Quella fine di giugno del 1944 vedeva gli eventi precipitare con l’inesorabilità di una macina da mulino e tutta la gente, anche quella minuta, presentiva grandi cose imminenti, belle o brutte che fossero, ma decisive.

Il Comitato di Liberazione era in pieno fervore di attività, quasi non più clandestino, e dirigenti e gregari avevano il loro da fare nel settore di competenza. Occorreva avere notizie, le più recenti possibile, e coordinarle, e da queste trarre deduzioni che consentissero d’impostare programmi e indirizzi e interventi. E fra le notizie, spesso incoerenti e contraddittorie, bisognava districare le attendibili, e poi vagliarle e pesarle, che non di rado ottimismo e sconforto le rivestivano d’una crosta massiccia, sì da falsarne peso e valore.

Fu cosi che la minacciata distruzione di Porta all’Arco da parte tedesca, per frapporre ostacolo all’avanzata degli Alleati, mi sembrò tanto assurda e grottesca da non potersi prender sul serio. Ma, tanto, dovevo andar fuori e tanto valeva accertarsi.

All’incrocio fra Via dei Marchesi e Via Guidi gruppetti di gente incredula e sbigottita s’erano già riuniti a commentar la notizia. Qualcuno più al giorno, concitato, dava particolari sull’incombente minaccia, sulla controproposta, sul come si fossero svolte le trattative, sul tono di scherno dei tedeschi.

D’un tratto fu chiaro che occorreva raccoglier la sfida e rintuzzare lo scherno. «Per domani sera alle sei. Va bene. E sia per le sei».

In fretta, mentre la voce correva, dovunque raccolta, muratori e ingegneri furono sul posto, e volenterosi in cerca di attrezzi, e innumeri manovali, uomini e donne e ragazzi, d’ogni età e d’ogni ceto, s’allinearono in lunga catena. Il piccone indeboliva il selciato e le pietre appena divelte correvano di mano in mano, volavano addirittura verso la Porta, a costituir muro o a cadere a ripieno.

Il lavoro, in relazione alla mole o al tempo concesso era immane e impossibile, ma nessuno ci pensava: dei 150 organizzati di cui il C.L.N. disponeva, quanti erano reperibili vennero d’urgenza avviati al lavoro, che ormai procedeva a ritmo serrato. Il muro cresceva e cresceva, e incoraggiava e non fa sentir la stanchezza. Anzi, la novità della cosa e quell’esser tutti in comune, senza differenze d’età né di censo, fa scordar la tragicità degli eventi, l’assurdità di quella fatica: qua e là scoppiettavano frizzi e qualche risata.

Volarono le ore e venne buio; eravamo stanchi sul serio e a ciò, malgrado avremmo voluto continuare, sussisteva anche il coprifuoco.

«A domani.»
«Domani sera alle sei.»
«Ce la faremo?»
«Ce la faremo; per le sei sarà chiusa.»
«Buona notte.»

AI mattino presto già il muro cresceva. Altra gente era venuta e salvar la Porta all’Arco era questione personale di ognuno, da anteporre alla razione del pane o dall’ascoltare Radio-Londra. A mezzogiorno i muratori guardavano sospirosi le spalle dell’arco, non più chilometricamente lontane; alle due si profilava la speranza che per le sei sarebbe finito tutto; alle tre e mezzo la speranza diveniva certezza.

LO SCOPPIO

Pupo m’era accanto, m’era stato sempre vicino, era la mia ombra e mi disse:
«Lo senti? Che è questo?»
«Già, dico io, sembra uno svecciatore in funzione.»

D’un tratto una voce, più voci da su, verso l’incrocio: «Brucia! Fuoco!»

Una battuta d’arresto nella catena, e poi di nuovo al lavoro. I miei uomini erano sparsi qua e là. Pochi cenni d’Intesa.
«Si va noi a vedere, tenetevi pronti.»

Si partì io e Pupo a vedere.

All’accaparsi sull’angolo della Dogana, nello spiazzo non c’era nessuno: cioè no. Sulla porta della Caserma due tedeschi sostavano in piedi, uno accanto all’altro. Uno si accese una sigaretta. Su in alto, dai finestroni trapelava un filo di fumo; di tanto in tanto un alito di brezza di mare raccoglieva quel fumo in una nuvoletta azzurrina e la spingeva innocua e innocente verso il Nazionale, verso di noi.

