con l’obbligo di celebrare, l’11 settembre31, dopo la festa di S. Niccolaio da Tolentino, messe per l’anima del testatore e dei suoi familiari.

Lasciò alla nipote Lucrezia, figlia di sua sorella Tommasa, e, alla sua morte, ai suoi figli maschi l’usufrutto dei beni immobili acquistati con quattrocento lire a lei assegnate32.

Lasciò al priore dello Spedale degli Innocenti di Firenze duecento lire con l’obbligo di dare, per un solo anno, la dote a due fanciulle di detto Spedale.

Lasciò, in perpetuo, ad un predicatore, maestro di teologia, eletto ogni due anni dai Canonici del Capitolo della Cattedrale, lire cento annue, con l’obbligo di predicare l’avvento e le altre feste dalla quaresima in poi33.

Volle che, dopo la morte di Francesca, ogni anno, in perpetuo, il camarlingo dell’Arte dei calzolai e cuoiai, insieme all’operaio del Duomo, comprasse sei falcoloni di cerabianca, del peso di 24 libbre, e li offrisse all’Opera del Duomo, la mattina del 6 dicembre, festa di S. Niccolaio da Bari.

Lasciò a Lucia di Paolo da S. Anastasio, nelle pendici di Arezzo, sua serva e compagna di sua moglie Francesca, vitto e vestito, ma, qualora ella non volesse stare con Francesca, le dovevano essere dati scudi quattro, per ogni anno di servizio prestato, e altrettanti annui, finchè Francesca era in vita, e, dopo la morte della moglie, scudi due, per ogni anno di servizio prestato, e scudi dodici annui, vita natural durante.

Lasciò, ogni anno, in perpetuo, alla comunità di Pomarance lire duecento con l’obbligo di conferire doti a due fanciulle povere della linea mascolina di Michele di Francesco, o, in loro assenza, a tre fanciulle bisognose della linea femminina e, una volta estinte le due linee mascolina e femminina, a tre fanciulle povere di Pomarance. Le doti dovevano essere conferite con gli interessi sui luoghi di Monte di Roma, ma, qualora tali luoghi di monte non fruttassero, si doveva sospendere il conferimento di tali doti34.

Dopo aver elencato questi lasciti, Giusto nominò suoi eredi universali Dio e i poveri e coerede, esecutrice testamentaria e dispensatrice la Congregazione dei Buonuomini di S. Michele, che nell’occasione lui stesso costituiva, con l’obbligo di conferire, ogni anno, in perpetuo, doti di venti fiorini ciascuna a sei fanciulle povere volterrane di almeno tredici anni, utilizzando gli interessi sui luoghi di Monte di Roma35; qualora tali luoghi di Monte non fruttassero, tali doti non dovevano essere conferite. La dote doveva essere pagata dal camarlingo entro due mesi dalla celebrazione e consumazione del matrimonio. Era ammesso anche il pagamento in natura (grano), se la Congregazione non aveva denaro a disposizione.

