L’ottimismo di quanti potevano ancora credere che il peggio fosse ormai passato e che, da un momento all’altro dalla spalletta dei Ponti si sarebbero potuti ammirare i tedeschi in fuga e gli alleati in arrivo, subì un fiero scossone nella notte fra il trenta e il primo di luglio, quando una cannonata fece strage della famiglia Biondi in S. Felice.

Da quel momento, si può dire, per quanto direttamente la investì, Volterra entrò nell’acme dell’immane tragedia. I colpi che giunsero non si contarono più, la Caserma esplose, i tedeschi andavano e venivano, alla spicciolata o in formazioni, di giorno e di notte. Buio e fame. E poi anche sete, poiché l’acquedotto era saltato.

Iniziò il saccheggio di negozi e case private: una moto cingolata facilitava lo sfondamento di porte e serrande, e una volta dentro, quel che serviva o che piaceva veniva portato via e il resto sparpagliato per terra, fin sulla strada. Si aveva l’impressione che oltre all’avidità li spingessero anche odio e rancore.

Dal canto nostro, assistevamo impotenti; sorprese la sicurezza con cui i predatori si muovevano in una direzione o nell’altra, si presumeva che i volterrani di qui che li indirizzassero e forse anche spartissero con loro.

In particolare vennero prese di mira le farmacie, più e più volte saccheggiate. Per nostra parziale fortuna loro si fidavano solo dei prodotti tedeschi, e quelli arraffavano spregiando gli altri che vengono confusamente gettati per terra e talvolta calpestati. Mario Rossi recuperò, nei brevi intervalli lasciati liberi dal saccheggio, tutto quel ch’era restato della Farmacia Cerri e di averlo portato all’ospedale. Nino Cappellini ed io, e mi pare anche un altro, forse Indiano, si fece lo stesso con la Farmacia Amidei, caricandoci sul groppone quanto si riuscì a salvare e trasportandolo nel magazzino del Palazzo Solaini. Ci s’entrava dagli scantinati che danno nella Piazza Minucci, dove il Rossi allora teneva il carbone, e che s’erano messi in comunicazione con quelli del Palazzo buttando giù un muro divisorio. Mi viene in mente anche un particolare curioso e me lo ravviva Antonietta che dava mano anche lei allo scolletto e nel rievocare la vicenda ci mescola uno spunto d’ilarità. Perché a un certo punto una cannonata picchiò in cima al tetto, proprio sopra al quartiere di Nino e lo schianto fu tale che Seppe Amidei perse la testa e nella foga di rifugiarsi in cantina le rivogò un tale spintone da lasciarle indolenzito il braccio sinistro per diverso tempo.

Poi il farmacista, membro, con me, del C.L.N. commosso perché di tanta perdita gli s’era salvato qualcosa, ci regalò… una bustina di borotalco per uno. Meno male che, per conto nostro, gli s’era grattata una bottiglia di Ferro-china Bisleri!

Il C. L. N. era ormai quasi uscito dalla clandestinità e i suoi componenti sapevano che da un momento all’altro potevano divenire pienamente responsabili in una situazione difficile. Già alla fine di Giugno, forse il 29, in casa di Umberto, al Giardinetto, aveva avuto luogo una riunione e seduta stante erano stati attribuiti gli incarichi per l’imminente insediamento di una civica amministrazione.

Vi avevo partecipato e, a onor del vero, non ero rimasto entusiasta della procedura, forse anche perché le decisioni atte a fronteggiare l’imminente e prevedibile stato di grave emergenza mi parevano prioritarie. Proposi comunque di spostare il centro dell’attività militare dal Giardinetto al Palazzo Solaini e non vi fu alcuna obiezione. Del resto la nuova sede presentava requisiti non trascurabili: era più centrale, ampia, robusta, fornita di più vie di accesso, e in più dotata di armamento nascosto e a portata di mano.

Inoltre il massiccio portone d’ingresso e i due scaloni di pietra che sporgevano sulla via avrebbero notevolmente ostacolato i tedeschi e i cingolati che usavano per sfondare e saccheggiare.

La chiostra e i vani che l’attorniavano, e l’andito, offrivano apprezzabili garanzie di sicurezza anche in caso di bombardamento e in più c’erano i sotterranei capaci e più solidi ancora. Con l’abbattimento del muro che divideva la cantina interna dal deposito del carbone gli accessi erano tre: dalla Piazza Minucci, dalle mura attraverso l’orto e quello principale di Via Sarti.