I due tedeschi discesero i pochi gradini, senza fretta, e attraversarono la Piazza delle Dogana. In quel momento capimmo: erano le cartucce da ’91 a scoppiare. Difatti ogni tanto un bossolo vuoto schizzava fuori, cadeva a terra e rimbalzava come un chicco di grandine.

Poi alzammo il capo. Su in alto una lingua di fiamma si spingeva a lambire il cornicione di Palazzo Inghirami. Il venticello l’aiutava, s’appigliava alla fascia di legno d’aggetto e da li poi s’allungava. Era forse un metro; a due non ci arrivava. Anche i due tedeschi li accanto a noi l’avevano vista. Chissà se ebbero rimorso per l’atto inconsulto. Intorno a noi c’erano altri e per tacita intesa, senza parole né gesti, corremmo alla scala per raggiungere il tetto. Anche i due tedeschi vennero. In quel frangente spuntò non so come un piccone; due colpi, un breve grandinare di tegole, un secchio d’acqua, ed ecco sventata l’insidia del fuoco che dovette contentarsi dell’odiata Caserma. Non restò che scendere per rientrare al lavoro che premeva e scendemmo, anche per riferire ai nostri che avevamo lasciato e che ancor non sapevano.

Lo svecciatore continuava a sgranare con un rumore monotono punteggiato ogni tanto da un tonfo più forte; forse una bomba. Poi d’un tratto arrivò un nuovo grido d’allarme, ma questa volta più forte, più imperioso. Il fuoco di nuovo.

«Presto… Subito!»

Questa volta non più solo spirali di fumo: l’intera caserma era diventata una bolgia infernale fra schianti e boati di soffitti che crollavano, mentre nuvoli di scintille sopravanzavano il tetto.

Non c’era tempo da perdere: eravamo in tanti su per la scala, e di nuovo sul tetto, in catena, a gettar secchi d’acqua e a demolire la travatura; l’intenzione fu quella di farla precipitare giù nella bolgia e lì farla bruciare fino a placare. Intanto la brezza rinforzava, vampe di caldo fumoso c’investivano facendoci lacrimare e tossire, ma anche un po’ ridere al vederci sudici e neri. Questa volta s’era vinto sul serio, a travatura demolita il fuoco se ne stava giù, e fra noi e lui c’era il muro, solo e nudo. E il muro non brucia.

Alla mia destra c’era Picci, come sempre fiero e distratto, ad un tratto posò il piede sul lucernario di vetro e naturalmente lo sfondò. Lo ripigliai a volo. Ridemmo tutt’e due, proprio contenti.

Una voce: «Ragazzi, è finito, scendiamo che siamo troppi sul tetto.»

Uno dopo l’altro, scendemmo da una finestra di una cucina e poi giù per le scale, un po’ eccitati, soddisfatti. Infine ritornammo in Via de’ Marchesi, per non mancare alla consegna del lavoro di Porta all’Arco e soprattutto per guardare in faccia i signori tedeschi, per dirgli, orologio alla mano: «Ecco, sono le sei, vi manca altro Signori?»

Picci però non era più accanto a me, e nemmeno Renzo e nemmeno Enrico né Sergio: saranno stati più svelti di me? Ero quasi sull’uscio del Nazionale, la Piazza della Dogana era vuota: c’era giusto qualcun altro con me, o vicino a me, forse anche Enzo. Fu in quel momento che d’un tratto si manifestò un bagliore e insieme ad esso un fragore da Apocalisse: vidi in un lampo la facciata della Caserma spanciare e restare cosi, come sospesa.

Corsi come un ossesso, volai addirittura quei pochi metri di Via dei Marchesi, e mi infilai giù, in Porta all’Arco, dove la gente non sapeva e restava atterrita. A bracciate presi la gente e la spinsi nel vano degli usci, degli archi; a squarciagola urlavo: «A sinistra, a sinistra!» Nessuno in verità si muoveva e io urlavo ancora e li spingevo. E gridavo e spingevo frenetico quanti potevo abbracciare, avrei voluto fossero tutti, perché io in un baleno capii che stava per accadere, e avevo paura d’esser stato il solo a capire, quando si abbattè nella via la prima grandinata di tegole trite e poi quella di pietrisco e le pietre che caddero con tonfo sordo sullo sterrato.