Tutto quello che rimaneva delle entrate della sua eredità doveva essere distribuito alle povere e miserabili persone da due dispensatori eletti, ogni quattro mesi, dai Buonuomini al loro interno. Giusto precisò che i Buonuomini non dovevano concedere elemosine alle proprie serve, ai propri lavoranti e ai propri parenti fino al quarto grado, almeno che non fossero realmente poveri e per questo chiese loro di comportarsi sempre secondo coscienza. I Buonuomini dovevano eleggere fra di loro, ogni anno, anche un camarlingo, col compito di riscuotere tutte le entrate della eredità di Giusto e di restituire ogni somma in suo possesso entro due mesi dalla fine del suo ufficio, pena l’espulsione dalla Congregazione36 e l’avvio di un processo nei suoi confronti. Giusto nominò, come primi otto Buonuomini, Piero di Giovanni di Piero del sarto, suo parente, Michelangelo di Giovannino del Riccio, Giovan Battista di Lodovico di Giuntarino, Baccione di Niccolaio di Baccione, Andrea di Biagio Serchele, Piero di maestro Antonio cuoiaio, Battista di Giovanni da Figline, Alessandro di Michelangelo Barbieri37 e, insieme a loro, volle che stessero, vita natural durante, con la loro stessa autorità, il cognato Alessandro Ormanni e il nipote Ormanno Ormanni. Qualora i nominati Buonuomini non conferissero le doti o non distribuissero le elemosine, dovevano essere deposti dal loro ufficio e, al loro posto, ne dovevano essere eletti di nuovi. In caso di morte o rinuncia di un Buonuomo, gli altri dovevano procedere alla sua surrogazione, in modo che il numero di otto fosse sempre mantenuto. L’assenza all’adunanza, purché giustificata, era, invece, ammessa, ma per deliberare occorreva essere almeno in sei. Per essere eletti alla carica di Buonuomo si doveva essere artigiani volterrani e non abili agli uffici pubblici della città di Volterra38. L’elezione doveva essere approvata con legittimo partito dei due terzi. Era ammesa una sola rielezione. Lo stipendio annuo assegnato a ciascun Buonuomo era di quattordici lire. Inoltre Giusto volle che i Buonuomini prendessero dalla sua eredità settecento lire per comprare una stanza per le loro adunzanze. In chiusura di testamento Giusto stabilì che, qualora i Buonuomini non avessero esaudito le sue volontà, soddisfacendo tutti i legati indicati e dispensando elemosine ai poveri, ma avessero trasferito le elemosine in altri luoghi per far comodo a spedali, monache e compagnie, la sua eredità doveva passare allo Spedale degli Innocenti di Firenze39 e se anche questo Istituto fosse contravvenuto ai suoi voleri, doveva subentrare nell’eredità lo Spedale di Santo Spirito di Roma.

Pochi giorni dopo la morte di Giusto, furono compilati gli inventari dei suoi beni40. Il 2 ottobre 1553 fu compilato quello relativo alla casa che Giusto aveva in piazza S. Giovanni a Firenze e qui, fra i vari beni mobili elencati nella “sala di sopra”, è citata “una Vergine Maria di tela fornita di legname”, che è quella oggi conservata nella sede di via Turazza41. Il 26 novembre 1553 fu redatto l’inventario delle sue scritture e libri, il 7 dicembre quello dei beni che si trovavano a Miemo, sia nella casa dove abitava Giusto, che nei vari poderi42, e il 1 gennaio 1554 quello relativo alla casa che Giusto aveva nella contrada di S. Agnolo. L’inventario relativo al grano e alla biada fu compilato, invece, il 7 novembre 1554.

Dopo la morte di Giusto Turazza, altri benefattori seguirono il suo esempio lasciando i propri beni in eredità alla Congregazione dei Buonuomini con l’obbligo di soddisfare legati, distribuire elemosine o conferire doti43. L’esecuzione esatta delle prescrizioni dei vari testatori servì per molto tempo di norma ai Buonuomini nel disimpegno del loro ufficio.

