Lido Panichi

Il terremoto del 1846

Il disastroso terremoto del 14 agosto 1846, che fece tremare a più riprese Volterra e il suo territorio, cagionò danni più gravi di quel che in un primo tempo si potesse pensare. Infatti, senza contare gli edifici pubblici e quelli destinati al culto, «numero settanta abitazioni avevano sofferto detrimento in Volterra e numero quarantasei in campagna».

Il rapporto dell’ingegnere di circondario, signor Aristodemo Solaini, in data 23 agosto, riguardante i primi accertamenti dei danni subiti dagli edifici pubblici e del culto, dovette essere modificato e accresciuto di spesa con altro del 14 settembre successivo, che è il seguente:

– Riparazioni urgenti al Palazzo Pretorio compresa la demolizione della Torre alla parità del tetto. L 4.800
– Palazzo Comunale detto dei Priori > L 5.798
– Quartiere dell’Ispettore e R. R. Carabinieri > L. 340
– Stabile della Cancelleria Comunitativa > L. 300
– Fabbrica del così detto Teatro acquistata dalla Comunità per ampliazione del Pretorio. > L. 1.400
– Più per la medesima. > L. 5.200
– Mura Castellane franate presso Vallebuona > 4.280,55
– Ventesimo per spese impreviste > 1.105,92
– Spese per le appuntellature urgenti di diversi stabili > L. 2.634,99
– Lavori urgenti che occorrono al Duomo, S. Giovanni, S.Agostino, S. Alessandro > 6.047,43
Totale L 31.906,89

Quindi danni rilevanti, se si pensa che tale somma, al giorno d’oggi, ammonterebbe a centinaia di milioni; e questo per gli edifici pubblici e del culto.

Nel Consiglio Comunitativo del 15 settembre 1846, gli Adunati approvarono tutti i punti del rapporto dell’Ingegnere tranne uno; quello della demolizione della Torre del Pretorio «fino alla parità del tetto», definita da tutta la cittadinanza «una barbarie» e dagli stessi amministratori una spesa inutile. Essa, in effetti, «non dava alcun segno di minacciante rovina, molto più che In quello stesso anno, con spesa di lire 3.000, era stata rinforzata al piede con un barbacane e stabilizzata con quattro lunghe catene di ferro». Cosa necessaria invece fu ritenuta, l’abbattimento dei quattro «colonnini» in legno, situati sulla cima della Torre e serviti un tempo per sostenere la campana.

Lo sbassamento della Torre, detta oggi del Porcellino, – si arguiva – che avrebbe creato dei problemi anche per le carceri «pubbliche e segrete» qui esistenti, perché esse avrebbero perso due locali, e per la facciata del Palazzo, che per evitare una stonatura planimetrica, sarebbe occorso rifare alla Torre e all’edificio ad essa addossato, finestre uguali a quelle dell’intero Palazzo, importando gravi spese. Non ci si preoccupava però tanto di risparmiare il monumento, quanto di evitare quelle spese, che potevano essere evitate, allo scopo di economizzare in quell’arduo momento, che piombava su una situazione già critica ancor prima del cataclisma.

Il bilancio comunale di previsione per l’anno 1847 registrava un disavanzo di 12.000 lire. Le Comunità di Pomarance e Castelnuovo non erano in grado di effettuare i rimborsi di L. 5.793,9,1 dovuti alla Comunità di Volterra. Costosi lavori erano in corso al Pretorio, per miglioramento e nuova costruzione, fin dal 1844.

Già nel Consiglio del 6 settembre, gli Adunati visto «che nel veneratissimo Motuproprio del 29 agosto la loro Comunità era stata trasandata», stabilirono che Volterra «fosse sussidiata se non del pari, almeno con adeguata proporzione delle altre Comunità sinistrate», a tal proposito «incombensarono il signor Gonfaloniere Cav. Giuseppe Contugi Serguidi, a voler avere la compiacenza di dirigersi con analoga supplica al munificente e benemerito Sovrano, ed esponendo al Regio Trono i danni che hanno sofferto una parte notabile dei proprietari di questa città e contado, nelle loro rispettive abitazioni mediante la prolungata e forte scossa».

Per prolungata e forte scossa si intende la prima, la più violenta, quella cioè, che compì il disastro al centro per centro.

Essa avvenne in pieno giorno, alle ore 12 e 59, con carattere vorticosamente sussultorio e ondulatorio insieme e durò per ben 30 secondi! Dicono – tradizione e leggenda – scrive Mons. Maurizio Cavallini (Terremoti e calamità volterrane) che un frate che in quel momento si trovava sulla strada del Convento dei Cappuccini, fuori S. Alessandro, alla vista dello spaventoso ondulamento dei fabbricati abbia pensato alla fine di Volterra ed abbia impartito l’assoluzione ai cittadini che ormai vedeva sepolti sotto le macerie.

La tremenda romba, che lo preannunciava, il professor Leopoldo Pilla, Direttore del Museo Nazionale dell’Università di Pisa (II terremoto del 14 agosto 1846 che ha desolato i paesi della costa toscana), la determinò con un verso dantesco: «Un fracasso di un suon pien di spavento» ed un popolano definì la romba e il terremoto «Il giorno del Giudizio Universale».

Il movimento – si disse – proveniva dal mare, con epicentro tra la foce dell’Arno e del Cecina, con ripercussione nell’entroterra per uno spazio di 400 miglia quadrate. Oltre a Volterra le località più colpite furono: Lorenzana, Bagni di Casciana, Riparbella, Montescudaio, Bibbona e Orciano. Quest’ultima località fu particolarmente colpita dal sisma, tanto che oltre ad ingenti rovine lamentò 16 morti e 120 feriti.

A Volterra nessun morto, stando ai documenti d’archivio, uno però secondo il Pilla, un merciaio ucciso da una bozza caduta dall’alto della Torre Civica.

Alle ore 5 pomeridiane dello stesso giorno, altra scossa, mentre il clero, sospesa la processione, che si usava fare nella vigilia dell‘Assunta, si recava con il popolo nella chiesa di San Francesco (unica chiesa rimasta completamente intatta), per ringraziare la Madonna di San Sebastiano dello scampato pericolo. In tale occasione fu fatto voto, che il ringraziamento si ripetesse al Santuario il 14 agosto di ogni anno.

Ma il ringraziamento ufficiale alla Madonna di San Sebastiano, per aver sottratto all’immane catastrofe tante vite umane e per impetrare la completa cessazione del fenomeno, ci fu il 27 di settembre, con una solenne processione, che si svolse per le vie della città, con la partecipazione, oltre che del clero, di tutto il popolo e di sei inservienti della Comunità, «che in abito di costume fecero parte dell’accompagnamento del trasporto dell’Immagine, con altrettante torce accese alla veneziana, che offrirono poi all’Altare della predetta Vergine SS.ma quel che rimaneva delle torce non arse in tal circostanza».

Come se il terremoto avesse le sue leggi, cento anni dopo, con anticipo solo di qualche mese e cioè alle ore 2 e alle 3 di notte del 29 apri le 1946 si rifece vivo a Volterra con due forti scosse, però senza causare danni. In quanto a noi ce la cavammo soltanto con un po’ di paura e scappando all’aperto.

© Pro Volterra, LIDO PANICHI
Il terremoto del 1846, in “Volterra”