Poi si fece buio, un buio che infittiva, che avvolgeva, che soffocava.

Grandinò ovunque: anche in San Giovanni, anche in Piazza e in Via Guidi. Poi un silenzio di tomba, poi un urlio scomposto, isterico, ossessionante: un accorrer di gente, un cercarsi, un domandar concitato di questo o di quello. Alcuni dei miei mi raggiunsero: Feriti? Chi? Quanti? Chi manca? Renzo, dov’è Renzo? E Sergio, Emilio, Picci? Dove sono?

Non riuscii a capire né a farmi capire.

Tornato alla Caserma rividi Picci ed Enrico lassù; di nuovo mi inerpicai su per le scale per raggiungerli sul tetto, alchè questa volta il tetto si mostrò inspiegabilmente deserto. Stentavo a capir che era deserto perché metà non c’era più, quella metà dove fino poco prima stavano i miei amici. Non seppi che fare: qua e là pacchi di divise in fiamme scaraventati lì dall’esplosione, bruciavano ancora e coscienziosamente uno per uno li scaraventai di sotto, tutti, uno dopo l’altro.

Mi risvegliò un gemito e una voce che veniva da sotto, dall’antistante giardino. Lo raggiunsi, come, non lo so neanche oggi. Mi ritrovai a fianco di Enzo, per terra c’era un qualcosa che poteva essere Enrico, se non fosse così accartocciato, come un abbozzo di creta.

Lo sollevammo e in due lo portammo all’Ospedale in San Giovanni. Una volta, di nuovo fuori, corsi senza rispondere a chi mi chiamava, perché non capivo. Quando all’angolo della Piazza della Dogana vidi un tedesco che barcollava, con le mani che si copriva la faccia insanguinata di getto gridai a qualcuno, forse a Silvano: ~Ammazzalo!~. Lui gli andò addosso di corsa, ma io non mi fermai, ché certo c’era ancora gente nel Palazzo Inghirami: la gente era ancora in pericolo perché ci poteva stare un altro scoppio, di certo.

Non trovai strano entrar questa volta da dove un tempo non c’erano porte e salir sui rottami roventi. Da lì vidi una gamba che sporgeva; solo una gamba… e una scarpa… e intorno macerie. Non so se ho pianto e nemmeno se mi sono fermato, non potevo fermarmi: c’era gente ancora in pericolo.

Attraversai una lunga teoria di sale, cauto sull’orlo del vuoto tra i pavimenti crollati. Nell’atrio un gruppetto sostava indeciso mentre fuori crepitavano i mitra dei tedeschi, impazziti anche loro, che sparavano a caso contro Nino e gli altri: stavano portavando via Pancetta, ormai morto, sopra una scala a mo’ di barella.

Una provvidenziale cortina di fumo protesse la nostra fuga in Castello. I tedeschi spararono ancora per un bel po’, ma una volta lassù raggiunsi ridiscendendo dall’altra parte il Giardinetto; crollai proprio alla porta, che lì per lì non riconobbi, dove abitava Umberto, il mio superiore, a cui dovevo tra l’altro fare il rapporto.

Ero sfinito, nero lurido. Un cognac, e ancora fuori per Via di Sotto e Via Sarti fino alle logge dell’Ospedale.

In quel momento tutto era quieto, tragicamente quieto. Salìì i due gradini e Borgiotti mi abbracciò forte. Chi sa perché. Forse perché ero vivo.

PAURA

Non ricordo se l’idea di quel servizio fu mia o se fu di altri; fatto sta che mi trovai a dirigerlo e s’era ai primi di luglio, un momento di vita febbrile ed incerto, in cui tutta la gente si struggeva tra sconforto e speranza e illanguidiva di faine, stivata nelle cantine. Cosi, dalle sei del mattino alle nove di sera, me ne stavo sotto le logge dell’Ospedale, accanto al portone e con me c’era Nino e Pèto e Silvano e il Cavaliere e Persio e d’altri una quindicina, sempre pochi per tanti bisogni.

Uno partiva, un altro arrivava e in certi momenti mi trovavo solo, poiché tutti erano fuori, e allora mi disprezzavo in un rovello di paura e d’umiliazione.

«Bravo!» mi dicevo tra me, «Bravo! Gli altri li mandi, ma te non ci vai!»

