Percorrendo la strada statale 68 Val di Cecina in direzione di Volterra, 3 Km. dopo la frazione di Castel S. Gimignano si trova il bivio per Casole; piegando sulla sinistra si prende il breve tratto di strada in salita e si giunge al borgo agricolo di Montemiccioli.

Siamo a 476 metri s.l.m. su un balcone naturale dal quale, si gode uno stupendo panorama: S. Gimignano, Volterra, Pomarance e le armoniose Colline Metallifere con i pennacchi fumanti di Larderello; nelle giornate di sereno si riesce a scorgere in lontananza la catena del Pratomagno.

Entrando nel gruppetto di case ci si trova in una specie di minuscola ma suggestiva piazzetta che conserva, in parte, l’aspetto medioevale.

AI lato opposto spicca un troncone di torre; quelle mura pericolanti che sembrano star ritte per miracolo, sono gli unici avanzi di un antico castello che le guerre, le intemperie e le devastazioni degli uomini, che si servirono delle pietre per costruire, hanno a poco a poco ridotto ad un rudere.

Eppure queste rovine, che sono tanto pittoresche e che emanano un fascino ed un richiamo ancestrale, hanno un passato glorioso.

L’origine di Montemiccioli si perde nella notte dei tempi; con molta probabilità fu un piccolo insediamento etrusco. La prima notizia documentata risale tuttavia al 30 agosto 929, quando Ugo di Provenza, re d’Italia dal 926 al 946, fece dono di questa località detta Monte della Torre, ad Adelardo vescovo di Volterra. Erano infatti i tempi nei quali i vescovi avevano un gran prestigio presso gli abitanti delle città e del contado; essi erano gli unici protettori delle città contro i barbari. AI patrimonio dei seggi episcopali aggiungevano i proventi connessi all’esercizio del culto, specialmente la «Decima» e le cospicue donazioni.

Montemiccioli nella sua qualità di terra avanzata del dominio di Volterra, del quale ancor oggi fa da confine e per la sua posizione strategica, durante tutto il Medioevo ebbe una parte alquanto importante: era il passaggio obbligato per chi percorreva l’allora strada Volterrana, che correva verso Campiglia dove incontrava la più famosa strada del centro Italia e cioè la Romea o Francigena. Nel borgo fortificato di Montemiccioli, oltre che rifugiarsi dalle insidie del brigantaggio, i viandanti potevano trovare riposo e assistenza nel vicino Spedale di S. Lucia, del quale si parla in una pergamena del 1368. Questo è presumibile che fosse degli Ospitalieri di S. Jacopo di Altopascio, in quanto nella vicina Volterra, sui muri della Torre degli Auguri, fino a qualche anno fa, si distingueva il succhiello bianco Tau, simbolo dell’ordine menzionato.

Durante le dispute comunali, Montemiccioli fu al centro delle contese tra Volterra e S. Gimignano e sotto le sue mura si svolsero scaramucce giornaliere, e non soltanto le contese erano a causa dei confini (furono definiti solo poi nel 1575) ma anche perché i sangimignanesi si rifiutavano di pagare le Decime al Vescovo.

In tale periodo il Castello, di proprietà vescovile, era denominato «Castello di S. Vittore». Nel 1230 fu fatta da Volterra una petizione contro S. Gimignano tendente ad ottenere il risarcimento per le distruzioni effettuate ai danni di fattorie e castelli del suo dominio, tra questi si legge il castello di S. Vittore.

Volterra che aveva già nel 1150 i suoi consoli e nel 1139 un podestà, nel secolo XIII riuscì a soppiantare del tutto la giurisdizione vescovile, che era divenuta pressoché ereditaria nella famiglia dei Pannocchieschi. Caduta l’autorità del Vescovo, anche la denominazione del castello di S. Vittore fu cambiata in quella di «Castel del Popolo».

Verso la metà dell’aprile del 1308 i volterrani accampati a Montemiccioli, con 750 cavalli al comando del Cav. Ranieri Belfortl e 800 fanti comandati da Giusto Giotti, invasero il territorio sangimignanese e riuscirono ad arrivare fin sotto le mura di S. Gimignano.

Volterra, stretta da pericolosi vicini quali i fiorentini, senesi e pisani, fu ora guelfa, ora ghibellina. Dopo che Uguggione della Faggiola sconfisse nel 1315, i fiorentini a Montecatini, Volterra si riavvicinò a Pisa ottenendo un trattato di tregua. Durante questo periodo nel 1317 i volterrani, insieme ad altri castelli del contado che erano stati danneggiati dalla guerra, riedificarono il Castello del Popolo e a tale scopo acquistarono il terreno circostante il castello che era di proprietà della famiglia dei Picchena. La responsabilità dei lavori di ricostruzione fu affidata a Messer Gualtieri Ardinghelli e a Messer Bartolo Moronti. Fu proprio per causa del Castello del Popolo, dal quale partivano i volterrani per effettuare le scorrerie nel territorio di S. Gimignano, che i sangimignanesi, per contrasto, nel 1320 decisero di costruire un castello che fu chiamato «Castel Nuovo», l’odierno Castel S. Gimignano.

