di Paolo Ferrini

Gli anni tristi della Guerra



Ma la brillante vittoria non serve. Siamo nel 1935, non dimentichiamolo. e si incomincia a lottare su ben altri fronti. Altri inni altri luoghi, altre battaglie per i ragazzi di Volterra. La maggior parte dei viola indossa il grigioverde e va. E’ il tragico, noto stillicidio: Etiopia, Spagna, Albania fino alla seconda guerra mondiale.

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Non è più tempo di calcio; la squadra è disfatta, i pochi che rimangono hanno ben altro per la testa.

Al “San Giusto” si gioca ancora; ma sono tornei dopolavoristici o rionali, talora incontri tra rappresentative delle forze armate di stanza a Volterra e nelle città vicine.

Ancor più spesso il “San Giusto” è lasciato alle attività delle organizzazioni giovanili fasciste. In questo settore va ricordato un bel torneo fra le scuole cittadine (1937); non lo cito solo a titolo di cronaca ma anche perché dalle file di queste squadre escono i ragazzi (della Scuola d’Arte e del Ginnasio soprattutto) pronti a rivestire la maglia viola accanto ai pochi “anziani” rimasti ancora a Volterra. Ritroveremo alcuni di questi nomi nella squadra del dopoguerra.

Gli incontri non sono molti e le tracce sulla stampa cittadina sono sintetiche. Sono ricordate gare con la Colligiana e con il Siena; la più interessante, tecnicamente parlando, è quella contro gli Erranti Viareggini, una formazione di “ventura” che allineava nomi di grande prestigio nel campo nazionale, quali: Tessari, Valcareggi (il “Messicano” per intenderci), Michelini, Magnini, Magli.

Fra il 1937 ed il 1938 la formazione standard viola è questa: Franchi (Caciagli), Cappelli, Di Sandro, Galli, Salviati, Neri, Chiodi, Pedenovi, Pagni, Ricciardi, Bianchi (Bigazzi).

E quella fra il 1938 ed il 1939: Franchi (Caciagli), Del Testa II, Di Sandro, Milianti, Del Testa I, Neri, Fardellini, Pagni, Bianchi, Bongini, Chiodi.

In questi anni l’U.S.F.V. ha come attivissimo presidente il dott. Benso Bensi, vice presidente il dotto Umberto Carrozza.

Poi gli eventi del 1940: spazzeranno via tutto, anche il campo sportivo. Per la verità, come ho già detto, la distruzione del “San Giusto” non fu dovuta a fattori bellici, bensì ad un atto amministrativo degli allora reggenti la cosa pubblica, i cui errori non saranno mai sufficientemente deplorati, anche per la modalità con le quali i fatti si verificarono.

Si dovevano costruire delle case popolari; e non si trovò di meglio che piazzarle al centro dello stadio! lo non voglio giudicare nessuno e, d’altra parte, non ho indizi sufficienti per dire se, al nocciolo della questione, ci furono interessi di privati prevalenti su quelli della collettività. Ma, anche se tutto fu pulito al cento per cento la macroscopica “bestialità” amministrativa è ancor oggi incredibile. Le case potevano infatti bellamente essere costruite altrove e si sarebbe salvata anche la visione del tempio di San Giusto, oggi soffocato dalle numerose costruzioni, successive e quelle di quarant’anni fa. E poiché si andò a riscavare (si veda quanto ho detto nelle pagine precedenti) la vecchia questione di costruire lo stadio più vicino al centro cittadino, la scelta del terreno di Vallebuona, intesa magari come un ritorno alle origini doveva dimostrarsi negli anni a venire davvero oculata e fortunata! O non fu infatti nel 1941, durante i lavori di sbancamento, che, sul lato sud delle gradinate del vecchio ippodromo, apparve un archetto, così tanto per fare, avvisaglia alla misconosciuta di quei tesori che il terreno nascondeva e che oggi, hanno arricchito la città dì un complesso archeologico di prim’ordine?