Poi uno tornava e poi un altro. Tornavano tutti e mi riferivano con voce tranquilla. «Si… No… Eran già morti… Non si può andare, sparano a tutti…».

Mio Dio! E se uno non fosse tornato? lo, ce li mandavo. lo che non mi muovevo di li, soltanto perché più degli altri sapevo in che posto cercare il latte e la carne, e casse da morto, e attrezzi, ed uomini e cose. Talvolta m’alzavo in uno scatto di ribellione, contro quell’io che mi scherniva e pregavo altri di stare di mio posto.
«Questa volta va io…»
E
loro: «No, resta… Te devi restare.»

Tornavano, andavano ed io ero solo di nuovo, a registrare servizi compiuti, ad annotare servizi da compiere. Di tanto in tanto, in fondo alla via, un’ombra scantonava furtiva, col passo esitante sullo scrocchiare delle tegole rotte. Non una voce. Mi sentivo come perduto in un’immane città di silenzio, di un silenzio pesante e massiccio che m’involgeva in una sensazione di assoluta impotenza. Improvvisi un fischio e uno scoppio sbranavano l’aria e ridevano in un grandinare di schegge. Balzavo in piedi, eccitato, lucido, ma non sapevo che fare: allora potevo mostrare la paura, ché nessun mi vedeva, ma non ne avevo, e il rovello dentro di me si calmava, mi dava tregua.

Ore, e giorni, e giorni… s’era vicini alla fine. Sotto la loggia ci s’era tutti, o forse mancava qualcuno. Non ricordo. Si sentiva nell’aria, nello sfavillare, del sole, una promessa di quiete. D’un tratto, un miagolio, un fischio ben noto. Vedi Pèto, davanti a me, che canterellava sull’aria di Tosca: «Ecco la chiave… Questa è la cappella…», ma allo schianto, che ci parve a due passi, rimase con l’atto e la voce a mezz’aria; la chiave tesa come in un gesto di comica accusa. Fu un attimo in cui ci sembrò d’esser sospesi nel nulla, ma l’attimo dopo, come per arte diabolica, tutti sparirono nell’atrio dell’ospedale, e già non erano più li.

Fui solo di nuovo e allora chiusi accuratamente il portone. Sapevo che sparavano da Sud, ma mi sentivo sicuro al riparo della vetrata. Non c’era più nessuno e mi sentivo orgoglioso d’essere l’ultimo, come un buon comandante: potevo ora muovermi e mi mossi senza fretta, compiaciuto di me. Trovai in un letto un malato dalle gambe impedite: ci si guardò, gli sorrisi e lui pure sorrise. Poi irruppe un tonfo, un boato di terremoto, un’eruzione di calcinacci, un nuvolone denso e pastoso. Di colpo fui un automa incosciente che reagiva ad impulsi e riteneva per fotogrammi. Mi trovai fuori da Iì, preoccupato di chiuder la porta, ché m’infastidiva la polvere.

Un altro scoppio diruppe in uno sbriciolio di vetri che della grande veranda fece un solo telaio di ferri contorti. Lo vidi lo scoppio, con gli occhi sbarrati. Era nero, d’una luce nera che si stagliava nel cielo, più nero d’uno squarcio di notte.

Alla fine corsi giù in fondo, in Cappella, fra un vagire di bimbi in tanti lettini: penombra, penombra, e nessuno all’infuori del pianto. Un’imposta si staccò e si schiantò contro il muro di fronte.

Dopodichè proseguii in un cunicolo fondo, umido, buio, che tremava e sussultava e si scuoteva. Mi spinsi più addentro, freneticamente, con le spalle e le braccia contro qualcosa. Rifiuti, altri corpi, macerie? Non so, non l’ho mai saputo, ma mi ero convinto che tutti quei fischi e quegli scoppi e quel nero erano per me, soltanto per me, che inseguivano me.

Poi quell’inferno si placò: me ne accorsi dall’improvviso silenzio che mi fasciava nel buio. Approfittai per ritornare sui miei passi, al mio posto, sotto la loggia; avevo la faccia giallastra in uno spasimo di muscoli tesi, un po’ assente.

«C’è un morto laggiù alla Stazione… gli hanno sparato!»
«Voi due, tocca a voi fare il giro del pane.»

© Pro Volterra, LORENZO LORENZINI
“Tre lunghi momenti di ieri”, in “Volterra”