I primi fratelli della Misericordia

Niente sappiamo di sicuro riguardo all’anno in cui questa lodevole Istituzione iniziò la sua attività anche se possiamo individuare un termine “ante quem” al 2 Aprile 1291.

In tale data infatti si apriva nella nostra città un ospedale grazie all’iniziativa di Boccio di Federigo Ruffoli o Ruffolo. Il vescovo di allora, inaugurandolo, lo chiamava Spedale di S. Maria o della Misericordia, per cui viene spontaneo pensare che, se la si citava, doveva già esistere anche a Volterra una Compagnia della Misericordia. Il 1290 ci sembra pertanto l’anno in cui probabilmente a Volterra si costituì la Confraternita della Misericordia che a breve distanza di tempo, appunto nel 1291, fu riconosciuta ufficialmente dall’autorità ecclesiastica. E’ difficile poter fare riferimento a documentazioni sicuramente attendibili e illuminanti circa l’operato e l’organizzazione interna della Compagnia della Misericordia, durante il XIV e XV secolo.

> Sommario, La Compagnia della Misericordia di Volterra

Nelle provvigioni magistrali del nostro Comune si fa riferimento qua e là a sussidi concessi agli “uomini della Misericordia” per le loro opere di carità. Infatti, oltre che delle sepolture dei morti e dell’assistenza ai malati, questi benemeriti si preoccupavano anche di lenire le misere condizioni di vita della parte più povera della popolazione volterrana. I fondi della Compagnia venivano probabilmente depositati, sull’esempio dell’omonima istituzione fiorentina, in una cassa comune che, con poche zane e, forse, un cataletto, doveva costituire tutto il patrimonio della Confraternita in quei primi anni di attività. Gli affiliati raccoglievano elemosine e le distribuivano, in tutta segretezza, a chi più ne aveva bisogno.

Non è immaginabile che i sussidi di allora fossero in denaro; generalmente si trattava di vestiario e cibo accattato alle case dei più ricchi o, più spesso, dei meno poveri, dato che in quei secoli anche nella nostra città, travagliata da letali epidemie e frequentemente impegnata in campagne militari, la miseria era certo il morbo di maggiore diffusione. Numerosi erano gli sbandati che si aggiravano per le strade in cerca di un qualsiasi lavoro, costretti a dormire dove capitava, senza casa, laceri e malati; non mancava quindi occasione, a chi era animato da spirito di carità, di rendersi utile.

Quel mondo di allegre brigate, di cavalieri elegantemente vestiti, di compiacenti madonne, cui fanno riferimento grandi scrittori dell’epoca, era un’ oasi cui accedevano pochi fortunati; per molti un vestito era quasi una casa, perché riparava, sia pure in parte, il corpo dalle intemperie, un pezzo di pane era il sostentamento di un giorno, e non importava se si trattava dell’avanzo di una mensa più o meno nobile.

Inevitabile che per far fronte a questa situazione la Misericordia cercasse anche di ricorrere, come sopra accennato, a sussidi della pubblica istituzione, cominciando una propria lotta economica per avere un luogo di adunanza, i mezzi di soccorso e carità, insomma un proprio pur minimo possedere. Non dimentichiamo che il Comune aveva da poco soppiantato il feudalesimo e una nuova classe, quella commerciante, cominciava a dettare le proprie regole, regole dove poco era lo spazio riservato alla misericordia verso il prossimo. Se il privato latitava, il Comune aveva invece un qualche interesse a controllare le masse popolari, facilmente convertibili in milizie sia ordinate che tumultuanti, ed era quindi più sensibile a tutte quelle iniziative che andavano a sostegno del “popolino”.

La contaminazione economica non ridusse lo slancio emotivo della Compagnia che cercò di alleviare le disuguaglianze esistenti con l’opera e, quando non era possibile diversamente, con il conforto delle parole. Si trattò comunque quasi sempre dell’aiuto dato dal povero al più povero. Tra le mansioni della Misericordia c’era anche quella di confortare e assistere i condannati a morte.

Non è difficile rendersi conto di quanto questo compito fosse ingrato: bisognava parlare di Dio e del Suo Regno dei dei Cieli a chi si sentiva completamente abbandonato, anche dalla Provvidenza Divina.

Né era poi eccezionale che avvenisse sulla pubblica piazza un’esecuzione, anche in una città non grande come Volterra. Aggressioni e furti, dettati dalle precarie condizioni di vita, portavano spesso all’omicidio e venivano puniti con la decapitazione di poveri diavoli esasperati dalla continua lotta per la sopravvivenza; per converso c’erano anche esecuzioni di illustri personaggi, vittime di intrighi politici. Anche quegli sventurati venivano giustiziati, dopo processi sommari, a furor di popolo e, spesso, il cadere della testa di un nobile, se non serviva a riempire la pancia di chi era in miseria, soddisfaceva la fame di vendetta delle classi meno abbienti. L’assistenza ai condannati a morte era dunque un’opera di misericordia difficile e spesso incompresa.

Comunque furono ancora una volta le epidemie, e ogni generazione ne vedeva succedersi almeno due o tre, ad impegnare maggiormente i Fratelli della Misericordia di Volterra, che accorrevano, con le loro zane, per raccogliere i malati e portarli in ospedali e lazzaretti, oppure cercavano i morti, spesso lasciati soli dalla fuga dei familiari impauriti, per rendere loro le onoranze funebri e seppellirli. Il tetro incedere di queste processioni, precedute dal suono di un campanello che invitava i passanti a non fermarsi per evitare il contagio, rappresenta ancor oggi nell’immaginario collettivo l’opera della Misericordia nel buio di quei secoli.

> Prosegui, La Misericordia nel Cinquecento

© Arciconfraternita della Misericordia di Volterra, RENATO BACCI – SUSANNA TRENTINI
In “La Compagnia della Misericordia di Volterra: Sette Secoli di Solidarietà” , pp. 4-21
Arch. della Curia Vescovile: Visita Castelli, carta 50;
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