Cosimo Villifranchi, a cui l’Amministrazione Comunale di Volterra ha intitolato una strada (per ricardarlo insieme al prozio Giovanni), non è e non deve essere un illustre sconosciuto per i Volterrani.

Egli fu uno scrittore discretamente famoso nel sec. XVII e di lui si occuparono uomini come il Crescimbeni 1, il Redi, Anton Francesco Bertini e Giuseppe Manni 2, per non ricordare che i più noti. Tra i suoi amici, che furono numerosissimi tra gli intellettuali ed artisti del tempo, ci fu anche il pittore Salvator Rosa.

Cosimo Villifranchi nacque a Volterra nel Febbraio 1646 da Virginio Villifranchi e da Caterina di Giovan Andrea Lapi, medico condotto nella città. La famiglia era di origine popolana ma, secondo il prof. Raffaello Scipione Maffei3 più tardi essa si fregiò di stemma nobiliare (anche se nell’Archivio storico di Firenze e in quello di Volterra non c’è traccia di questa nobiltà). Lo stemma sarebbe stato questo; tre sbarre d’oro a traverso in campo azzurro e sotto le sbarre due penne d’oca bianche e temperate. La abitazione era nella cura di S. Michele Arcangelo: nella zona di Docciola la famiglia aveva una conceria.

L’esempio del prozio Giovanni 4 (letterato finissimo e parroco di S. Alessandro) lo spinse a dedicarsi agli studi letterari. Studiò prima a Volterra, poi si recò a Siena per approfondire gli studi nel campo della filosofia e nella medicina: da questa città passò all’università di Pisa ove studiò filosofia sotto il celebre Giovan Andrea Albizini. A 15 anni già componeva in lingua latina, in lingua francese ed in greco ed in ebraico. A Pisa nel 1662, a soli 16 anni, pubblicò le sue prime opere. A 19 anni fu nominato lettore straordinario nell’università pisana (anche se il Fabroni non lo ha incluso tra i professori dell’Università). Si addottorò molto presto in medicina ed i Volterrani lo vollero medico condotto nella loro città. Morti uno zio e due sorelle monache nel convento di S. Dalmazio, egli lasciò Volterra per stabilirsi a Firenze dove divenne medico fiscale del Granduca Ferdinando III. In questa città conobbe il Redi, il Ricciardi, il Minucci (di origine volterrana) e gli altri componenti dell’Accademia dei Percossi fondata dal Rosa5.

Fu iscritto a numerose accademie; ne ricordiamo alcune: fu membro dell‘Arcadia col nome di Momino Straziano, dell’Accademia degli Accesi di Bologna, dei Concordi di Ravenna, dei Capricciosi di Pisa, dei Sepolti di Volterra, degli Abbozzati, degli Imperfetti; insomma fu iscritto a tutte le combriccole… o club letterari o di buongustai fiorentini e toscani. A Firenze scrisse drammi per le veglie della Villa Granducale di Pratolino. Fu quel che si dice un poeta cortigiano a tempo perso ed ottenne una discreta fama per le sue commedie, per i suoi prologhi, per i finali, per i drammi per musica. Ricordiamo «L’Armanda», ovvero la stravaganza del Caso, «La serva favorita», dramma per musica rappresentato nel 1689, «L’ipocondriaco», «Lo speziale in villa», «Il finto chimico», «Gli spazi immaginari», «Lo Spedale» (da leggersi con gusto anche oggi, visti i malanni che affliggono la nostra organizzazione sanitaria), «La tirannide dell’interesse» e tanti altri. Lasciò inedite molte altre opere, tra le quali le novelle di cui parleremo più avanti, ottave e discorsi accademici.

Celeberrimo fu il suo «Panegirico per Giovanni III Sobieski, re di Polonia, per avere liberato Vienna dall’Assedio dei Turchi» (ottava rima).

Cosimo nel 1689 aveva sposato Maria Maddalena di Benedetto Salvi-Giorgini di Figline Valdarno. Da lei ebbe molti figli morti tutti in età di pochi mesi tranne Ferdinando, nato nel 1693, che continuò la famiglia. Il nostro autore soffriva di idropisia e morì di questa malattia il 12 Marzo 1698 a soli 52 anni. Fu sepolto in S. Croce nel sepolcreto della famiglia Giorgini.