© Silvia Trovato, SILVIA TROVATO
Guida inventario dell’archivio del Pio istituto dei Buonuomini di San Michele di Volterra, in “Rassegna Volterrana”, a. LXXXIX (2012), pp. 239-249
1 Sulla figura di Giusto Turazza si veda anche A. MARRUCCI, I personaggi e gli scritti, in “Dizionario di Volterra”, a cura di L. Lagorio, vol. III, Pisa, 1997, p. 1217.
2 Si veda R.S. MAFFEI, La famiglia di Giusto Turazza, in “Il Corazziere”, a. XXIX, n. 38, 18 settembre 1910, p. 2; una copia manoscritta di questo articolo è in Biblioteca Guarnacci Volterra (d’ora in poi BGV), Archivio Maffei, n. XLIII, “La famiglia di Giusto Turazza”. Per l’albero genealogico della famiglia Turazza si veda BGV, Archivio Maffei, n. LI, p. 22 e n. LII, p. 28.
3 Il soprannome del bisnonno diventa il cognome della famiglia.
4 Per l’albero genealogico della famiglia Maniscalchi si veda BGV, Archivio Maffei, n. LI, p. 22 e n. LII, p. 28.
5 Sono conservati i conti di debito e credito del forno dal 1470 al 1477. Si veda Archivio Storico dei Buonuomini di S. Michele di Volterra (d’ora in poi ASBSMV), Eredità Giusto Turazza, n. 245.
6 Si veda M. LUZZATI, La presenza ebraica a Volterra (XIV-XVI secolo), in “Rassegna Volterrana” a. LXX (1994), pp. 127-139.
7 Si veda ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 246, c. 191v, in cui Giusto annotava, di suo pugno, il ricordo del matrimonio con Francesca Ormanni. In esso Giusto scriveva erroneamente che Francesca era figlia di Ormanno di Antonio di Arrigo, mentre in realtà era figlia di Ormanno di Arrigo di Antonio (si veda l’albero genealogico della famiglia Ormanni in BGV, Archivio Maffei, n. LI, p. 80). Per una trascrizione di questo ricordo si veda O. LEONCINI, Giusto Turazza di Volterra. Racconto storico, in “Volterra”, a. VII, 1879, nn. 23-26. In questo articolo il Leoncini, mal interpretando il testamento di Giusto, copiato in ASBSMV, Testamenti, n. 123, cc. 1v-4r, attribuiva Francesca alla famiglia Cheli. In realtà il “Cheli”, che troviamo, alla c. 1v, dopo il nome Francesca, è da leggere come “che li”, formula che ricorre anche nelle carte seguenti, sia nella forma “chel” che in quella “che li”. Anche il Cinci leggeva in quel punto del testamento “Cheli”, ma precisava che in un’altra copia del testamento, allora conservata nell’archivio e oggi purtroppo mancante, questo cognome non compariva. Il Cinci, infatti, a differenza del Leoncini, attribuiva senza alcun dubbio Francesca alla famiglia Ormanni. Si veda A. CINCI, Giusto Turazza e il Pio Istituto de’Buonuomini di S. Michele in Volterra, in Storia di Volterra. Memorie e documenti, Volterra, 1885, monografia n. 20, p. 4 (ristampa, Forni editore, 1977).
8 Si veda ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 246, c. 134v, in cui Giusto annotava il pagamento della dote da parte del suocero. Questo documento ha una particolarità: Giusto cominciò a scriverlo come se la dichiarazione fosse sua (“Ormanno di Arrigo di Antonio mio suocero de dare […]”), poi cancellò il “mio” e lo sostituì con “di Giusto mio”, come se la dichiarazione la facesse il suo babbo. Quindi il documento è scritto per mano di Giusto, ma in esso è il babbo Giovanni che dichiara che il suocero di Giusto, Ormanno Ormanni, deve dare per la dote di Francesca lire 876. Per una trascrizione di questo documento si veda CINCI, Giusto Turazza e il Pio Istituto, cit., p. 5.
9 Si veda ASBSMV, Testamenti, n. 123, c. 1v.
10 Si veda CINCI, Giusto Turazza e il Pio Istituto, cit., p. 5.
11 I ricordi della nascita dei figli sono stati annotati per mano di Giusto in ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 246, c. 191v. Per una loro trascrizione si veda LEONCINI, Giusto Turazza, cit.