La rocca di Montemiccioli esplicava anche il ruolo pacifico di Catena o Passeggeria, dove venivano fatti pagare i pedaggi e riscosse le tasse sulle merci che qui transitavano.

Nel 1431 il Governo fiorentino, che dal 1361 aveva assoggettato Volterra, ordinò la distruzione del Castel del Popolo, in quanto si temeva la sua conquista da parte delle truppe inviate in Toscana dal Duca dì Milano, allo scopo di difendere Lucca dai fiorentini. Le truppe ducali comandate dai più celebri condottieri dell’epoca, Francesco Sforza e Niccolò Pìccinino, ai primi di marzo erano già a Casole e a Monte Voltraio; quindi, se anche Castel del Popolo fosse stato preso, i nemici utilizzandone le difese e la posizione strategica, avrebbero danneggiato alquanto i vicini Castel Nuovo e Castel Vecchio. Ma mentre era già iniziata la demolizione, i volterrani non volendo in alcun modo perdere una si ben munita rocca, con l’aiuto dei sangimignanesi ricostruirono il già demolito e anzi rafforzarono con nuove difese il castello che poté resistere agli attacchi del nemico. Fu sempre nel 1431 che il Piccinino distrusse la vicina Rocca di Montalto, al comando della quale era il capitano sangimignanese Michele di Benvenuto Dini, che preferì morire bruciato piuttosto che arrendersi al nemico.

In questa metà del XV secolo Castel del Popolo raggiunse forse il suo massimo splendore. La torre quadrata misurava per lato 8,50 mt. e circa 40 mt. in altezza, era a tre piani e munita sia al secondo che al terzo di strette feritoie, sfasate in modo da poter dominare il territorio, sottostante e riparare i difensori dai proiettili degli attaccanti. La parte esterna, come ancor oggi si può notare, era tutta quanta di pietre squadrate con lo scalpello e ben connesse fra loro; la parte interiore, per lo più era formata da pietrame e calcestruzzo, i muri avevano uno spessore di 1 mt. e di un paio alla base; le volte interne erano invece a mattoni. Sempre nella torre vi era l’ingresso di una galleria, ora ostruita che in caso di necessità, aveva l’uscita all’esterno del borgo, lato sud. La cinta muraria, ora completamente smantellata e interrata, sviluppava un perimetro di circa 500 mt. e lo spessore delle mura era di 1 mt., con un’altezza che si doveva aggirare sui sei – sette metri.

L’abitato vero e proprio con i magazzini e gli alloggiamenti trovavasi nel perimetro delle odierne abitazioni, nelle cantine delle quali si trovano resti di archi e finestre. L’approvvigionamento idrico era assicurato da una cisterna, che raccoglieva l’acqua piovana, e da un pozzo, tuttora esistenti e funzionanti.

Ben pochi erano a quel tempo i momenti di quiete: nel 1447 Castel del Popolo dovette ‘subire gli attacchi dell’esercito di Alfonso d’Aragona, re di Napoli che, pretendendo Milano, attraversando il Dominio Fiorentino metteva a ferro e fuoco le campagne.

Ai primi del 1472 un litigio del Comune di Volterra con gli appaltatori dell’allume e la disobbedienza all’autorità di Lorenzo dei Medici, condussero alla guerra di Firenze contro Volterra. Il Castel del Popolo fu sottoposto ad una serie di accaniti assalti e assedi dei sangimignanesi, alleati di Firenze, fino a che il 19 maggio 1472 fu conquistato. Nel giorno medesimo i sangimignanesi resero omaggio nel castello al Cav. Borgianni Gianfigliazzi commissario della repubblica fiorentina e al gen. Federico duca di Montefeltro e di Urbino inviato dai Fiorentini con un esercito di circa 10.000 fanti e 2.000 cavalli. Il 18 giugno cadde anche Volterra che dovette subire cruente stragi e saccheggi.

Castel dei Popolo fu reso a Volterra dai sangimignanesi solo dopo qualche tempo, poiché questi, avvalendosi di antichi documenti che testimoniavano il loro precedente possesso, ne reclamavano la restituzione.

Come tanti altri borghi fortificati, anche Montemiccioli, esaurita la sua qualifica difensiva, conobbe la decadenza e ritornò a funzionare quale posto di gabella.