Di lui oltre gli scrittori sopra ricordati, scrissero bene Saverio Barlettani, l’inglese Romeril ed altri contemporanei. Fu autore di numerose burle. Sotto il governo dei Medici, principi né intelligenti né molto aperti, ma corrotti e infingardi, si poteva solo mangiare, bere, raccontare barzellette: guai ad interessarsi di cose più serie se si voleva godere la vita. Cosimo si riuniva con gli amici in alcune caratteristiche taverne fiorentine (come quella «all’Insegna del porco e della Malvagia» da lui ricordata in un sonetto). Anzi sarà bene trascriverla qui per i nostri lettori questa composizione in cui il poeta dimostra, oltre che il suo amore alla buona tavola, il suo attaccamento a Volterra, la sua meravigliosa patria. Il sonetto6 fu scritto proprio a Volterra ed è indirizzato all’amico Nardi da Firenze, suo compagno di allegre bisbocce:

VIVA VOLTERRA

Nardi, io san giunto al mio paterno Colle,
che quanto è alpestre, è altrettanto ameno,
e così in alto il suo gran gioco astolle,
che vagheggiar da lui posso il Tirreno.

Allor che più cocente il Siria bolle,
di zeffiretti è questo ciel ripieno,
dell’aria il frigor si rende molle
con il calar d’un delicato seno.

A quest’erma pendice infra si vede,
che la natura ogni suo bene invia,
quindi a niun’altra per vaghezza cede
Quel che il genio s’immagina a desia
questo monte gentil tutto possiede,
ma non ci è il Porco, né la Malvagìa7.

E’ un inno di esaltazione entusiasta per le bellezze della città di Volterra che meriterebbe di essere stampato sui depliant turistici di oggi: tanto più che a differenza dei tempi del Villifranchi, oggi a Volterra c’è un ristorante intitolato al «Porcellino» e c’è del buon vino, anche Malvasia. E, già che ci siamo, ci piace qui riportare un altro sonetto di Cosimo, forse composto proprio durante uno dei tanti lieti simposi a cui partecipava con gli amici. E’ una poesia un po’ scollacciata ma vivace e spiritosa alle spalle dei mariti traditi che si potrebbe intitolare:

Un corno solo alla sua fronte porta
chi la moglie ha puttana ed ei noi sa;
ma due ben lunghi quall’altro n’ha
che finge non saperlo e lo comporta.
Chi lo confessa e da persona accorta
alcun risentimento non ne fa,
questi n’ha tre; e quattro poi chi va
gli adulteri a condurre alla sua porta.
Ma chi si stima poi lieto e felice
e pensa non aver fronte ramosa
e crede alla moglie quando dice
che la casta Penelope famosa
in paragon di lei fu meretrice
questi si che n’ha cinque; oh bella cosa!

Da questi stessi spunti scanzonati nacquero, forse, le sette novelle di cui parla tra gli studiosi e gli ammiratori del Villifranchi solo il Maffei. E la ragione indubbiamente c’è: non le conobbero. Furono stampate per la prima volta dal tipografo Dotti Giovanni di Firenze nel 1870 con il titolo: «Novelle inedite di Cosimo Villifranchi da Volterra»8.

E’ un’edizione di soli 34 esemplari (ecco la ragione della nessuna conoscenza). Dei 34 esemplari 20 furono stampati in carta papale, 6 in carta vergé (vergata), 6 in carta colorata, 2 in pergamena. La copia che ho trovata (striminzita) nella Biblioteca Guarnacciana (XIX-5-12) è una delle sei stampate in colore azzurro. L’operetta non vuole avere nessun carattere filologico o comunque scientifico. Reca a stampa, la dedica a «Francescantonio Casella onore del Foro napoletano offre G. Dotti». In tutto sono 24 pagine contenenti sette novelle senza titolo con un’introduzione di 4 pagine con alcune notizie sulla vita dell’autore, riprese dal Manni e dal Barlettani.

Curioso è l’inizio di questa introduzione:

«Nella bizzarra e poetica città di Volterra che Francesco Sassetti, nella “Vita del Ferruccio, ci ha sì garbatamente descritto, nacque intorno alla metà del secolo XVII, Cosimo Villafranchi” per ispirito, e per arguti sali di giudiziosa censura, a niuno del suo tempo secondo».

In appendice alla pubblicazione è stampata una lettera di F. Matteo Franco, prete letterato, a Lorenzo de’ Medici (essa non ha niente a che vedere con il Villafranchi. E’ una richiesta di prebende clericali). Non sappiamo dove sono state trovate queste novelle inedite: forse tra le carte lasciate dal poeta e finite chissà dove: non penso però che si possa dubitare della loro autenticità. C’è evidente il ricordo degli anni di vita studentesca e l’esperienza scanzonata di uomini e cose che aveva quella sagoma di volterrana che era il Villafranchi. Ne abbiamo scelte solo tre in ragione della loro brevità e vivacità.