Si pensi invece (non costa nulla sognare!) alla Volterrana di oggi, se quella “barbara” decisione non fosse stata presa: le case in un altro luogo, magari meno freddo, lo stadio potenziato in ogni suo settore, la chiesa di San Giusto bellissima a vedersi e gli scavi in Vallebuona convenientemente sistemati. Il sogno è questo, la realtà è quella nota a tutti, con l’aggiunta dei molti milioni spesi inutilmente al “Vallebuona” (edizione n.1 e n. 2) in tutti questi anni ed alla somma ingentissima che è costato il non ancora perfezionato stadio attuale. E con tanti ringraziamenti agli amministratori degli anni ’40!

Oggi lo stadio è consolante realtà, grazie all’impegno dell’Amministrazione civica del 1970. L’odierno “Comunale”, posto fra via delle Ripaie e via dei Cappuccini, è sostanzialmente rispondente alla bisogna ma non è ancora completo e chissà quando lo sarà mai, considerando la difficile situazione della finanza locale nei giorni nostri. Ecco, non occorre essere bravi in matematica, basta fare una somma. Se la sciagurata Amministrazione di 40 anni fa non avesse preso la nota, cervellotica decisione, oggi il “San Giusto” sarebbe uno stadio perfetto ed i cittadini, poiché sostanzialmente pagano loro, avrebbero risparmiato un bel po’. I soldi spesi per lo stadio attuale avrebbero potuto essere destinati ad altri usi, ugualmente importanti nell’ambito della vita civica. La nostra Amministrazione comunale ha fatto il dover suo, rimediando alle scempiaggini del passato; ed ha fatto bene.

II cortese lettore vorrà scusarmi queste battute, polemicamente dure, ma doverose. Ero ragazzo quando vidi abbattere a colpi di mazza la tribuna ed i muri di cinta del “San Giusto”; avvertii confusamente che qualcosa non andava e che non era giusto fare così. E so di giocatori che piansero allo spettacolo della distruzione.

Ma c’era ben altro per cui piangere in quegli anni; e che cosa era un campo sportivo di provincia che spariva, in raffronto alla bufera che si addensava sulla Nazione?

Se cadevano le mura, cadevano vite umane tanto più preziose!

Anche alcuni atleti viola non tornarono più, la maggior parte degli altri logorò la giovinezza e lo slancio atletico sui vari fronti di guerra e nei campi di prigionia. Era finito tutto in una vampata immane di ferro e di fuoco. Così, nei terribili problemi del momento, si sbiadì anche il ricordo delle vittorie viola: fatalmente.

Spariva, insieme a tante altre cose del passato, anche il foot-ball epico.

Era il calcio dei tempi “eroici”, allorché al “Vallebuona” non si pagava il biglietto, ma un addetto circolava fra il pubblico con un piattino per rimediare almeno le spese della squadra ospite e, se c’entrava, anche la merenda per quella locale. Il massaggiatore non faceva ricorso alle “bombe” ed alle pillole; se ne stava lungo i bordi del campo con un fiasco di quello buono ed ogni tanto caricava i suoi pupilli con un bel bicchierotto. Tornavano in campo che erano leoni! Per i calcioni negli stinchi invece, la consueta razione di… acqua magica.

Erano i tempi nei quali i giocatori pagavano di tasca le spese per la trasferta; se poi si giocava in un centro vicino, poteva bastare la vecchia “bici”. Si andava, si giocava “alla morte” e si ripartiva!

Altra epoca, indubbiamente, un po’ sentimentale e retorica anche nel calcio: meno organizzazione ma più impegno, meno problemi tattici ma più generosità.

Sotto questa insegna posso collocare ancora i primi campionati del dopoguerra, poi, anche nel nostro “dilettantismo”, si è insinuato, per necessità di cose e per tener il passo con gli altri, il “dio quattrino”. Un’epoca è tramontata ed un’altra si è aperta; il dire quale sia stata la migliore è demandato al giudizio del lettore.

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© Paolo Ferrini, PAOLO FERRINI
Gli anni tristi della Guerra, in “Volterrana Gol”, Tipografia Conti – Poggibonsi, a. Marzo 1978
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