Nel 1631 durante l’imperversare della peste che nella sola Volterra mieteva dalle 4 alle 18 vittime al giorno, anche Montemiccioli ebbe a provare le tragiche conseguenze del morbo; e le guardie della dogana ricevettero ordini severissimi, affinché sequestrassero gli oggetti provenienti dai luoghi colpiti.

Dove ora è la costruzione della scuola, abbandonata per scarsità di fanciulli, si erigeva con annesso cimitero la chiesa curativa di S. Vittore, che fu soppressa il 5 settembre 1786 con decreto dell’allora Granduca di Toscana, Leopoldo I; a quella data nel borgo erano rimaste due sole famiglie.

Una bianca lapide apposta sulla facciata di una casa ci ricorda che Montemiccioli ebbe un ospite illustre, il pittore macchiaiolo Niccolò Cannicci: nato a Firenze il 21 ottobre 1846, studiò all’Accademia Fiorentina con il Pollastrini e il Marubini, frequentò pure la scuola del nudo di Antonio Ciseri. Ritiratosi a S. Gimignano, paese natio del padre, attratto dalla bellezza della vicina Montemiccioli vi si trasferì il 13 luglio 1897 e vi rimase per circa nove anni fino ai pochi giorni dalla sua morte, avvenuta a Firenze il 19 gennaio 1906. Prendendo a modello gli abitanti del luogo, tra i quali le sorelle Pisaneschi, compose alcuni dei suoi lavori più belli e significativi: Le Anitre (1895), All’Ovile (1896), L’Ave Maria (1898), Ritorno dal Pascolo (1899) Montalto (??), Sonno Sereno (1900), Sosta di una vergheria (1901), Gaiezza (1902), Carbonaia sotto la pioggia (??), AI sorgere del sole (1904).

Ai primi del Novecento la torre fu riparata nelle fondamenta e fu rinforzata dal tirante di ferro che unisce i due tronconi; fu inoltre costruita la strada esistente, in quanto l’altra, che si diparte dalla torre, era alquanto disagevole.

Durante l’ultima guerra Montemiccioli, per la sua posizione si trovò ancora in prima linea; fu sede di un distaccamento tedesco, il quale pitturò persino la torre con strisce bianche, perché essendo questa punto e quota geodetica, servisse da riferimento agli aerei.

Giunsero poi le truppe alleate che ebbero una decina di morti a causa di un errato bombardamento delle loro stesse truppe, accampate a Casole; cadde anche qualche proiettile sparato dai tedeschi in ritirata, ma per fortuna, salvo qualche tetto sfondato, non ci furono vittime fra gli abitanti.

I DINTORNI DI MONTEMICCIOLI

Sotto Montemiccioli dalla parte di levante a circa 1 km. di distanza, attraversato il Botro del Conio o delle Cave, c’è una polla di acqua sulfurea ebolliente: e facile a trovarsi perché il suo gorgoglio assomiglia ad una pentola che bolle, inoltre vi sono vicini degli spiazzi biancastri emananti odori di zolfo.

Qui nei tempi passati veniva scavato lo zolfo dai Picchinesi, sembra inoltre che vi fossero le antiche cave di vetriolo. Risalendo dal botro e ritornando verso il borgo, 200-300 metri più in alto si trovano vicine, qualche centinaio di metri l’una dall’altra, 3 Mofete o Putizze; la prima è chiamata Buca dell’Olmo, la seconda Buca di Menachecca, il nome deriva dal fatto -che vi morisse una certa Francesca o Monna Checca. Anche nel 1946 vi morì un abitante di Montemiccioli certo Cigna Angelo, asfissiato dalle esalazioni mortali di anidride carbonica solforosa che la cavità emana. La terza cavità e cioè quella più vicina al borgo è chiamata Buca di Ernesto, sembra che come quella dell’Olmo sia la meno pericolosa.

Nei pressi di Castel S. Gimignano vi è il torrente Botro ai Buchi, che scendendo verso Pugiano, entra sottoterra, formando un lungo canalone che sembra un Orrido. Sempre vicino a Castel S. Gimignano in località Dometaia è stata scavata in parte una necropoli etrusca, risalente al V – IV secolo.

Forse più che un rudere la Torre di Montemiccioli, che con la sua forma sembra una mano che indichi l’immensità del cielo, è una magia, e quando si scorge, da lontano, sulla vetta della collina ci attira irresistibilmente e ci sprona a salire quassù.

Su questo colle, che conserva il fascino del medioevo troviamo il riposo spirituale, si riesce a godere il silenzio, i colori, i profumi dei campi.

© Pro Volterra, VASCO GALARDI
La lunga storia del Castello di Montemiccioli, in “Volterra”