Trasportando a terreno reti da letto e materassi, con gli adattamenti consentiti dalle circostanze era stato possibile improvvisare ricovero per la mia famiglia e quella di Nino, cui s’era aggiunta quella di suo cognato. Quasi subito vi si trasferì con i suoi Cafiero Pini, come già ricordato, dirigente anche lui del Comitato Militare, costituendo in tal modo un piccolo nucleo di uomini validi, aderenti al movimento, in contatto permanente fra di loro e facilmente raggiungibili dagli altri organizzati.

Cafiero s’era assunto spontaneamente il compito di piantone fisso e armato di pistola riceveva e riferiva ordini ed informazioni, sorvegliando la strada dall’entrone finché poteva tenere scostati i battenti, ma pronto a richiuderli e sprangarli al primo segnale di pericolo. Nino ed io s’era sempre fuori, dalla mattina alla sera, con l’interruzione per quella specie di desinare che le nostre donne, spesso in cooperativa, riuscivano ad ammannire.

Cosi, un giorno dopo l’altro. Di tanto in tanto, davanti al portone passava qualcuno di noi spingendo un lugubre carretto con accatastate due, anche tre casse da morto, e allora, malgrado la consegna, le donne s’affacciavano per dire una preghiera e per farsi il segno di croce.

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Poi venne la mattina del nove, ma già durante la notte chi aveva il sonno più leggero del mio o chi, come il Pini, era sveglio, avevano avvertito inconsueti rumori, più o meno accentuati, ma indubbiamente forieri di novità. E le novità c’erano davvero, che i tedeschi se n’erano andati, e la notizia sparsasi in un baleno aveva raggiunto tutti, provocando le più disparate reazioni: dall’incredulità al giubilo incontrollato, dal timore al disorientamento, allo stupore.

Subito fu un accorrere anche al Palazzo Solaini degli aderenti al Servizio di Ordine Pubblico, organizzati nel C. L. N.: capi-nucleo con tutti o parte dei rispettivi aderenti, persone che volontariamente si offrivano per mettersi a disposizione. E da ogni parte un parlar concitato, una smania febbrile d’entrar subito nell’era nuova, qualche minaccia…

Gli organizzati che facevano capo a me e dei quali ho conservato la nota erano 148 e ciascuno, tramite i capi – nucleo era stato da tempo informato di quali fossero i compiti da assolvere al momento dell’entrata in azione.

Mi è rimasta una copia di quelle disposizioni che avevo attentamente compilate e distribuite. Articolate in quattro brevi paragrafi riguardavano la formazione delle squadre, i segni distintivi, il raggruppamento e la presentazione; i compiti inerenti al servizio di O.P.; la ripartizione del lavoro e delle responsabilità. Terminavano con queste parole: «Tutti i partecipanti attivamente al movimento saranno muniti di un documento comprovante 1a loro posizione nel C. L. N.».

Non è un campione di bella prosa, ma il «documento» poi l’ebbero, stampato in italiano e in inglese, e mi risultò che a qualcuno aveva servito per essere creduto anche dagli alleati e liberato da quei certi impicci che inevitabilmente potevano capitare. C’è chi l’ha serbato e chi l’ha perduto, ma sarebbe vano tornarci sopra, perché il numero era chiuso a 148, e le schede eccedenti e il timbro furono subito distrutti. E questo io volli, e con me i miei collaboratori, perché poi non ci s’intrufolassero altri per farsi belli con le penne del pavone.

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A chi si presentò subito al Palazzo Solaini furono distribuite fino ad esaurimento le armi che c’erano e le fasce tricolori da applicare al braccio come contrassegno. In Piazza dei Priori ci fu poi la riunione e l’insediamento del Comando operativo nei locali sovrastanti la Cassa di Risparmio, già sede della milizia e da questa frettolosamente da poco sgombrati.

Come aiutanti avevo Etelio Prosperi, maresciallo dell’esercito, sbandato ma ancora in servizio permanente, Nino Cappellini e Cùccheri, e fu subito un affluire di gente, più o meno conosciuta: chi offriva i propri servizi e chiedeva di essere armato, chi per lo stesso scopo chiedeva di essere autorizzato a portare le armi di cui già era fornito.