12 Il ricordo del matrimonio tra il figlio Bartolomeo e Elisabetta Rossetti è annotato da Giusto in ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 246, c. 191v. Per una sua trascrizione si veda LEONCINI, Giusto Turazza, cit.
13 Si veda ASBSMV, Eredità Antonia Rossetti, n. 228, scritta dell’8 ago. 1551 con cui Francesco di Bartolomeo Rossetti dà in sposa a Francesco di Domenico Bibboni la figlia Elisabetta con dote e corredo.
14 Su Elisabetta Rossetti, sorella di Giovan Paolo, Antonia e Bartolomeo, si vedano anche le sottoserie Eredità di Antonia Rossetti ed Eredità di Bartolomeo Rossetti. Su Francesco Bibboni, che uccise nel 1548, insieme a Gabriello Ricci detto Bebo, Lorenzino de’Medici e il suo accompagnatore e zio Alessandro Soderini, si vedano, oltre alle suddette eredità, anche MARRUCCI, I personaggi e gli scritti, cit., pp. 905-906.
15 Si veda ASBSMV, Testamenti, n. 123, c. 2r.
16 Sono conservati i conti di debito e credito della calzoleria dal 1482 al 1536, scritti per mano del padre Giovanni fino al 1497 e, successivamente, di Giusto (si veda ASBSMV, Eredità, nn. 246-247, 249 e 252-253).
17 L’Arte dei Calzolai e Cuoiai è citata da Giusto nel suo testamento (cfr. ASBSMV, Testamenti, n. 123, c. 2v).
18 Il 31 dic. 1532 Niccolaio, essendo morto il fratello Giovan Battista, rimase unico socio di Giusto Turazza (si veda Archivio Storico Comunale di Volterra (d’ora in poi ASCV), Preunitario, S nera 14, c. 2v).
19 Il 16 nov. 1532 il comune di Volterra affittò, a lume di candela, per dieci anni, al prezzo di lire 6335, il pascolo di Miemo a Giovan Battista e Niccolaio, figli di Bartolomeo di Guasparro, per un terzo, e a Giusto di Giovanni Turazza, per due terzi, a queste condizioni “che noi possiamo tagliare boschi e macchie per seminare grano e biade, tenere bestiami d’ogni sorta, accusare chi dannificasse detto pascho e godere tutti li privilegi di detta città e fare mortella e l’ultimo anno abbiamo a stare per in sino a mezzo agosto per rigovernare e grani” (si veda ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 261, c. 1). Per le condizioni dell’appalto si veda anche ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 250, c. 18. Il contratto di locazione decennale del pascolo di Miemo, stipulato tra il comune di Volterra e Giovan Battista di Bartolomeo di Guasparro, del 17 nov. 1532 si trova in ASBSMV, Contratti, n. 272, fasc. “n. 13 copie informi di contratti, che uno del 1497 e gli altri dal 1532 al 1599”. La descrizione della terza parte del pascolo di Miemo, detta di Vacchereccia o Vaccareccia, presa da Niccolaio di Bartolomeo di Guasparro il 1 nov. 1536 è in ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 251. Per le carte della Compagnia del fitto di Miemo dal 1532 al 1553 si vedano ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, nn. 251, 257 e 261-265.
20 Si veda CINCI, Giusto Turazza e il Pio Istituto, cit., p. 6.
21 La convenzione seiennale per la conduzione del pascolo di Miemo del 1 gen. 1553 è in ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 265, cc. 1v-2r.
22 Per l’annotazione dei pagamenti del canone d’affitto del pascolo e mulino di Miemo dal 1532 al 1559, fatti da Giovan Battista e Niccolaio, figli di Bartolomeo di Guasparro, da Giusto Turazza e da Ormanno Ormanni si veda ASCV, Preunitario, S nera 14, cc. 2v-5r.
23 Si veda ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 261, c. 17r.
24 Il testamento è copiato in ASBSMV, Testamenti, n. 123, cc. 1v-4r. Per una sua parziale trascrizione si veda A. CINCI, Giusto Turazza fondatore del Pio Istituto de’Buonuomini di S. Michele in Volterra. Cenni biografici, Volterra, 1880, pp. 9-13, pubblicazione collocata in chiusura di inventario con il n. 458.