CIECHI CHE NON S’IMBROGLIANO (III)

Trovandosi alcuni ciechi ad un’osteria per quivi cenare, ed avendo consegnato all’oste numero sei tordi, assai belli e grassi, per quelli far cuocere arrosto, e stante che nello stesso tempo, vi sopraggiunse una conversazione di giovinotti bizzarri, che pure consegnarono all’oste un mazzo di sei tordi, pregarono il cuoco di cucina a voler scambiare detti storni con i tordi che avevano portato i ciechi, per vedere se veramente li conoscevano dopo che fossero stati cotti. Il che accordato, non tanto con la promessa di qualche mancia al suddetto cuoco, ma ancora per prendersi divertimento, seguì che l’oste portò in tavola dei ciechi gli storni invece dei tordi; ma cominciando un cieco a prenderne uno in mano, e metterli le dita intorno alla bocca, sentì che l’aveva aperta, sicchè voltatosi ad uno degli altri suo compagni gli disse: «Pasquino tu non sai?» a cui rispose: «Che c’è di nuovo?» suggerì Martini: «Purtroppo c’è di nuovo; il mio tordo canta» rispose Alarforio. «Tu non sai? Canta ancora il mio» e così tutti gli altri tastando i creduti tordi e sentiti che avevano tutti la bocca aperta, cominciarono a chiamare l’oste, quale ivi giunto, gli dissero che quelli non erano i suoi tordi, e che gliene avevano scambiati; essendo che quelli portati lì in tavola erano storni e non tordi. Per la qualcosa, si scusò il cuoco, mostrando che era seguito per un errore involontario, dovendo quelli andare ad un’altra tavolata; e fra tanto vennero in cognizione della sottigliezza e saggezza dei ciechi, ché, benché privi di luce, non astante sapevano distinguere il tordo dallo storno essendo eruditi che quando il tordo è cotto non apre la bocca, ma bensì lo storno.

UN NOBILE MINCHIONE (V)

In una città di questo mondo si trovava un nobile, che era bene affetto al principe della medesima, e che, nel tempo del suo governo, ottenne più cariche. Questo era apparentemente di natura minchiona, ma, altrettanto internamente astuto, mostrava di non intendere, ed, intanto considerava di fare i negozi con buon esito; e nel suo modo del trattare era rimasto buono a nulla. Rispondendo talvolta curiosamente, mostrava di non conoscere le persone, come seguì che ad un fornaio gli disse «Siete voi quello che morì l’anno passato?» e perché gli rispose: «No signore, io sono il suo figliuolo»; gli replicò il nobile: «Cioè volevo dire se voi eri il figliuolo di vostro padre, che morì l’anno passato». Dava del buon giorno a tutti, benché fosse di sera, e senza distinzione di persona, dicendo generalmente a chi si sia: «Buon giorno signore». Una volta gli fu chiesto un soprattieni9 da un povero uomo che era debitore dell’uffizio dove egli era superiore; e mentre altercava di non glielo voler pagare per tutto il mese di settembre, nel momento in cui glielo chiedeva entrò nella stanza un altro nobile per altri affari, e quello avendo in bocca la parola settembre disse all’altro nobile: «Servo sior Settembre».

SEMPRE I SOLITI STUDENTI

Nella città di Pisa, e alla calata del Ponte, per la parte della Sapienza, si trovava il famoso Straccione a vendere il suo rimedio: secondo il solito, intrattenimenti del popolo, cioè il Castello de’ Burattini. Tra gli altri spettatori un contadino si era fermato a vedere il lazzo che fa Pulcinella quando è preso dal cane per il naso; stava sopra un asino sganasciandosi dal ridere e mostrava di non esser più come si suol dire in questo mondo. Venne voglia a certi scolari della suddetta Sapienza di levargli l’asino che cavalcava. Si accordarono sei dei medesimi; mentre quello che stava ridendo e a bocca aperta e cogli occhi piangenti dal tanto ridere, come pure a braccia alzate a rimirare il suddetto lazzo, uno di detti scolari tagliò la cigna dell’animale, un altro lo straccale, gli altri quattro, a poco a poco, sollevarono il basto insieme col villano che vi era sopra, di poi uno degli altri due, preso l’asino per la coda, lo tirò tanto che glielo levò di sotto. E quelli, seguitando a reggerlo, per infin che non glie l’ebbero levato dalla vista, lo lasciarono andare in terra in presenza di tutto il popolo. Il contadino trovatosi improvvisamente in quella forma, cominciò a gridare: «Il mio asino! Il mio asino!», girando il capo in più parti, osservando se lo vedeva; bizzarria che sopportò tanta curiosità agli spettatori dei burattini, che tutti lasciarono di rimirar Pulcinella, e si posero intorno a quel minchione, che si partì con una bella fischiata per andare a ricercare l’asino.