Di confusione ce n’era abbastanza e solo con notevole fatica i miei aiutanti riuscirono a portare un po’ d’ordine. Armi non ce n’erano più; si ponessero a disposizione della prima squadra che incontravano; appena possibile avrebbero ricevuto disposizioni. Disposizioni che mi turbinavano nel capo, esaminate in precedenza con cura, ma che per il momento non riuscivo a tradurre in atto.

In primo luogo, I’evacuazione da parte tedesca non significava affatto la fine de11a guerra; in secondo luogo, la fugace apparizione della pattuglia alleata e relativa scomparsa legittimava il sospetto che gli americani non avessero furia di venir su, e che per conseguenza il C.L.N. per poco tempo o per parecchio doveva assumersi tutte le responsabilità; in terzo luogo, non mi era ignoto che certe località per ragioni strategiche erano state abbandonate e poi riprese e poi riperdute, e alternativamente pestate ben bene dall’uno e dall’altro contendente mi appariva chiaro che nell’ultima disgraziata ipotesi di un ritorno dei tedeschi la situazione sarebbe divenuta ancor più tragica perché la nostra esultanza per la loro cacciata li avrebbe addirittura inveleniti. E questo poteva avvenire da un momento all’altro, né era pensabile un tentativo di resistenza con le forze di cui disponevo.

Esposi anche agli altri l’ipotesi e ne scaturi la decisione di istituire servizi di controllo e d’avvistamento a tutti gli ingressi in Città, cosa del resto fattibile per la posizione di Volterra, le mura e le Porte. Tre organizzati per volta in servizio di guardia, otto ore di turno, ventiquattr’ore su ventiquattro, l’ispezione, il cambio, il rapporto, fino a quando gli Alleati si fossero insediati definitivamente.

Gente ce n’era e volontà n’aveva, sicché fu facile compilare l’ordine di servizio e dargli l’avvio dopo aver istruito i primi sulle consegne da trasmettere a chi subentrava, fino a nuovo ordine. E da quel lato mi sentii più tranquillo, e tutto si svolse con scrupolo e serietà per tutto quel giorno e per quasi tutta la notte. Poi le cose non continuarono esattamente cosi, e fu fortuna che non ce ne fu bisogno.

Ma non era tutto, c’era da considerare anche un’altra ipotesi: e se i tedeschi, prima di abbandonare definitivamente il settore avessero voluto lasciar dietro di sé terra bruciata? Non sarebbe stata la prima volta. Le loro artiglierie tenevano ancora i Cornocchi, e Villamagna, e la Striscia, e Montecatini. Da là, se l’intenzione era quella, sarebbero bastati pochi minuti per far di Volterra un’altra Montecassino.

Il problema era troppo grave per la mia complessione e non riuscivo a venire a capo di nulla. I rifugi improvvisati se avevano resistito alla meglio ai colpi degli americani, per dir cosi, gentili al confronto, nel deprecato caso si sarebbero trasformati in trappole mortali: meglio un tronco d’ulivo, in campagna, all’aperto. Ma anche in campagna, quale versante avrebbe offerto maggior protezione: quello est o quel a ovest? E nel Mastio, quanta gente si poteva cacciare, al riparo delle muraglie e dei sotterranei?

Ricordo che rimuginavo questi interrogativi senza concludere: Cùccheri doveva essere andato fuori per qualche incarico e di Ià Etelio e Nino cercavano di strigarsi fra un mucchio di volenterosi postulanti, compilando elenchi e autorizzazioni che avrei dovuto firmare.

D’un tratto, proprio da sotto parti una botta, e siccome le finestre erano spalancate si sentì anche il fischio della pallottola. In un attimo sparirono tutti e su al «Comando» si rimase in tre soli: Etelio, Nino ed io. Anche la Piazza, fino a poco prima costellata di gruppetti di persone, si svuotò come d’incanto. Il mistero fu presto chiarito, ma mi lasciò ugualmente addosso un gran senso di delusione: uno dei nostri, a disposizione per eventuali incombenze, stando in attesa sul portone della Banca, aveva battuto in terra il fucile, imprudentemente carico e senza sicura, facendo partire quel colpo che aveva provocato il generale fuggi – fuggi.

Non ricordo chi fosse, ma lui e qualche altro non devono aver dimenticato il fattaccio, perché mi è occorso di sentirlo rievocare, corredato di nome, fra grandi risate.

© Pro Volterra, LORENZO LORENZINI
“I tedeschi sono andati! Ma sarà proprio vero?”, in “Volterra”