di Gigi Salvagnini

Gli olmi protetti del Granduca di Toscana



Erano i primi giorni del 1604. Francesco Fattori, volterrano della parrocchia di Sant’Alessandro, povero padre di numerosa prole, pensava di raccapezzare qualche lira come provvisorio riparo alla propria indigenza, appropriandosi di alcuni giovani alberi nati spontaneamente in una piaggia ai pidi delle mura castellane di Volterra. Così segò alla base dieci piccoli olmi, non più grossi d’un braccio d’uomo, ed altri dodici olmatelli ancor più sottili. Per questo, venne arrestato e processato, il 22 febbraio 1604. Fu poi condannato alla pena di centosessanta scudi. Una multa salatissima, e non avendo, ovviamente, da pagare, finì in carcere. Il malcapitato invocando a scusante la propria ignoranza, chiese infine la grazia a Sua Altezza Serenissima Ferdinando I Granduca di Toscana.

La legge che proibiva di tagliare olmi in effetti esisteva e fu sottolineata anche l’anno prima, dopo che proprio da Volterra erano giunte Iagnanze; si diceva che nelle maremme volterrane i contadini usavano «accettinare o vero adebbiare» e ridurre a cottura terreni selvaggi ove nascevano molti olmatelli: se la legge doveva davvero essere rispettata, notava quella petizione, tutto il mezzogiorno volterrano avrebbe finito per spopolarsi.

Per il malcapitato gli Ufficiali dei fiumi non avevano ritenuto opportuno fare eccezioni ed il divieto era rimasto.

In quegli anni vennero varate molte leggi a protezione delle piante, del suolo, del regime dei fiumi, e le pene per i trasgressori erano assai severe. In primo luogo ci si preoccupò della conservazione delle foreste montane: squadre di silvicultori esperti e dai buoni garretti, percorrevano i crinali delle catene appenniniche e del Pratomagno, fissando i termini di larghe fasce di territorio entro le quali il disboscamento era tassativamente proibito; e tali fasce furono così ampie da incorporare anche veri e propri centri abitati, i quali vennero a trovarsi in condizioni disperate, facili prede della fame e del freddo, non potendo fare legna da ardere, né commerciare carbone, né dissodare terreni da coltivare.

Anche in pianura e perfino nelle città, tagliare alberi era operazione sottoposta ad attenti controlli; l’autorizzazione era concessa solo in caso di piante secche o ancor giovani, ed il consenso, comunque era sempre condizionato all’impegno di ripiantarne il doppio.

Una spiccata conoscenza ecologica guidava il legislatore, dunque, ma vi erano anche altri interessi. I pali di legno erano materiale edile di largo impiego, anche militare e soprattutto navale. Ogni pianta di cui veniva chiesto abbattimento veniva preventivamente esaminata da un tecnico delle “Fortezze”, che concedeva il proprio nulla osta solo quando, o per essenza, o per condizioni, o per età, non appariva utilizzabile per altri usi. Particolare attenzione venne posta alle qualità più forti, come l’olmo, appunto.

Così il povero Francesco Fattori, con l’abbattimento abusivo di dieci piccoli olmi, si era messo veramente nei guai. A niente era valso il disperato tentativo del difensore dii dimostrare che le piante tagliate, data la loro piccolezza, non erano assolutamente idonee ad alcun impiego; l’accusa ribadiva che nel bando non si parlava di dimensioni, ma di essenze e l’olmo vi era espressamente ricordato.

La domanda di grazia giunse al Granduca corredata delle dichiarazioni di alcuni concittadini del malcapitato, con alla testa il Rettore della chiesa di Sant’Alessandro, Don Giovanni Averini; il prete, oltre ad insistere sulla natura spontanea della macchia incautamente sfoltita dal suo parrocchiano, sottolineò le disperate condizioni familiari dell’inquisito, che aveva quattro figli a carico di cui ben tre femmine!

Il 16 marzo 1604 il segretario del Granduca inviò il responso definitivo: «Non avendo più errato abbia grazia della metà, e l’altra metà gli sia permutata alla fabbrica di Livorno, e non avendo da dar mallevadore mettisi pena la galera per l’osservanza». Il che vuol dire che all’Imputato, se non recidivo, veniva dimezzata la pena, da scontarsi in lavoro coatto a Livorno, purché qualcuno garantisca per lui durante la trasferta.

Livorno, che proprio nei pochi mesi a seguire venne innalzata al rango di città, era tutta un cantiere: un nuovo impianto urbanistico e grandiose opere pubbliche civili, religiose e militari si stavano realizzando secondo le direttive del Buontalenti, del Cucurramo, del Borromei, di Giovanni de’ Medici. La mano d’opera non era mai troppa (si narra che l’antico porto pisano di Livorno venga in qual tempo scavato e trasformato in moderna darsena in soli cinque giorni da una squadra di cinquemila operai); forse anche le fatiche di Francesco Fattori, povero volterrano ignorante, ebbero contribuito a rendere grande e prestigiosa questa città marinara che Ferdinando I, con giustificato orgoglio, chiamò «la mia dama».

© Pro Volterra, GIGI SALVAGNINI
Gli Olmi di Volterra e Ferdinando I, in “Volterra”
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