Nell’immediato dopo guerra l’amministrazione comunale di Volterra stende un primo bilancio dei danni. L’11 luglio 1944 Giovanni Salghetti Drioli viene nominato capo dell’Ufficio Tecnico. L’incarico prevede lo “sgombero delle macerie”, il ripristino dell’acquedotto, la puntellatura degli edifici perico lanti, la ricostruzione dei ponti necessari. Salghetti interviene celermente sugli “edifici monumentali volterrani dannificati” come il museo Guarnacci, la cappella Guidi, la chiesa di Sant’Alessandro, il palazzo Pretorio, la fortezza medicea, il conservatorio di San Lino in San Pietro.

L’ingegnere-architetto si trasferisce in seguito a Livorno, lavora attivamente in Toscana.

Nell’immediato dopoguerra l’amministrazione comunale di Volterra stende un primo bilancio dei danni. Il 10 luglio 1944, giorno dell’arrivo delle truppe alleate, Giovanni Salghetti-Drioli viene nominato, dal Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) di Volterra, capo dell’ufficio tecnico, in sostituzione del titolare assente, l’ing. Angiolo Nannipieri.

Salghetti Drioli comincia i suoi studi universitari nel 1930 all’Università degli Studi di Pisa e frequenta il biennio propedeutico di Ingegneria, nel 1932, si iscrive alla Scuola Superiore di Architettura presso l’Università degli Studi di Roma. Si laurea in architettura a Roma il 14 novembre 1936 con una tesi sulle costruzioni ospedaliere, ottiene l’abilitazio
ne all’esercizio della professione di architetto, superando gli esami di Stato presso la Scuola Superiore di Architettura di Venezia1. Nello stesso anno viene ammesso al Corso Allievi Ufficiali di completamento del Genio Aeronautico Ruolo Ingegneria e viene nominato ufficiale. Tra il 1937 e il 1938, sotto le armi, Giovanni Salghetti-Drioli inizia la propria attività professionale dirigendo i lavori degli aeroporti militari di Lonate-Pozzolo (Milano) e di Novi Ligure.

In questi stessi anni gli furono affidati i progetti di costruzione, ripristino e ampliamento di numerose ville signorili. Nel giugno 1938 fu assunto dall’impresa costruttrice “Carlo Baragiola” di Milano e incaricato della progettazione e della valutazione di costo di case coloniali di civile abitazione. Il 29 maggio 1940 l’Aeronautica militare lo richiama alle armi e gli viene assegnata la direzione dei lavori presso alcuni aeroporti militari2.

Nel giugno del 1944 l’architetto Salghetti si stabilisce con la famiglia a Volterra.

Il 30 giugno è proprio lui a coordinare e organizzare i lavori per salvare la porta all’Arco, dopo che i tedeschi dettero alla cittadinanza ventiquattro ore per tamponare la porta.

“La gente a Volterra, ragazzi e ragazze e pochi anziani, generosi e fantasiosi, proposero la sola soluzione accettabile per entrambi le parti: divellere le pietre del selciato della via di Porta all’Arco e con quelle occludere completamente il varco della porta all’Arco dalle tre teste misteriose. Si organizzò un ‘passamano’ prelevando le pietre dalla parte più alta della strada fino alla porta. Il lavoro si andava realizzando in tempi anche più brevi di quanto era stato previsto”3.

Il giorno successivo tutto è ultimato con ben due ore di anticipo, ma proprio in quel momento viene attaccata la piazza della Dogana.

“Nel primo pomeriggio vennero ad avvertirci che si era svi luppato un incendio nel sottotetto del Palazzo della Dogana contermine al Palazzo Inghirami. In quello stesso momento udimmo una violenta deflagrazione: l’esplosione si era verificata nel Palazzo della Dogana e le macerie incandescenti avevano del tutto invaso il corridoio del pozzo Inghirami e quei coraggiosi che vi si trovarono incontrarono una terribile morte o subito o dopo qualche giorno per le grandi ustioni”4. Salghetti e Inghirami furono tra i primi ad arrivare con diversi estintori recuperati presso l’ospedale.

Crollarono ben 30520 quintali di muratura5. Le lesioni erano gravi: il ponte che introduceva nella piazza era saltato, i muri perimetrali erano staccati da quelli trasversali e la loro natura non permise di resistere all’esplosione. Il tetto della Caserma era completamente destabilizzato. A causa della precaria stabilità del fabbricato si rese necessaria la sua demolizione.

I lavori iniziarono nel 1944 a cura del cottimista Torello Caioli che affidò la rimozione delle macerie alla ditta Viani. I materiali provenienti dalla demolizione dell’ex caserma furono “ceduti a privati o ad enti pubblici o adoperati dall’amministrazione comunale per lavori varii” come il restauro di fabbricati comunali, per riparazioni danni di guerra e la manutenzione ordinaria6.

Cronaca di guerra7
Il 2 luglio 1944, le artiglierie alleate colpiscono il penitenziario, la zona dell’ospedale civile e della cattedrale, danneggiano gravemente alcune case vicine, l’ospedale e gli stabili annessi, la casa dell’Opera sulla cappella della SS. Addolorata. Il campanile della chiesa viene colpito, vi è infatti la convinzione che vi trovi sede di un osservatorio tedesco. Verso le 10 cadono proiettili sulla cappella di San Carlo, annessa di lato alla Cattedrale, provocandone lo sfondamento del tetto.

Il 3 luglio venne proclamato lo stato d’emergenza, ma la giornata scorre tranquilla.

Nella notte e per tutta la giornata del 4 luglio , continua il martellamento americano e cadono diverse bombe sul monastero di San Lino e in Via Porta Diana. L’ospedale psichiatrico è sotto tiro, specialmente il padiglione Ferri che si trova in posizione elevata. A sera, verso le 21, una cannonata devastò un’abitazione di Borgo Santo Stefano. Il cannoneggiamento continua dovunque; le granate americane spazzano le strade del centro, distruggendo abitazioni e danneggiando edifici pubblici. La gente si rifugia nei sotterranei dei grandi palazzi storici8. Venne centrato anche l’ospedale di Santa Maria Maddalena e il Conservatorio di San Pietro.

Giovedì 6 luglio fu una giornata tranquilla anche se, nella notte, il cannoneggiamento americano proseguì intenso con nuovi, gravi danni all’ospedale civile, al collegio di San Michele e al manicomio, venne inoltre colpita via XX settembre.

La relativa calma del 6 si trasformò di nuovo in tempesta, fin dalla notte di venerdì 7. Il combattimento si abbattè sull’ospedale, sul penitenziario, sul manicomio, su alcune chiese, sul rione del Poggetto, su San Lazzero, sulla stazione ferroviaria, in via Vittorio Emanuele, su Piazza dei Priori, su via Labirinti, sulla piazza San Giovanni e in via Roma.

Nella notte seguente furono colpite Via Porta Diana, l’incrocio tra viale Garibaldi e viale dei Ponti, e la spalletta all’altezza della Dogana.

Alle ore 6 circa del mattino del 9 luglio la pattuglia americana, risalendo da San Lazzero, fece il suo ingresso in città entrando da Porta a Selci. Volterra era così libera.