25 La data della morte si evince da un documento del 27 gennaio 1560, in cui la moglie Francesca, che era stata nominata nel testamento usufruttuaria, pretendeva dai Buonuomini, davanti ai giudici, il pagamento del credito dell’usufrutto dal 28 settembre 1553, giorno della morte di Giusto, alla data di redazione del documento (si veda ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 257). All’interno del piatto anteriore di un altro registro si trova, invece, annotato: “Morì Giusto Turazzi a dì 30 set. 1553” (ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 250).
26 Nel 1880, in occasione del 327° anniversario della fondazione del Pio Istituto, i Buonuomini apposero un’epigrafe presso la tomba di Giusto Turazza nella chiesa di S. Agostino (cfr. CINCI, Giusto Turazza e il Pio Istituto, cit., pp. 6 e 18-19).
27 Giusto possedeva due case nella contrada di S. Agnolo: una, in via delle Prigioni, accanto all’Osteria della Corona, che è quella in cui abitò e morì, l’altra, nel chiasso del Forno, da lui acquistata, poco prima di morire, il 22 settembre 1553. Si veda CINCI, Giusto Turazza e il Pio Istituto, cit., p. 7 e ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 257, “Inventario de beni mobili et immobili che di presente si trovano della decta heredità in Volterra” (1 gen. 1554) e fede dell’acquisto della casa nel chiasso del Forno, fatto da Giusto Turazza il 22 set. 1553 (7 dic. 1553). Sugli aspetti della vita sociale ed economica della contrada di S. Agnolo nel XVI secolo si veda D. ULIVIERI, La casa Ricciarelli a Volterra. Storia inedita di una dimora nobiliare, Pisa, 2011, pp. 5 e segg.
28 La possessione è citata anche in ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 257, “copia del bilancio dato allo Spedale delli Innocenti di Firenze questo dì 25 di feb. 1583” (25 feb. 1584). Secondo il Cinci questa possessione era situata presso il bastione (cfr. CINCI, Giusto Turazza e il Pio Istituto, cit., 7). Circa la vendita della Casa a Topi, dopo la morte di Francesca e di Alessandro Ormanni, si veda ASBSMV, Protocolli delle deliberazioni, n. 2, c. 29, 2 ott. 1580, e c. 32, 10 set. 1581.
29 Dopo la morte di Giusto, il monastero di S. Chiara fece causa ai Buonuomini, pretendendo, come legittima, un terzo dell’eredità. Nel 1554 ci fu una sentenza a favore del monastero e il duca e i consiglieri della repubblica fiorentina incaricarono il capitano di Volterra di consegnare al monastero un terzo dell’eredità (si vedano ASBSMV, Cause, n. 396 e Eredità Giusto Turazza, n. 257).
30 Tommasa sposò Antonio di Carlo Paolini, portando in dote, il 18 dic. 1506, lire 600 (si veda il ricordo annotato in ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 246, c. 65r). Dal loro matrimonio nacquero Lucrezia e Giovan Michele, entrambi citati nel testamento. Nell’albero genealogico della famiglia Paolini, conservato nell’archivio Maffei, la figlia Lucrezia non compare (si veda BGV, Archivio Maffei, n. LI, p. 167).
31 Il giorno della celebrazione si ricava dalla citata trascrizione del testamento fatta dal Cinci, dato che le carte del registro, in cui il testamento è copiato, sono sciupate a margine (si veda CINCI, Giusto Turazza fondatore del Pio Istituto, cit., pp. 9-13, pubblicazione collocata in chiusura di inventario con il n. 458).
32 In una nota tergale, annotata nel testamento di Giusto in corrispondenza di questo lascito, si dice che con questa somma fu comprata una vigna in Collereto, con atto rogato dal notaio Lorenzo Lisci (v. ASBSMV, Testamenti, n. 123, c. 2r).
33 In una nota tergale, annotata nel testamento di Giusto in corrispondenza di questo lascito, si dice che i Canonici ottennero dal pontefice che un terzo del lascito fosse dato al predicatore dell’avvento e due terzi al predicatore dalla quaresima in poi (ibidem, c. 2v).