In altra occasione forse pubblicheremo anche le altre quattro novelle. Ci è sembrato giusto portare a conoscenza dei nostri lettori questa figura di volterrano simpatico che, nelle maggiori storie letterarie dell’Ottocento (quelle in parecchi volumi) trovava ancora l’onore della citazione, sia pure in poche righe; insieme allo zio Giovanni, tra gli scrittori minori della Toscana medicea.

© Pro Volterra, SILVANO BERTINI
Alcune novelle sconosciute di Cosimo Villifranchi poeta volterrano del ‘600, in “Volterra”
1 Giovan Mario Crescimbeni. «Delle notizie storiche degli Arcadi morti». Roma 1721. Tomo III, da pag. 334 a pag. 339.
2 Giuseppe Manni. Raccolta di opuscoli del dottore Gio: Cosimo Villifranchi. Firenze 1737 (n. 32 pagine di introduzione).
3 Raffaello Maffei. Tre volterrani. Tipografia Nìstri Pisa 1881.
4 Giovanni Villifranchi aveva scritto, tra le altre cose, quattro favole sceniche: la «Cortesia di Leone e Ruggero», «Gli amori d’Armida», «La fuga di Erminia» (tutte stampate a Venezia nel ‘600) e la «Sofronia» (Venezia 1603), Come si vede l’autore era un patito del Tasso e si inserisce nella moda che fiorisce alla fine del ‘500 che vede pullulare diecine e diecine di opere del genere ad opera di epigoni di Torquato Tasso.
5 Silvano Bertini. «Sulle orme di Salvator Rosa nelle campagne volterrane », pag. 13 in «Volterra» n. 1 gennaio 1972.
6 Nel 1683 Cosimo Villifranchi era tornato per un breve periodo di tempo a Volterra e da qui inviò all’amico Nardi il sonetto che è stampato a pag. XXI nella introduzione del Manni alla «Raccolta di opuscoli del dottore Gio. Cosimo Villifranchi sopra ricordata.
7 II sonetto (già stampato in una nota alla VI satira del Manzini) è riportato dal Maffei nel volume sopra indicato (pag. 43).
8 Novelle inedite di Cosimo Villifranchi da Volterra. Firenze presso Giovanni Dotti 1870. Indichiamo qui appresso i titoli delle opere di Cosimo Villifranchi pubblicate nella edizione di Giuseppe Manni del 1737 sopra indicata: 1) Prologo della commedia intitolata «Le cautele politiche »: 2) Prologo «Le Miniere dell’oro»: 3) «Gli spazi immaginari», prologo in musica alla commedia «Le stravaganze del caso »: 4) Prologo per la commedia intitolata «La civil villanella»: 5) «Lo Spedale – prologo alla commedia intitolata «Ove la forza non vale giova l’ingegno: 6) Prologo in musica alla commedia «Amore non vuoi vendetta»: 7) Prologo alla musica per la commedia «Amore difende l’ìnnocenza»: 8) Prologo per la commedia «La dama spirito folletto». 9) Panegirico alla maestà di Giovanni III Sobieski re di Polonia; 10) Discorso in lode dell’arsura (prosa fatta per l’Accademia dell’Arsura).
Maffei Raffaello Scipione – « Rassegna volterrana» 1.8.1926, pag. 72. Lo studioso si limita ad indicare come una edizione rara quella del Dotti contenente le sette novelle inedite. Aggiunge che la prima era già stata narrata dal Castiglione nel «Cortegiano», e poi dal Giorgi e dal Rosasco. Tratta di un gruppo di amici che finge di giuocare al buio per far credere ad un amico pittore che è diventato cieco. La seconda, colta dalla tradizione anonima piacque a Gaspare Gozzi. La settima è narrata anche da Paolo Minucci nelle note al «Malmantile» del Lippi e nelle «Veglie piacevoli» dal Manni. Avanza l’ipotesi che l’edizione sia stata curata dal volterrano Giulio Piccini (in arte Jarro).
9 Sospensione