34 In una nota tergale, annotata nel testamento di Giusto in corrispondenza di questo lascito, si legge: “Di questo legato non si paga più che li 2/3, cioè lire 133.6.8 per ordine de Nove perché si perse la terza parte di detta redità con le monache di S. Chiara et ne è la copia nel nostro banco” (ibidem, c. 3r).
35 In una nota tergale, annotata nel testamento di Giusto in corrispondenza del paragrafo relativo al conferimento delle doti alle fanciulle povere volterrane, si legge: “Non si paga più che li 2/3 di lire ottanta, cioè lire 53.6.8, perché si perse il terzo di detta eredità con le monache di S. Chiara. Al presente sono ridotte a lire 42.73.4” (ibidem, c. 3r).
36 In una nota tergale, annotata nel testamento di Giusto in corrispondenza del paragrafo relativo alla elezione del camarlingo, si legge: “Che il camarlingo non rimettendo sia casso” (ibidem, c. 3r).
37 Il Cinci, nella sua trascrizione del testamento, cita tra i primi Buonuomini anche Paolo di Taddeo Fanucci, che, invece, nella copia del testamento, oggi conservata, non compare (si veda CINCI, Giusto Turazza fondatore del Pio Istituto, cit., pp. 9-13, pubblicazione collocata in chiusura di inventario con il n. 458).
38 I Buonuomini, che venivano fatti cittadini di una qualsiasi altra città o acquisivano l’abilità agli uffici pubblici, venivano espulsi per timore che le entrate della Congregazione si disperdessero e non andassero più a beneficio dei poveri volterrani. Ne è un esempio il caso del priore Francesco Galluzzi, contro cui i Buonuomini, negli anni 1661-1663, fecero causa per aver acquisito la cittadinanza fiorentina durante il priorato (si veda ASBSMV, Cause, n. 416).
39 In ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 257 è conservata la “copia del bilancio dato allo Spedale delli Innocenti di Firenze questo dì 25 di feb. 1583” (25 feb. 1584).
40 Gli inventari qui citati sono conservati in ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 257, “copia dell’inventario della roba della casa di Firenze. Beni di Giusto Turaza in casa sua sulla piaza di S. Giovanni di Firenze. Inventario” (cc. 2-3, staccate, 2 ott. 1553); copia dell’ “[…] inventario de beni mobili, immobili et semoventi, denari et scripture appartenenti alla heredità di Giusto Turazi da Volterra fatto per me Mariotto di Lodovico Lotti da Castel S. Giovanni di Val d’Arno di Sopra al presente notaio del signor Capitano di Volterra Donato Tornabuoni di commissione del prefato signor Capitano […]” (c. 4, staccata, 26 nov. 1553); inventario dei beni che si trovano a Miemo (cc. 5-7, 7 dic. 1553), inventario dei beni mobili e immobili che si trovano a Volterra (cc. 8-9, 1 gen. 1554); inventario del grano e biada della eredità di Giusto Turazza (c. 9v, 7 nov. 1554).
41 Si veda ibidem, “copia dell’inventario delle robe della casa di Firenze”, cc. 2-3. Nell’inventario è citata anche, tra gli arredi della camera, “una Vergine Maria di carta in tavola”, che il Cinci identificava erroneamente con la tela conservata presso la sede (cfr. CINCI, Giusto Turazza e il Pio Istituto, cit., p. 7). La casa di Firenze fu affittata da Giusto Turazza, per tre anni, al cappellano di S. Maria del Fiore il 1 mag. 1553 (v. ASBSMV, Eredità Giusto Turazza, n. 250, c. 74).
42 I poderi erano denominati Forza (?), Miemo, Casa a Miemo, Mignattaia, Capriglia, Mulino di Miemo, Caldana, Caldana di sopra, Vacchereccia, Vacchereccia di sopra, Monte Rustichi, Monte Rustichi di sopra, Bagno, Renaio.
43 Per ricostruire l’elenco dei benefattori del Pio Istituto si vedano le serie Protocolli delle deliberazioni, Eredità, Testamenti e Carteggio e atti, ma anche CINCI, Giusto Turazza e il Pio Istituto, cit., pp. 11-13.